ATTUALITÀ/Mondo

Istituti Confucio
e "Soft Power" cinese

Parte Terza

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Diego Antolini
La quantità di isteria e retorica contro gli Istituti Confucio in Canada e in altri Paesi ha causato una loro chiusura a riccio invece che un’apertura.
Shambaugh ha stimato che la Cina ha speso circa 311 milioni di dollari nel 2015 per il suo programma di lingua e cultura, e 2 miliardi di dollari in 12 anni. Vi sono attualmente più di 5000 formatori che insegnano presso gli Istituti Confucio e 1.4 milioni di studenti nel mondo. Ogni istituto è gratuito e fornisce alle Istituzioni che li ospitano istruttori formati nella Cina continentale, materiale di lettura e circa 100.000 dollari all’anno in sussidi.

L’unico neo che Shambaugh sembra aver visto è quello della non trasparenza nel modo in cui gli Istituti Confucio operano assieme alle loro Università partner, specialmente sulla questione se i contratti di assunzione cinesi siano o meno in conflitto con le leggi dei Paesi ospitanti:

"I contratti tra le università ospitanti e Hanban sono mantenuti riservati per richiesta della stessa Hanban e vengono chiusi a chiave nell’ufficio del presidente dell’università. Questo non è appropriato"

Gli Istituti e le classi Confucio installate nei college e nelle scuole K-12 del mondo fungono da rami di propaganda del governo Cinese anche secondo Marshall Sahlins, antropologo Americano e autore del libro Confucius Institutes: Academic Malware (2015).

Anche se Hanban, il quartier generale degli Istituti Confucio di Pechino, si presenta comunemente come una organizzazione no profit affiliata al Ministero dell'Educazione, le attività istituzionali cui esso è dedicato, cioè la promozione di un ordine mondiale armonioso e multiculturale, sono solo una maschera benevola. Hanban è in realtà controllato da alti ufficiale del Partito di Stato cinese che implementano le politiche dell’apparato di propaganda del PRC. La governance di Hanban, che approva la propria agenda annualmente, è da sempre capeggiata da un membro del Politburo. Un certo numero dei suoi alti ufficiali, oltre al loro alto rango in ministeri quali Affari Esteri, Finanza e Sviluppo Nazionale, sono anche membri del cosiddetto gruppo ristretto delle Sezioni di Ideologia e Propaganda del Partito, che quindi funziona come veicolo per la realizzazione delle politiche del Politburo anche attraverso l’operatività e la gestione degli Istituti Confucio. Di conseguenza non è azzardato sospettare che gli Istituti e le Classi Confucio possano essere ramificazioni periferiche di propaganda del Partito di Stato cinese.

Gli obiettivi degli Istituti Confucio sono vecchi quanto l’età imperiale, che era nota allo stesso modo per avanzare le sue politiche di allineamento dei poteri stranieri con gli interessi geopolitici della Cina attraverso la diffusione delle forme e della virtù della cultura cinese. O, come Li Changchun, allora membro della commissione in carica al Politburo, ha detto in un intervento al quartier generale di Hanban nel 2011, gli Istituti Confucio sono un brand attrattivo per estendere la cultura cinese all’estero e hanno portato un contributo importante verso il miglioramento del suo “Soft Power”:

Il brand Confucio ha un’attrattiva naturale. Usando la scusa dell’insegnamento della lingua cinese, ogni cosa appare ragionevole e logica

Inoltre, nelle parole dell’allora ministro della propaganda Liu Yunshan nel 2010, la Cina dovrebbe

Coordinare gli sforzi per una propaganda domestica e estera, [e] in aggiunta creare un ambiente internazionale a noi favorevole

Liu è andato oltre, affermando che la propaganda estera dovrebbe essere

"Totale, multi-livello e ad ampio raggio...riguardo alle questioni chiave che influenzano la nostra sicurezza e sovranità, dovremmo attivamente portare avanti battaglie di propaganda su questioni come il Tibet, lo Xinjiang, Taiwan, diritti umani e il Falun Gong. La nostra strategia è quella di portare la nostra cultura all’estero in modo attivo...dovremmo riuscire bene a stabilire centri culturali e Istituti Confucio all’estero"
Il ministro Liu offre un catalogo parziale delle materie che devono essere (o non devono essere) discusse in certi modi dagli Istituti Confusi nelle scuole estere – a cui si dovrebbero aggiungere il massacro di Tien An Men, la Rivoluzione Culturale, gli errori storici del Partito Comunista Cinese, l’indipendenza giuridica, la libertà di stampa e altre questioni che infatti sono state ufficialmente bandite dai curricula delle università cinesi.

