CULTURA/Libri

"Assassinio in villa", romanzo

Capitolo Quarto - Parte Quarta

Luciano Magnalbò
-E il capitano che diceva degli armatori, come ne parlava?
Il giovane uomo, disteso vestito sul letto, e con il sigaro in bocca, guardava attento il soffitto.
La signora Carla, compostamente seduta sul bordo, rispose con garbo che tirare fuori notizie dal capitano era stata un’ impresa, ed era accaduto solamente  nei  momenti di abbandono cui riusciva a condurlo, ma con molta fatica , in quanto lui tendeva a rimanere sempre vigile e padrone di se; comunque più che altro parlava della barca e della crociera nella ex Iugoslavia che l’architetto e la moglie avevano programmato.
-E della moglie che diceva, secondo te se la faceva?
-Lui l’ha sempre negato, ma mi risulta che lei sia stata piuttosto libera.
-Un po’ puttana vuoi dire? Ma guarda che tutte le donne sono puttane;  e l’uomo, detta tale volgarità, guardò la signora Carla per goderne la reazione, ma lei invece rimase indifferente come se non avesse sentito nulla.
-Sarà stata una donna come tutte le altre – continuò l’uomo, correggendo un po’ il tiro e tenendo in alto il mezzo sigaro tra il pollice e l’indice - le donne  quando hanno mezzi propri e non debbono dipendere da nessuno si levano qualunque capriccio, e di solito ne hanno tanti; ed hanno anche molte fantasie da contentare.
Carla alzò le spalle, non voleva  entrare in merito, non voleva nemmeno sparlare di una donna che non aveva conosciuto se non in via indiretta e tramite i racconti di altri; ed una sera a cena insieme  non era stata sufficiente per squadrare la persona e darne precisi giudizi; anche se aveva visto che Paola era diventata furibonda , come se fosse gelosa del ragazzo, quando lei, ballando con Girma, s’era lasciata corteggiare.
La signora Carla era venuta nelle Marche per motivi di lavoro, e cioè per una sorta di spionaggio che poteva essere realizzato solo utilizzando le armi di una donna; era stato stabilito un cachet piuttosto alto, la committenza non aveva battuto ciglio, lei per non dare nell’occhio s’era sistemata in un normale tre stelle, pulito e ben servito, ma non in prima fila; l’auto la prendeva in affitto, e di giorno non usciva mai dal suo alloggio; pensava che si sarebbe rifatta il mese successivo in Sardegna, dove avrebbe potuto rilassarsi, andare in spiaggia, prendere il sole e nello stesso tempo continuare a lavorare; conosceva il giro e per  rientrare sarebbe stato sufficiente sedersi una sera al Bar Ballando del suo vecchio amico Scipione.
Invece la morte di quella Paola aveva guastato tutto, ed ora si trovava nella antipatica condizione di rendersi introvabile fino a quando le cose non si fossero chiarite; e così viveva da reclusa in quell’appartamentino, che la committenza le aveva messo a disposizione.
Il primo oggetto delle sue indagini era stato il capitano Ruggero d’ Ambrosio; aveva fatto in modo di incontrarlo una sera in un locale della collina, non era stato difficile agganciarlo, ma era risultato molto complicato farsi dare notizie utili; lei d’altra parte conosceva simili soggetti e sapeva che sarebbe occorsa molta dedizione e pazienza; il guaio dunque era che il capitano consumava con un certo ritmo, ma assai più lentamente si sbottonava, e coloro che  pagavano chiedevano  di riferire e tendevano a pressarla.
Al capitano, per depistarlo, aveva raccontato che lei d’inverno viveva a Bologna, e gli aveva dato la via ed il numero civico di una collega che aveva conosciuto all’hotel Cristallo di Cortina in occasione di un meeting  di piloti da corsa.
Il secondo soggetto sensibile da trattare era stato individuato nell’etiope, che era il domestico personale della signora Paola, e che quindi poteva riferire meglio di ogni altro sulle abitudini, sui movimenti  e sulle amicizie della importante padrona.
Con l’etiope la signora Carla aveva adottato una strategia giovanile, non gli aveva detto dove alloggiava – né lui l’aveva mai chiesto – e gli aveva  fatto capire che era una semplice prostituta che lavorava in proprio lungo il tratto di costa che da Civitanova arriva a San Benedetto; lo andava a prendere in macchina nel luogo dell’ appuntamento, ed ai soliti locali che frequentavano pagava lei, perché il ragazzo era sempre a corto di euro; gli aveva fatto credere di essere innamorata , e in effetti quel ragazzo non le dispiaceva affatto e costituiva la parte più gradevole del suo lavoro; poi la macchina in un quieto posto, oppure un  prato o una spiaggia di notte, erano i teatri dei loro rapporti, e quand’era lì Girma, che  difficilmente la prima volta resisteva  senza esplodere alle carezze ed alle tastatine della signora Carla necessarie per mettergli il preservativo, rispondeva in modo esauriente a tutte lo domande che lei gli faceva; ed era il bis, che  veniva portato a termine con regolare andamento, che veniva festeggiato e  ricompensato con cento euro.
