CULTURA/Libri

"Assassinio in villa", romanzo

Capitolo Quinto - Parte Seconda

Luciano Magnalbò
Il sostituto aveva davanti a se le carte e ragionava da solo a questo modo: l’etiope era quello che la mattina aveva scoperto il cadavere, ma d’altra parte era anche l’unico che potesse andare e venire indisturbato a qualsiasi ora nelle stanze della vittima senza creare sospetti e dare nell’occhio; si era appurato che tra i due c’era molto di più di un rapporto di lavoro e la signora Paola, la contessina, lo faceva partecipe di ogni suo ben di Dio, gli accordava tutta quella intimità che le classi alte e nobili hanno sempre concesso a taluni dei loro serventi e famigli, di solito a quelli addetti alla cura della loro persona e degli appartamenti privati; così le antiche matrone romane, che con i loro giovinetti non facevano sicuramente le ritrose, così pure le sultane degli harem, che con gli infecondi eunuchi intrecciavano indisturbate raffinati rapporti di diverso tipo, e così infine le castellane medioevali, cui la cintura di castità impediva indesiderati contrattempi ma proprio null’altro.
L'etiope quindi era tra tutti il più sospettabile, e se non era stato lui ad uccidere la contessina era veramente caduto in un grosso guaio; il movente era a portata di mano, una somma nelle borsa della vittima da far gola a qualsiasi persona, figuriamoci ad un immigrato dell’Africa più nera, ad un etiope senza padre, madre e famiglia, ad un ragazzo che non aveva mai visto più della sua misera paga mensile; bastava pensare al delitto della contessa Filo della Torre, il cui cameriere filippino aveva confessato qualche mese prima, dopo venti anni, di averla uccisa per prendere dei gioielli, i quali poi non erano nemmeno di grande valore; o a quello del senatore Corrao, sgozzato dal suo domestico, magari per motivi diversi, ma comunque fatto fuori; e questi erano solo due esempi che ritornavano alla memoria, perché il mondo ha sempre assistito ad omicidi in casa da parte di serventi nei confronti dei propri padroni.
A carico dell’etiope andava invece escluso l’altro movente, quello a fini sessuali, dato che la povera signora Paola se lo portava a letto volentieri di propria spontanea volontà; beato lui, la povera signora Paola era una donna spaventosamente attraente, che presumibilmente faceva anche teatro girando in camera con la sottoveste e pure meno; e che doveva fare quel povero Cristo?
Anche lui, il sostituto, se si fosse trovato in quelle condizioni…avrebbe… ma lasciamo perdere!
L’etiope poi, interrogato più volte, aveva fatto le sue dichiarazioni a rate.
Al maresciallo nulla aveva detto di quella notte con la professoressa nel locale; a lui sostituto aveva la prima volta raccontato che s’erano fermati nel locale un’ora per andare poi alla barca, e la seconda volta che dopo il locale con la signora Martina erano andati a fare un giro fino a San Benedetto ed erano giunti al molo dov'è attraccata la barca dell’architetto, più o meno alle sei della mattina.
Tali difformità di versioni facevano considerare come i suoi racconti fossero tutte fandonie, e bisognava sapere di preciso dov’era stato dalle tre alle sei; anche perché - sollecitato in proposito - non ricordava nemmeno un particolare di quel fantomatico giro notturno.
Invece avrebbe potuto benissimo scaricare in barca la professoressa e, risalito alla villa, essere entrato nella stanza della contessina, cercato il denaro ed i gioielli e, sentendola prossima a svegliarsi, e quindi con il terrore di essere colto con le mani nel sacco, aveva preso il coltello dal comodino e glie lo aveva ficcato nel cuore.
D’altra parte l’unica sua testimone poteva essere la signora Martina, l’altra maggiore indiziata, che era stata l’ultima e vedere viva la contessina; ma pure se costei avesse confermato la versione dell’etiope, rimaneva il critico fatto del sospetto di un diabolico scagionamento reciproco, da non potersi controllare in nessun modo in mancanza di altri testimoni.
