STORIE

Don Pietro,
il transumante di Dio

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Maurizio Verdenelli
Il cardinal Gasparri e la 'sua' Ussita. Quella promessa 'strappata' a Mussolini. Intervista con il pronipote, Filippo Gasparri.




Quasi una novella pirandelliana. Distrutti il cimitero e la cappella di famiglia all'ombra della torre dell'antico castello dei Varano, curata nei minimi particolari (“Ma, Eminenza, vuole insegnare il mestiere a me!” gli scrisse piccato il camerinese Francesco Arsini difronte alle mille disposizioni tecniche): la sua sepoltura emersa dalle faglie del terreno percosso dal terribile terremoto del 2016. Per Ussita, il cardinale aveva avuto sempre un pensiero particolare. Nel '29, dopo la firma sui Patti Lateranensi, a Benito Mussolini che gli chiedeva cosa avesse potuto fare per Lui, Pietro Gasparri disse: “Vorrei che Ussita rimanesse sempre un comune autonomo”. Quanta fatica per dare dignità di municipio al suo paesino all'ombra del Monte Bove, fino a quel 1913 e sopratutto per 'vedere' il primo consiglio comunale (sindaco Giuseppe Montebovi) dopo la guerra nel 1920. Poi quella  cura per il luogo dell'estremo riposo. “In una lettera al parroco di Caldara, don Pietro Franconi, il mio avo -racconta il pronipote Filippo Gasparri, 72 anni, romano, ma ussitano anch'egli nel cuore- raccomandava che curasse, per tempo, la propria tomba e che non pensasse alle spese. Ci avrebbe pensato, Lui”.
Già, Lui era il potente Segretario di Stato vaticano. Con un braccio destro di talento, mons. Eugenio Pacelli.
“Il futuro Pio XII è stato ospite nella casa che il cardinale aveva fatto erigere nel 1880 e nella quale passava ogni estate. Lì preparò la sintesi del Codice di Diritto Canonico, che rimane a mio avviso l'opera somma di mio prozio, al di sopra per importanza anche ai Patti Lateranensi, anche questi istruiti ad Ussita. Le carte 'sudate' stese su un pesante tavolo di noce, prigioniero come tanti altri storici ricordi, sotto le macerie della casa di famiglia” rivela il dottor Gasparri, che presiede il Comitato di Studi istituito nel  nome del suo avo. “In vista dell'anniversario del Codice, cento anni suonati nel 2017, Comune (sindaco Marco Rinaldi, figlio di un altro grande pater ussitano, l'on. Nicola) ed Unimc (rettore Francesco Adornato, professor Giuseppe Rivetti) avevano pensato ad un convegno di studi internazionale. Progetto anche quello finito, per il momento, sotto le macerie” sospira Gasparri.
La ricostruzione di Ussita?
“Come tutto il resto del 'cratere', a rilento: la gestione di questa ricostruzione che finora tarda mi è sembrata, perlomeno, confusionaria. Se ci fosse stato ancora il cardinale...?”.
Già, come sarebbe andata?
“Con quel bel carattere che aveva, programmatore in ogni dettaglio, in una mezz'oretta (testuale, ndr) attribuendo meticolosamente ogni competenza, eliminando la tardo-burocrazia avrebbe fatto molto di più di quello che è stato finora fatto...”.
Un Grande marchigiano che aveva fatto del suo paese un modello: municipio, acquedotto, centrale idroelettrica. E chiese (a cominciare da quella più importante a la Pieve scomodando un grande nome come l'arch. Aristide Leonori di Roma), parrocchie, cappelle votive dovunque.
“Il mio prozio aveva anche un braccio secolare importante, un altro ussitano importante,  che era legato inoltre a Lui da vincolo parentale , un cugino: il sen. Cesare Sily (la madre del cardinale era Giovanna Sily)”. Insomma allora il paese, aveva due santi in paradiso in attesa di un terzo, l'on. Rinaldi. “Quand'era in paese, il cardinale si sentiva davvero a casa sua e permetteva con un sorriso bonario a tutti di chiamarlo semplicemente 'don Pietro'”.
Conclude Filippo Gasparri (Pietro Gasparri era fratello di suo nonno Bartolomeo, figli di Bernardino la cui discendenza era assicurata da nove figli): “In famiglia, ricordiamo spesso il Cardinale sopratutto in questi giorni a 90 anni da quell'11 febbraio 1929. Per i Gasparri una favola infinita da quando allevatori e pastori (cultori della pregiata razza sopravissana costantemente a rischio d'estinzione) erano con i Rosi e gli stessi Sily, a Nepi, transumanti da Ussita all'agro romano tormentato dalla malaria. Sacrofano siamo rimasti. Io amministro aziende agricole di famiglia sempre più stretti dalle difficoltà di un settore in crisi permanente aggravata poi da una dura contingenza sottolineata dalla vertenza dei pastori sardi. Resistiamo, de credo che 'don Pietro' sia orgoglioso di noi”.
02/03/2019 14:47:34

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