STORIE

IL CASO MACERATA, UNA GRANDE GIORNALISTA RICORDA LA SUA CITTA'

Emanuela Fiorentino - Vicedirettore Mondadori
Fonte: Grazia
Siamo sul treno e mia figlia filma col cellulare la neve che cade, la campagna improvvisamente bianca a un’ora da Milano. Ci aspettano tutti a Macerata, anche i regali di Natale che non siamo più andati a prendere. Ma sulla chat di famiglia, pochi minuti prima di mezzogiorno, arrivano cuori e stelline e il messaggio di una delle cuginette: "Non ci fanno uscire da scuola perché stanno sparando nelle strade, hanno abbassato anche le serrande della classe...". Che bello scherzo. E invece il mio telefono s'illumina per un messaggio vocale di Romano Carancini. Era con me a catechismo, nella parrocchia di Santa Croce, tantissimi anni fa. Tutti e due educati alla carità e all'indulgenza, spinti da buoni studi a lasciarci alle spalle l'operosa diffidenza dei marchigiani. "Non uscite di casa, c'è un uomo che spara, vi prego non uscite...” sento dire ora con voce spezzata a Romano, che nel frattempo è diventato sindaco, sindaco pd. L'ultima volta che aveva parlato alla città attraverso i social era stato un anno e mezzo fa per il terremoto. Diceva a tutti di stare tranquilli, che le strutture di accoglienza erano pronte, niente panico. Quella volta Romano si batteva con i maceratesi contro un pericolo reale, le scosse. Ora, penso mentre lo ascolto, è qui che tenta di tranquillizzare se stesso e di difendere i suoi cittadini da una specie di meteorite che si sta abbattendo sulla nostra terra.
Lo shock per la diciottenne fatta a pezzi è ancora forte. Il ragazzo nigeriano accusato di averla macellata e poi rinchiusa in due valigie abitava in via Spalato in una casa della buona borghesia. E tutto il percorso della morte più atroce che i maceratesi hanno dovuto sopportare dal Dopoguerra a oggi, si snoda nelle strade del cuore cittadino. I Giardini Diaz, via Spalato, Santa Croce, piazza Garibaldi. Pamela Mastropietro, prima di morire e mentre era a caccia di una dose di eroina, ha camminato inconsapevole su questi luoghi. Erano le tappe dell'allegra adolescenza maceratese, dei primi incontri d'amore, delle passeggiate dopo la scuola. Quando questa era la terra felix, l'Atene delle Marche, con le sue cinque università già negli anni Ottanta. Ottimi licei, quattro redazioni di giornali, un'offerta culturale, grazie anche allo Sferisterio, da fare invidia a tanti capoluoghi di regione con molti più dei nostri 40 mila abitanti.
Ora, al posto della "quieta provincia" ci sono gli spari nelle strade. Luca Traini, un esaltato col passato da leghista, finisce in manette mentre noi siamo ancora sul treno e arriviamo dalla neve di Bologna e poi da quella di Rimini. "Voleva uccidere tutti i neri della città" dice il barista che gli ha servito il caffè poco prima che le pallottole cominciassero a vagare ferendo sei africani. Il resto è cronaca di commenti impazziti, azzardi politici, accuse reciproche tra chi li vuole e chi non li vuole, gli immigrati. E lo sparatore, che si è fatto prendere con la sua pistola Glock e avvolto nel tricolore, per qualche scriteriato di internet è diventato persino un eroe.

Io non vivo più qui, ma i legami sono ancora forti. E i segnali della paura arrivano da tempo e di continuo. Dal circolo delle migliori amiche, per esempio. Dove c'è Paola, che fa la poliziotta e che i primi di febbraio se li ricorderà come giorni di turni infernali in questura, perché la tensione è alta e il folle, chissà, potrebbe avere contagiato qualche sodale. E dove gravita anche Morena, avvocato, da un paio d'anni sommersa da pratiche di sfratti di stranieri che hanno occupato diverse case qui intorno. O da Lucia, scrittrice e fine intellettuale, che insegna al liceo e che per una volta deve interrogare se stessa: "L’accoglienza deve essere una pratica condivisa, non una politica da subire come la tassa sul macinato nei romanzi di Verga”.  Lei, che del popolo della sinistra faceva e fa parte, mi racconta che anche le femministe della vicina Pesaro mettono le cose in chiaro: in nome del politicamente corretto non si può tornare indietro sui diritti e le libertà. Che integrazione è quella che mette a rischio l’incolumità delle donne?
Il degrado del tessuto urbano della "provincia quieta" è cominciato da tempo con le abitudini che sono cambiate. Nel giro delle migliori amiche ci sono mamme che, dopo il tramonto, non mandano più le figlie a portare fuori il cane. E che si accorgono che qualcosa è accaduto dalle decine di maglie multicolor appese sul filo dei panni alle finestre. Mamme che non accompagnano più i loro bambini sulle altalene e gli scivoli di Fontescodella, perché lì ci sono siringhe, bivacchi, e giovani neri sfaccendati e senza donne. Nessuno li conosce, non parlano e ti guardano. Chissà se fanno parte di quel 10 per cento degli stranieri che popolano la provincia di Macerata o degli irregolari come Innocent Oseghale, l'uomo che ha abbandonato i resti di Pamela nelle due valigie.
"Sono i padroni dello spaccio, da lì nasce il livore". Maurizio Verdenelli, capo storico del Messaggero, non ha dubbi e ricorda di quando papa Wojtyla venne qui: “Disse che Macerata, la definizione di Civitas Mariae doveva meritarsela. Ma adesso la violenza in qualche modo è germinata, ce la meritiamo?”.  Non c’è risposta, anche se il 14 gennaio, nella giornata dei migranti, lo stesso Innocent era lì a ricevere coperte e beni di prima necessità portati con grazia dai parrocchiani di Santa Croce. E proprio Innocent era stato chiamato sull'altare e aveva ringraziato la Civitas Mariae. Non c’è risposta.

Nei giorni dopo gli spari, il cielo non è più plumbeo, ma solo molto movimentato dagli elicotteri. Nessuno in strada, i neri a casa loro. Mario Monachesi faceva l'usciere in comune, oggi scrive versi come questi: "Macerata era città tranquilla tranquilla, poi non sono arrivati gli immigrati a disturbare, no, sono mancati i controlli e sono arrivati i fiutatori d'affari, la droga a fiumi, la cecità dei palazzi... poi è apparso il mostro sanguinario e un nuovo mostro con l'inferno della vendetta si è materializzato. Ora Macerata è un mostro grande che spaventa tutto, tutti, i buoni e gli innocenti, chiunque meriti la città granne di un tempo, di un sogno fa".
Civitas Mariae per una volta al centro del mondo, sotto una scossa più profonda del terremoto.
08/02/2018 17:36:57

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