Andava poi valutata l’ipotesi, peraltro abbastanza peregrina, che i due si fossero messi d’accordo per uccidere con intenzione: usciti dal locale erano ritornati alla villa, avevano lasciato la macchina accanto al cancello di servizio rotto e socchiuso, posto sul retro della casa, verso la collina, una strada dove non passa mai nessuno, specie di notte; s’erano infilati nella corte indisturbati, dato l’accertato avvelenamento dei cani, di cui l’etiope era stato l’autore, ed erano entrati nella stanza della povera signora Paola dalla finestra aperta; e mentre uno prendeva soldi e gioielli, l’altro vibrava il tremendo colpo.
Ma se l’etiope poteva avere anche più di un movente, perché Martina, che forse era la persona più vicina alla vittima, si era resa sua complice?
Va bene che - come dice il maresciallo - la centralina del cervello può saltare, ma occorre che vi sia un motivo; ammettiamo pure che la professoressa fosse ubriaca, e quindi non più padrona di se stessa, ma sarebbe allora stata in grado in quelle condizioni di entrare dalla finestra, cercare il bottino nella stanza o piantare il coltello nel cuore della vittima? Il sostituto qui si bloccava, non aveva alcun elemento sia per individuare un rapporto tra i due che consentisse di spiegare il perché avessero portato a termine un così sciagurato progetto, sia per localizzare un movente che potesse averli spinti a compiere quel fatto criminale.
L’ipotesi quindi del delitto a due non reggeva; e se sull ‘etiope il sostituto manteneva le proprie convinzioni, per quanto riguardava la professoressa non riusciva a trovare un minimo impulso da cui partire e per il quale potesse essere presa in considerazione come assassina.
Certamente non poteva essere stata attirata né dai gioielli né dal denaro, data la sua estrazione e considerata la sua educazione, e soprattutto dal momento che risultava benestante di suo; poteva essere l’amante dell’architetto - e questo si sarebbe prima o dopo appurato - e quindi essere stata spinta da una insana forma di gelosia, ma di solito è la moglie che ammazza l’amante e non il contrario; poteva avere avuto una lite con la vittima, un delitto d’impeto, ma allora lo scenario sarebbe stato diverso da quello di una persona uccisa mentre beatamente dorme nel proprio letto.
Ma se la professoressa mentre Paola veniva uccisa era da un’altra parte, in barca, a San benedetto o altrove, era comunque la persona che più conosceva la vittima, le sue abitudini e forse anche qualche suo segreto, e quindi aveva una completa preziosa panoramica di tutto quello che s’era svolto negli ultimi tempi intorno alla sua sfortunata amica; e quindi doveva essere a disposizione; in più da libera avrebbe tranquillamente potuto inquinare le prove.
Venne il colonnello dei carabinieri in persona a notificare a Martina l’iscrizione nel registro degli indagati con l’avviso di nominare un difensore.
Era arrivato con l’Alfa di servizio guidata da un appuntato, ed era un tipo che andava per le spicce; e quando ebbe davanti l’indagata, le domandò se era proprio lei la signora Martina Franchi di San Giovanni; s’aspettava una racchiona, una di quelle nobilone rachitiche e zitelle, uno scorfano frutto di incroci parentali verificatisi per generazioni e generazioni; invece, madonna santa, questa probabile assassina era una di quelle donne che ci mettono poco a far girare la testa ad un uomo.
- Dica colonnello.
Martina sapeva riconoscere i gradi militari, al contrario di quasi tutte le donne, perché così le aveva insegnato suo padre.
Il colonnello rimase favorevolmente impressionato da questo inizio e comunicò con un garbo che non gli era consueto che doveva notificarle un avviso di garanzia.
- Dovrò andare in carcere? - sospirò Martina guardandolo mite con degli occhi da santa.
- Ma no, ma no, per ora non c’è nessun mandato - replicò il colonnello, pensando che nell’eventualità se la sarebbe portata volentieri ai domiciliari a casa sua, se non ci fossero stati la moglie ed i bambini.