Al ragazzo Carla si era affezionata, la divertivano quei fulminei ed improvvisi default, di cui lui invece si vergognava,  e qualche volta se ne erano anche andati a fare l’amore in mezzo al mare, con uno dei  tender del panfilo dell’architetto.
-Ma tu ci vai a letto con la signora Paola? - gli aveva tante  volte sussurrato all’improvviso, mentre l’etiope le era sopra a peso morto dopo essersela goduta – fai con lei quello che stai facendo con me?
Girma aveva sempre senza esitazioni risposto di no, lei non ci aveva mai creduto, ma il fatto ai fini della sua missione era del tutto irrilevante.
-Quanto dovrò stare ancora qui dentro, cosa prevedete di fare ora?
Carla si sentiva angosciata, quando cominciano a starci di mezzo i morti non si può mai stare tranquilli; ma chi glie lo aveva fatto fare di accettare quel lavoro? A quest’ora poteva stare alle Baleari o alle Maldive con qualche pezzo da novanta ben pagante e poco stressante, o nella Costa d’Oro con i suoi amici spagnoli, quella parte di Spagna che non risente mai di nessuna crisi, grandi cavallerizzi di cavalli e di donne, belli, alti, bruni, con i capelli ondulati tirati all’indietro, lo sguardo da matador, la Ferrari scoperta,  e sempre pronti a far festa bevendo, ballando e tirando qualcosa.
-Non credo vada alle lunghe, il negretto è in catene, penso il tempo occorrente per  una istruttoria decente ed una istanza di rinvio a giudizio; i tempi per la chiusura delle indagini non dovrebbero essere lunghi.
-Dopodiché sarò libera di andarmene?  E ricordati che dovete finire di pagarmi.
-Stiamo prelevando i soldi per il nero – rispose l’uomo disteso sul letto  togliendosi di bocca  il mezzo sigaro - con queste regole bancarie pazzesche occorre del tempo, non si può prelevare più di tanto per volta; ci siamo rivolti anche ai centri commerciali qui intorno, che sono macchine per riciclaggio e per creare liquidità, ed attingiamo anche da lì; stai tranquilla, e comunque qui dentro non ti cercherà mai nessuno.
Per quanto riguardava l'etiope Giulia confermò che preferiva non assumerne la difesa perché voleva essere libera di condurre le indagini a tutto campo; inoltre, per il fatto di lavorare più che altro in ambito extraprocessuale sia a Roma che a Londra, non aveva una perfetta conoscenza della complicata procedura processuale italiana; esclusero di far venire da Roma uno di quei pezzi da novanta che saltano fuori dalle pagine dei giornali, e che l’architetto conosceva in buon numero, e di molti dei quali era coetaneo, e con i quali frequentava gli stessi circoli; e non perché per Girma, per un etiope, per un immigrato, non ne valesse la pena, ma per il motivo che quando metti in moto una macchina del genere resti totalmente esautorato, e non hai più alcun margine di manovra.
Fecero varie telefonate agli amici, anche ai vecchioni del burraco, per domandare se conoscessero un buon avvocato penalista in loco, abile, serio e riservato, ma tutti preferirono non immischiarsi.
Convocarono allora il ministro, che del territorio conosceva vita, morte e miracoli, il quale sapientemente consigliò di escludere avvocati del foro locale che avrebbero potuto avere timore reverenziale per il procuratore e per i suoi sostituti, indicando invece un avvocato di fuori distretto di cui gli avevano parlato, che sembrava possedere tutte le caratteristiche che loro richiedevano: competenza, serietà e riservatezza.
Il ministro si dette da fare per rintracciarlo e, attraverso la catena delle sue conoscenze, fu il lavoro di un lampo; lo studio era chiuso ma la figlia, raggiuta al cellulare, disse che potevano essere ricevuti il pomeriggio del giorno dopo, nella casa di campagna, dalle diciassette in poi; e dette tutte le coordinate per il navigatore.
Andarono l’architetto, Giulia e Martina ed arrivarono puntuali alle diciassette.
La casa, detta nella contrada il Palazzo, consiste in un cubo di mattoni di fornace marchigiana di venti metri per ogni lato e di altri venti metri di altezza, con una bella facciata seicentesca arricchita, nelle tre colonne centrali, da ampi finestroni ad arco; ha sul davanti, verso il sud, un giardino all’italiana, di fronte alla parete ovest, a recingere un’ampia corte, i magazzini di servizio, e tutto attorno un grande parco.
