INCOGNITA

I CELTI IN UMBRIA

Diego Antolini
L’influenza che i Celti, popolazione dalle origini ancora sconosciute, ha prodotto in Umbria è ravvisabile innanzitutto dal nome di alcune divinità locali antichissime: il Dio Penn, o Pennin, adorato in varie parti d’Italia. Penn significa “cima”, ma alcuni storici romani, ad esempio Catone, ne parlano come di una misteriosa divinità femminile. La Dea Pennina venne in seguito sostituita da un nuovo culto maschile, quello di Giove, poi detto Pennino.
Ma i riti connessi alla Dea Pennina scomparvero definitivamente con l’avvento della Cristianità, quando Carlo Magno minacciò di pene severissime i contadini che veneravano strane pietre in luoghi nascosti (secondo l’antico rituale celtico della “vergine nera”).
Di queste antiche credenze conserviamo ancora alcuni toponimi, come le Alpi Pennine, gli Appennini, il Monte Pennino, il Monte Penna.
Altra figura enigmatica e antichissima è quella del Dio Lug. Se ne trovano tracce nel sud Italia, collegato a Sant’Antonio ma anche a Sant’Isacco di Spoleto.
Il Dio Lug era di solito rappresentato come un giovane che teneva un cinghiale (questo animale era particolarmente sacro ai Celti), ed era una delle maggiori divinità del pantheon celtico.
L’Umbria sarebbe una regione molto legata al “popolo della quercia”, come dimostrano anche le molte somiglianze tra il dialetto umbro e la lingua celtica (ancora oggi conservata intatta grazie alla diffusione del gaelico in Irlanda, in Galles e in Scozia).
Ad esempio l’articolo “il” si dice “Lu” in gaelico, ma anche nel dialetto ternano. Come Asun è Asino, Mul è Mulo e Gapr è la Capra, per entrambi gli idiomi.
Il Professor Farinacci ha fondato da tempo un’associazione che ha lo scopo di dimostrare l’origine celtica delle popolazioni e tradizioni locali. Questa sua tesi è accompagnata da moltissimi indizi: il tempio solare presente a Monte Spergolate (Stroncone); a Torre Alta è invece presente un osservatorio astronomico antichissimo, formato da una roccia – Menhir con la cima scavata, a formare una vaschetta quadrata riempita d’acqua. Le costellazioni si specchiavano nella vasca e indicavano nei vari periodi dell’anno solstizi ed equinozi con precisione matematica; a Cesi vi sarebbe la “Pietra Runica di Cesi”, una pietra che presenta simboli runici che, secondo Farinacci, sarebbero attributivi del “culto fallico”, cerimonia presente anche a Carsulae.
Qui vi sarebbero tracce del “culto del Priapos”, antico rito della fertilità legato al Sole che con i suoi raggi mutati in pietra penetrava la Madre Terra e la rendeva fertile.
La Conferma dell’esistenza di tali riti nella zona sta secondo il Prof. Farinacci nella presenza dei simboli sotto il Menhir, che rappresenterebbero segni zodiacali e il “fiore della vita”, segno di fertilità, orientato ad Est, verso il Sole (elemento maschile) che tramite il Priapos rende fertile la Terra (elemento femminile).
Il santuario del Culto Fallico si sarebbe trovato dove è ora la Chiesa di San Damiano; lì gli iniziati venivano portati per il sacrificio rituale.
Purtroppo si conosce molto poco delle tradizioni di Carsulae, a causa della sistematica censura operata dalla Chiesa Romana su tutto ciò che non era conforme ai dogmi della fede cristica.
Ma in Umbria questo accanimento si scontrò con la presenza dei Longobardi nel Ducato di Spoleto: essi intervenivano sovente per bloccare ogni tentativo di distruggere la loro capitale religiosa, fonte della cultura celtica.
Altri indizi a sostegno della tesi dell’influenza celtica in Umbria sono il mosaico con le croci uncinate (o svastiche) e il nodo gordiano, che un tempo dovevano ornare il Santuario del Culto Fallico (oggi il mosaico è conservato al Museo Civico di Spoleto). Nel mosaico è rappresentato un uomo che porta un bastone con una scacchiera in equilibrio e orina.
L’immagine descrive forse un Druido nell’atto di preparare la magica “Acqua Santa”, che utilizzava una miscela di urina e acqua. La scacchiera potrebbe rappresentare l’unione delle tribù celtiche sotto il comando di Carsulae.
Presso questo luogo mistico vi sarebbe inoltre l’ingresso del Regno dei Morti, o la Porta di Saman (oggi Arco di San Damiano).
Un tempo, durante la ricorrenza del 2 Novembre, la gente si stendeva nei campi e beveva idromele e mangiava fave lesse, usanza ancora oggi praticata in Umbria.
29/01/2018 01:34:28

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