Si sistemarono nel primo salone, quello più vicino alla poppa, e dato che era quasi mezzogiorno Martina chiese al colonnello se gradisse un aperitivo.
Il militare pur non avendo del tutto esaurito il suo compito, in mezzo a tutte quelle meraviglie non si considerava più in servizio; disse di si, e subito il cameriere di bordo portò Cristal, bicchieri e tozzetti con caviale; Martina gentilmente gli porse la coppa, ed egli poté notare l’eleganza delle mani abbronzate della donna, le sue lunghe dita, lo smalto perfetto.
- Lei da tempo conosceva la signora Paola?
Non era un interrogatorio formale, era solo un modo per iniziare una conversazione, e quella domanda l’avevano già fatta il maresciallo ed il sostituto.
- Da sempre colonnello, i nostri genitori si conoscevano, tra mia madre ed il padre di Paola c’era una qualche parentela, siamo state a scuola assieme, siamo cresciute assieme, abbiamo più o meno frequentato le stesse persone; ma mentre io dopo l’università ho continuato a studiare e mi sono vinta la cattedra, Paola s’è sposata con Pietro e ha lasciato perdere.
- Pietro sarebbe l’architetto? E lui quando l’ha conosciuto?
- L’ho conosciuto insieme a Paola, lo incontrammo a Londra al matrimonio di un cugino di Giulia, e subito si mise a fare la corte a tutte e tre; era un seduttore, un Casanova, un dongiovanni, uno sciupafemmine, aveva donne da tutte le parti; poi si è calmato e ha sposato Paola che era la più bella tra le belle.
Più bella di lei? avrebbe voluto domandarle il colonnello, ma si trattenne; non voleva essere né mieloso né ardito.
- E Giulia chi sarebbe?
- Giulia Spencer, è una nostra lontana cugina avvocato che vive tra Roma e Londra; sua madre era italiana e suo padre è un lord inglese con una villa in Cornovaglia, di quelle che si vedono nei film; lui è un dissestato, dopo aver divorziato dalla madre di Giulia si è sposato altre due volte, e l’ultima con una russa, una di quelle che vanno in cerca di vecchi e di eredità; Giulia ha collaborato spesso con Scotland Yard ed è esperta in diritto criminale; comunque fra poco dovrebbe arrivare e così la conoscerà.
Il colonnello, disposto ad attendere e curioso di vedere questa avvocatessa baronetta e criminologa, chiese se si poteva far salire in barca l’appuntato che, sul molo, si stava a cuocere a bordo dell’Alfa; costui salì guardandosi attorno intimidito, non aveva mai visto un lusso simile, non era mai salito in una barca del genere, e nemmeno mai ne aveva immaginato l’esistenza; fu fatto accomodare in un salottino con televisione, Cristal, tozzetti e giornale ad aspettare gli eventi.
Anche l’avvocato fu per il colonnello una piacevole sorpresa, non era bella come la professoressa - per quanto i suoi occhi celesti abbagliassero e la sua pelle sembrasse di seta - ma aveva molta verve ed una speciale lingua sciolta, con forti inflessioni di accento inglese; e l’architetto era un pezzo d’uomo con i capelli neri ondulati ed una bella barba sul grigio, e si vedeva che era pieno di soldi e capace di comandare; aveva anche l’aria di chi non ha affatto deposto le armi, anzi dava l’impressione che quel vizio delle donne di cui parlava la professoressa non gli fosse affatto passato.
Il colonnello domandò a Giulia cose ne pensasse di quell’omicidio, e Giulia rispose che bisognava cominciare a valutare l’ipotesi più difficile per giungere via via a quelle più facili; era questo il metodo di Scotland Yard e di solito dava ottimi risultati; e l’ipotesi più facile era quella che fossero stati o Girma, il primo a vederla morta, o Martina, l’ultima a vederla viva, o tutti e due insieme.
- Quindi secondo lei le indagini dovrebbero iniziare fuori da questo contesto?