Li aspettava una ragazza vestita di blu, con i sandali bassi, i capelli castani, gli occhi brillanti ed il naso a punta.
La ragazza sorrise ed indicò all’autista dove avrebbe dovuto parcheggiare.
Lassù tirava aria fresca e seppero dalla ragazza che sempre lì tirava aria fresca.
- Sono Bea, Beatrice - si presentò, e li fece accomodare sotto l’ombra degli elci, al limitare del parco, accanto ad un campo di bocce circondato da siepe di bosso; era il campo di bocce, la gancia, dove i contadini dell’azienda nei tempi passati, ai tempi del bisnonno, giocavano appena finita la messa che il parroco della frazione veniva a dire nella cappella; lei non lo ricordava, ma erano racconti sentiti da suo padre.
- Lo studio è chiuso per le ferie ed io sono qui.
Poi prevenendo la domanda dell’architetto disse con sofferenza: - mio padre è mancato, penso che lo sappiate; ora ci sono io.
L’architetto, Giulia e Martina si guardarono: no, non sapevano questo, il ministro evidentemente aveva ricevuto informazioni datate, ed ora al posto di un esperto e collaudato professionista si trovavano di fronte ad una ragazzina probabilmente alle prime armi.
In effetti Bea dimostrava meno anni di quelli che aveva, ed era abituata al meravigliarsi della gente quando diceva che ne aveva trentatré, era avvocato da sette e frequentava lo studio da dieci; e che, sulle orme del padre, aveva particolare attitudine per il penale.
Giulia vide subito nella circostanza un fatto positivo, la ragazza non era uno di quei tromboni vanitosi, sembrava aperta, probabilmente non avrebbe rifiutato una collaborazione, e forse con lei si potevano meglio discutere le cose e ragionarci sopra.
Anche l’architetto e Martina ebbero lo stesso pensiero.
Bea fu attenta a quanto i tre le raccontarono, sovrapponendosi a volte nella foga l’uno all’altro; si alzò per andare a prendere un blocco ed una penna, e l’uomo e le due donne la seguirono con lo sguardo; era calma, sicura e camminava con eleganza.
- Anche la signora Martina quindi rischia, fu l’ultima a vedere la vittima ed il procuratore potrebbe farci un pensierino; ma per la conferma dell’ora del delitto bisognerà comunque aspettare l’autopsia - disse rimettendosi seduta.
Martina strinse gli occhi come per guardare lontano, sicuramente il suo DNA sarebbe stato trovato nel letto di Paola, forse anche addosso al suo corpo, e vai a spiegare al sostituto il perché di quella situazione, nel cuore della notte e dopo una festa, dopo avergli escluso che qualcosa di lesbo vi fosse tra lei e la sua amica; inoltre l’arma del delitto, quel maledetto coltello da cinghiale era sopra al comò a portata di mano, ed anche questo aveva riferito al magistrato; e che nel manico non vi fossero le sue impronte era elementare, perché anche un bambino per uccidere con quell’arma, mentre la vittima era addormentata, avrebbe usato qualcosa per non lasciare impronte, come un guanto, un fazzoletto o un asciugamano.
- Vuol dire che difenderà anche me - disse sospirando e guardando per terra.
- Non potrei, vi sarebbe incompatibilità, perché magari difendendo lei forse dovrei accusare l’etiope o viceversa.
Bea proseguì con molte domande per riuscire a capire bene i fatti ed ad entrare nel mondo delle persone che aveva davanti, che costituivano una larga parte del cast di attori di quello spettacolo, che s’era sviluppato come una fiction, ma che purtroppo costituiva una realtà.
Volle sapere dall’architetto quali fossero i suoi rapporti con la moglie, che lavoro facesse e cosa ne pensasse del tutto, se avesse sospetti su qualcuno e se potesse fornire qualche utile indizio; in pratica gli ripeté le stesse domande che avevano fatto i carabinieri ed il sostituto; volle anche sapere delle disponibilità di Paola, quali fossero le sue abitudini giornaliere, e se per caso bevesse, fumasse o assumesse droghe.
- Sapere questo è importante - disse - per valutare a quale mondo rivolgere le attenzioni.
L’architetto rispose che le disponibilità della moglie erano molto elevate, che era impossibile controllare quanto spendesse, salvo esaminare gli estratti conto delle sue banche, che beveva volentieri aperitivi, specie il Martini, che aveva deciso di smettere di fumare perché il padre era morto senza respiro, e che non gli risultava che assumesse droghe di qualche genere.
- Ma in ipotesi positiva non l’avrebbe mai e poi mai detto a me - disse con durezza - perché sapeva bene come la penso in proposito.
Da Martina si fece raccontare di quella serata del burraco, dell’ora passata a conversare con l’amica, distesa nel suo letto, e volle sapere con precisione l’ora in cui l’aveva lasciata, se quando era uscita fosse addormentata, e se la finestra fosse aperta.