Uno può facilmente prevedere le possibilità di censura nelle università Americane, dato che la costituzione ufficiale e lo statuto degli Istituti Confucio specifica che si applicano sia le leggi cinesi che quelle degli Stati Uniti. Ma quello che è illegale per la costituzione di Hanban è solitamente un diritto protetto dal Primo Emendamento della Costituzione Americana.

L’effetto che si produce è una contraddizione endemica che condanna gli istituti Americani almeno ad un impiego discriminatorio, dato che è Hanban a determinare l’idoneità degli insegnanti che fornisce mediante, tra gli altri criteri, il “pensiero politico” dei candidati (Zhengzhi Sixiang) – come dimostrato dalla controversia in cui è rimasta coinvolta Sonia Zhao.

Mentre è comune per i direttori degli Istituti Confucio in America negare di aver mai avuto ingerenze da parte di Hanban nella loro libertà accademica, una tale affermazione sembra non tenere conto del fatto che tale ingerenza si è perfezionata già prima che insegnanti, formatori e altro personale cinese degli Istituti Confucio prendano possesso del proprio posto di lavoro.

Hanban controlla, valuta e forma politicamente gli insegnanti. E, in molti casi, l’intero programma di lingua cinese e di corsi di cultura viene spedito direttamente dalla Cina: libri di testo, video, ecc.
Molta della censura presente nelle classi o nel programma dell’Istituto Confucio non è manifesto ma consiste in ciò che non può essere detto. Si tratta di una forma di auto-censura.

Esempio eclatante è quello della Portland State University, il cui Istituto Confucio, attraverso le parole della sua direttrice Meiru Liu, ha dovuto rispondere alle critiche della stampa. La Liu ha detto nel 2010 di aver sponsorizzato conferenze sul Tibet, “con enfasi sui bellissimi scenari naturali, tradizioni e interessi turistici”, aggiungendo poi:

Tentiamo di evitare di organizzare o ospitare conferenze su certe questioni come il Falun Gong, sui dissidenti o sulla protesta di Piazza Tienanmen del 1989, poiché questi sono argomenti che il quartier generale degli Istituti Confucio non gradirebbe vedere organizzati

Nell’attuale periodo di forte tensione economica tra USA e Cina, le critiche si sono naturalmente spostate dalla libertà accademica allo spionaggio. Recentemente il direttore dell’FBI ha rivelato di aver monitorato gli Istituti Confucio per diverso tempo e di aver, in certi casi, “attuato operazioni di investigazione”. Ironicamente il governo Americano imita ora il regime totalitario del PRC determinando cosa può essere o non può essere insegnato nelle istituzioni scolastiche nazionali.

E i professori non possono fare altro che incolpare se stessi, per non aver previsto in tempo la minaccia alla libertà di dibattito e di parola che l’apertura degli Istituti Confucio – ormai più di dieci anni fa – avrebbe portato. Ora la situazione è paradossale, perché sia che gli Istituti Confucio rimangano, sia che si permetta al Governo USA di intervenire nei curricula universitari, l’indipendenza e l’integrità accademica appare compromessa.

Al di là del caso Zhao, dove sembra essersi trattato di una strategia disegnata a tavolino da esponenti del Falun Gong per boicottare gli Istituti Confucio in Canada, la questione non può essere presa alla leggera da chiunque abbia una minima conoscenza della strategia politica Cinese adottata negli ultimi trent’anni.
La Cina ha sempre preferito usare il “fioretto” rispetto alla sciabola, dove per fioretto si intendono strumenti “pacifici” quali cultura, denaro e pazienza, strategia completamente opposta a quella dei Paesi Occidentali che hanno anteposto politiche di aggressione e potenza spesso senza aver analizzato tutte le componenti e i possibili scenari di una tale condotta.

La Cina ha lanciato tre grandi operazioni quali La BRI (Belt and Road Initiative), il GEI (Global Energetic Interconnection – Vedi l’articolo 'GEI: lo “Smart Grid” cinese', pubblicato su Punto Zero N.10, luglio-settembre 2018, Nexus Edizioni) e i C.I., i Confucius Institutes appunto.
Come un puzzle globale, questi tasselli vanno a comporre uno scenario delineato da almeno un secolo nella strategia a lungo termine della Cina, che non necessariamente mira ad una “conquista territoriale” in senso Occidentale, quanto piuttosto ad una “Penetrazione Culturale” che possa conferire credibilità e riconoscimento da parte delle altre potenze come di una nazione illuminata in grado di guidare il mondo del prossimo futuro.

Che l’Italia, stretta com’è nella morsa del suo ritardo cronico, della frammentazione di identità e cultura e della sua precaria posizione in Europa non se ne sia accorta ci può anche stare. Ma che gli Stati Uniti non abbiano previsto né si siano resi conto delle conseguenze di una tale mossa globale da parte della Cina, appare piuttosto inverosimile e, quindi, decisamente allarmante.
21/01/2019 10:49:55

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