- Certamente, Martina e l’etiope li abbiamo a portata di mano, di loro sappiamo quasi tutto, erano quelli che più frequentavano la povera Paola; la polizia postale tramite il tracciato dei loro telefonini ci dirà dove erano all’ora del delitto, e forse loro potranno portare altre prove a discarico; comunque per Martina manca il movente, ed è debole e di scuola quello attribuibile all’etiope; e l’ora del delitto è stata stabilita con precisione all’esame del livor e del rigor mortis, ed in seguito all’autopsia effettuata sullo stomaco: quasi sicuramente le quattro e quindici del mattino, minuto più minuto meno.
- Dove andrebbe a cercare lei dunque l’assassino?
- Paola aveva l’antica abitudine dei genitori e dei nonni di dormire d’estate al pianterreno della villa; era una abitudine di quando la casa era presidiata da venti persone di servizio tra cameriere, cuoche, addetti alle pulizie, giardinieri, ortolani, autisti, falegnami e cantinieri;  e non andavano in giro tanti delinquenti come oggi: oggi ogni giorno si legge di una rapina in villa, di persone malmenate ed anche torturate in casa, squadre di criminali, spesso di rumeni e di slavi, si muovono pericolosissime ed indisturbate di notte nelle campagne usando ogni mezzo utile per giungere al risultato; in una casa hanno persino sfondato cancello e parete con un bulldozer rubato in una cava vicina; quindi perché solo Girma o Martina dovrebbero essere gli assassini, persone che ognuno a modo proprio a Paola volevano bene? Andiamo piuttosto a cercare in quegli ambienti dove la violenza e la droga sono all’ordine del giorno, dove c’è sempre bisogno di soldi, e dove si ammazza anche per mille euro!
- Potevano sapere costoro che la signora Paola dormiva a pianterreno con la finestra aperta?
- Colonnello in casa circola tanta gente, mi ha detto il ministro che ultimamente ha avuto gli operai per una revisione dell’impianto della luce, ed anche la stanza di Paola è stata rimessa a posto da due operai; il primo  era un ragazzo dell’est, e il secondo, un italiano, portava due orecchini grossi così e sembrava  che si faceva; saranno stati bravissimi ragazzi, ma al contrario uno dei due potrebbe anche essere stato il basista, colui che ha dato le informazioni; d’altra parte i cani avvelenati e la chiusura saltata del cancello di servizio fanno pensare ad un qualcosa di programmato; vedremo poi se il RIS è riuscito a rilevare tracce utili sotto la finestra di Paola, e se eventualmente i cani molecolari riusciranno a svolgere con esito positivo il loro compito.
- Scusi avvocato, ma così ragionando potrebbero essere stati anche il ministro o la badante, che erano in casa, o il capitano di questa barca, con la collaborazione dell’architetto, che da Roma ha diretto le operazioni. Scusi eh architetto.
All’architetto venne da sorridere mentre al capitano, che nel frattempo li aveva raggiunti, sembrò una vera e propria stupidaggine ed una mancanza di rispetto.
Il colonnello manifestò il desiderio di visitare quella barca, di cui una eguale sicuramente non gli sarebbe più capitato di vederne in vita sua, e l’architetto con il capitano, costui molto malvolentieri, l’accompagnarono a fare un giro.
Martina intanto parlava con Giulia.
- Debbo nominare un avvocato, questi sono matti, sono capaci che arrivano e mi ficcano dentro; ma che cosa vogliono da me? Come posso aver ucciso Paola? E perché avrei dovuto ucciderla?
- Martina, ormai sono discorsi che abbiamo fatto tante volte, ora dobbiamo solo prendere atto della realtà e regolarci di conseguenza; e tu hai bisogno di un avvocato e di un avvocato con tanto di palle, che non si faccia mettere i piedi sopra dagli inquirenti, che conosca alla perfezione la procedura e che abbia l’ingegno necessario per affrontare la situazione.
16/06/2018 21:57:15

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