STORIE

FORT MACALLE'/2, IL RITORNO E LA DECADENZA

Il simbolo di un episodio della guerra italo-etiopica, assediato e vinto dai signori dello spaccio

Pietro Pistelli
L’assedio del forte di Macallè da parte dell’esercito etiopico avvenne tra il 15 dicembre del 1895 e il 22 gennaio dell’anno successivo, la guarnigione italiana del forte Enda Yesus a Macallé in Etiopia al comando del maggiore Giuseppe Galliano resistette valorosamente all’assedio del principale esercito etiopico guidato dallo stesso negus Menelik II.
Vi furono accordi, data la resistenza eroica degli italiani e il forte venne abbandonato il 22 gennaio dopo aspri combattimenti, spesso all’arma bianca. Le cronache riportano dati emblematici: 1.350 italiani contro 100.000 abissini, con perdite di 30 morti e 70 feriti per le truppe coloniali italiane.
Fu una pagina eroica delle guerra italo-etiopica e questo forte venne riprodotto a Macerata a ricordo delle conquiste africane, con il nome di Macallé presto sostituito nella toponomastica popolare, con il termine della Montagnola.
Oggi le cronache riportano in evidenza nazionale ed internazionale questi luoghi, in quanto indicanti territori extralegge, terre franche per lo spaccio di droghe per cui si sospettano anche i giovani neri, ‘espulsi’ dal continente africano e presenti in città (come indicano le cronache locali).
Cicli e ricicli: la storia sembra ripetersi: questa volta all’incontrario.
Un secolo fa gli italiani a conquistare l’Africa,il posto al sole e ora gli africani a fare il viaggio di ritorno.
Un forte,una montagnola, sopra i giardini intitolati al duce della vittoria della prima guerra mondiale, il massone Armando Diaz, che prese il posto dopo la disfatta di Caporetto del “macellaio”Luigi Cadorna.
Anche Cadorna a Macerata è ricordato con una via che sta proprio sotto i giardini Diaz. Da parte sua il  comune di Udine, ad esempio, dietro un moto di indignazione popolare, ha provveduto a sostituire la denominazione del luogo con piazzale Unità d’Italia. Per il Comune di Macerata una ulteriore esempio di attenzione verso la storia, specie nell’anniversario della prima guerra mondiale.
Ritornando alla Montagnola, questa è alle spalle del monumento a Giuseppe Garibaldi, il padre della patria che gira le spalle a quanto succede nell’antico forte, dopo il trasferimento (problemi di traffico) del monumento dal centro della piazza.
Un Garibaldi quello dello scultore, il massone Ettore Ferrari che si leva il copricapo alla calabrese e con il mantello spostato dal vento,  fissa l’orizzonte, per un avvenire di speranza e di libertà consapevole.
Negli anni scorsi il sindaco Carancini più volte sollecitato dall’Associazione Garibaldina e dal circolo del Giardinetto, in occasione della ricorrenza del 30 aprile 1849,  aveva manifestatol’intenzione di riportare la scultura al centro della piazza davanti ai cancelli restaurati, il volto rivolto verso Roma: la meta agognata di Garibaldi che non lo vide protagonista  della liberazione della città eterna dal dominio temporale dei Papi Re.
Altra promessa del sindaco maceratese: la riapertura, dopo decenni di oblio del Museo del Risorgimento, una chicca di Macerata, depositaria dell’epopea risorgimentale di tutte le Marche, con opere ad alto valore artistico e culturale nonché storico ristretti, quelli rimasti e non rubati, in polverose casse.
Oggi questa città definita come una sorte di isola felice con statistiche che la pongono ai vertici italiani del buon vivere, si risveglia piena di acciacchi e di una accoglienza alquanto problematica  con i monumenti diventati luoghi di spaccio, invece di perenne ricordo dei valori del Risorgimento che sono attuali e posti a base della nostra Costituzione, con le leggi che devono essere rispettate da tutti e anche da coloro che accogliamo nella nostra società,frutto di anni e anni di lavoro etico e civile, che non deve essere malcelato in questa tristissima esposizione mediatica per una Macerata che non la merita di certo.
10/02/2018 02:14:48

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