- Paola quando me ne andai dormiva, e la finestra era aperta; quella finestra aperta mi metteva paura, eravamo a pianterreno e nella camera entrava il buio della notte; le chiesi se potevo chiuderla, ma mi rispose che era abituata, che c’erano i cani, che nessuno si sarebbe azzardato, e che lì dentro a finestra chiusa si moriva; Paola costituzionalmente sentiva sempre molto caldo.
L’architetto confermò: - in barca tiene sempre l’aria condizionata a palla, e d’inverno in casa ti fa strinare dal freddo. - Ti faceva - rettificò poi, improvvisamente commosso.
Strinare dal freddo, un linguaggio da cacciatore; Bea ricordò con malinconia che anche suo padre usava quei termini; poi rivolta a Martina domandò : - lei dopo si è fatta accompagnare al porto dall’etiope, vero?
Martina annuì abbassando gli occhi.
Nessuno le domandava di più, ma se fosse stato necessario avrebbe chiarito a tu per tu con l’avvocato cosa era successo quella notte.
Bea la guardò come se avesse compreso e continuò: - qualcuno quindi, dopo che lei se ne è andata, potrebbe essere entrato da quella finestra, i cani erano stati avvelenati e tutti dormivano; questo fatto del veleno dei cani gioca a favore di lei e dell’etiope, perché fa pensare ad un qualcosa di programmato, da parte di un soggetto che ben conosceva le abitudini della signora Paola, ma che non frequenta la casa e non può entrare dalla porta. La squadra investigativa comunque sarà bene in grado di rilevare eventuali impronte nello spazio antistante la finestra. Ma il movente, quale può essere il movente di questo delitto?
Intervenne Giulia: - secondo il sostituto Girma, voglio dire il ragazzo etiope, l’ha uccisa per il denaro che aveva ritirato dalla banca e che aveva in borsa, trentamila euro per la crociera; lui probabilmente sapeva di questo denaro perché l’accompagnava dovunque, le guidava l’auto e le portava i pacchetti, ed aveva la massima libertà di girare nel suo appartamento.
Bea cercava di ragionare: - ma se l’etiope aveva accesso libero alle stanze della signora Paola ed aveva le chiavi della casa, perché mai sarebbe dovuto entrare dalla finestra? O ha fatto ciò per depistare le indagini?
- Allora lo stesso discorso varrebbe per il ministro e per la badante della contessa, altri due individui che vivono nella casa e che ne hanno le chiavi; e specialmente ad una badante trentamila euro cash farebbero comodo assai - fece notare Giulia di rimando.
- E il ministro? - Bea non conosceva questo personaggio, e la sua carica le destava curiosità.
- Paola per lui era come una figlia - intervenne l’architetto - lasciatelo pure perdere e mettetelo da una parte; tutta la casa e la sua amministrazione si reggono su di lui, maneggia il denaro che vuole e non ne ha mai approfittato; per lui in un anno scansare trentamila euro sarebbe un gioco da ragazzini, senza la necessità di uccidere nessuno.
- Ok, lasciamo perdere il ministro - concordò Bea.
Poi proseguì: - quella sera vi erano anche quelli del catering, i camerieri di colore, i quali potrebbero aver avvelenato i cani, fatto la mossa di andarsene e poi essere ritornati; o almeno uno di essi.
- Non credo - disse Giulia - mi ha detto il ministro che se ne sono andati come sono arrivati, e cioè con il loro datore di lavoro, il quale deve averli riportati in paese: e ritornare a piedi alla villa non è pensabile, salvo che avessero una loro auto o un motorino.
Bisogna comunque accertarsene.
- E come si fa?
- Si va al Centrale e si parla con il direttore di sala, che è quello che gestisce il catering.
L’architetto lo sapeva perché così gli aveva riferito Paola, ed era lui che lei contattava quando voleva organizzare qualcosa in villa.
- Quello delle sigarette, precisò Martina.
- Delle sigarette...?
- Si avvocato. Paola mi aveva raccontato che per smettere di fumare non comprava più sigarette, ma quasi ogni giorno andava al Centrale e se ne faceva offrire una o due da costui, il quale le lasciava il pacchetto sul tavolo; Paola prima di andarsene infilava nel pacchetto degli euro, a titolo di mancia, di grazie per il favore e di rimborso spesa.
Bea la guardò meravigliata e perplessa: - ed erano sigarette vere...?
- Credo di si, le fumava lì di fronte a tutti, non credo che si mettesse a consumare spinelli in pubblico.
- Ci poteva essere qualcosa d’altro dentro quel pacchetto?
Martina si strinse sulle spalle: - non so, non credo, ma tutto può essere.
13/06/2018 07:39:22

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