STORIE

Un delitto
di 217 anni fa
(e quattro condanne capitali)

La prima volta del boia
Mastro Titta a Camerino

Paolo Ortolani
Il pezzo a firma del prof. Jajani «Requiem per la chiesa dei giustiziati», pubblicato su Orizzonti della scorsa settimana, non può non solleticare la fantasia e stimolare la curiosità, sia per il luogo oggetto di tumulazione dei corpi martoriati di coloro ai quali era stata inflitta la pena capitale, che per l’accenno al leggendario boia Mastro Titta. Ho così pensato di trarre dalle memorie che ci sono state tramandate, trascritte di sua mano su un taccuino, alcuni passaggi che raccontano del suo venire a Camerino (i testi asseritamente scritti dal giustiziere sono tratti dal volume Mastro Titta, le memorie del boia di Roma, Arcana editrice, Roma 1971, pp. 12-16).
Una carriera, quella di Mastro Titta, iniziata a soli 17 anni, il 22 marzo 1796, quando a Foligno impiccò il suo primo condannato a morte, e conclusa dopo ben 516 “impegni” sempre eseguiti con onesta professionalità, con l’esecuzione capitale di tale Domenico Antonio Demartini, reo, di omicidj, morto in via dè Cerchi li 17 agosto 1864, non prima di aver degnato la popolazione camerte di una seconda sua visita (la prima, come vedremo tra un attimo, risaliva al 1801), destinata a tale Dionisio Prudenzi, decapitato a Camerino, li 27 ottobre 1838 per ussoricidio in persona della moglie.
Tutto questo è stato Mastro Titta, al secolo Giovanni Battista Bugatti, nato a Senigallia il 6 marzo 1779 e morto serenamente nel suo letto a 90 anni suonati, senza un’ombra di ripensamento sul «lavoro» svolto. Dopo Foligno, venne richiesta la sua prestazione a Camerino. «La seconda giustizia che mi fu commessa in quel mese di gennaio 1801, seguì il giorno 27, a Camerino, sopra quattro persone, cioè Luigi Puerio, Ermenegildo Scani, Gaetano Lideri e Leonardo Ferranti. Con questo lapidario fraseggio Mastro Titta, inizia il racconto del suo primo arrivo nella nostra città. Per suo dire, «... fu questa una delle più solenni mie esecuzioni. Assistettero a questa mia giustizia l’ambasciatore di Spagna e una quantità di diplomatici d’altre nazioni, perché la principessa era assai conosciuta e benevisa, e le circostanze in cui era seguito il suo assassinio, avevano dato corso ad una infinità di commenti. Insieme ai diplomatici ed all’ambasciatore di Spagna erano pur giunti a Camerino una quantità di signori e grandi personaggi romani, fra i quali Sua Eminenza il Cardinale, Segretario di Stato».
Ma torniamo ai fatti. «Avevano costoro formata una banda e scorazzavano nei dintorni di Camerino, aggredendo vetture pubbliche e private, poveri viandanti e perfino le corriere postali». La notte della befana videro venire di gran trotto una elegante carrozza da viaggio, tirata da quattro cavalli, montati da due postiglioni in uniforme di gala e due domestici dietro in alta livrea gallonata d’oro. Bloccata la carrozza e immobilizzati i due postiglioni (dei quali uno ferito mortalmente), fecero scendere i due domestici dall’interno della carrozza, da dove erano stati avvertiti strazianti grida femminili. Puerio s’accostò allo sportello, l’aperse e vi scorse una bella ed elegante signora svenuta. «Questo gli permise di lavorare a suo bell’agio, togliendole gli orecchini di brillanti, e i ricchi monili che portava. Poi la levò di peso sulle proprie braccia e la portò sul limitare della macchia, adagiandola colla maggior delicatezza possibile sopra un morbido tappeto di vellutello, che pareva fatto apposta per attenuare l’asprezza del suolo. La bella signora portava al collo una sottile catena d’oro di Venezia i cui capi andavano a celarsi nel busto, sorreggendo forse qualche medaglione. Puerio, che era giovane e di civile condizione, volle mostrarsi garbato e piegato un ginocchio a terra si accinse a slacciarle la veste. Ma, man mano che l’operazione procedeva egli sentiva accendersi i sensi, e ben altre idee che quelle del furto gli frullavano per il capo. Gl’inebbrianti profumi che si sprigionavano dal busto della dama gli davano le vertigini, e quando il candido seno, sciolto da suoi involucri, proruppe torreggiante ed aulente, fra la spuma dei merletti che le adornavano la camicia, si chinò sopra di lei e vi depose un bacio, ebbro di passione e di desiderio. Al contatto di quelle labbra ardenti come braci, la signora rinvenne e guardandosi attorno, come si svegliasse da un sogno, s’accorse della terribile posizione in cui si trovava».
Al rifiuto della donna di sottostare alle sue voglie «…Puerio tornò ad un tempo brigante e belva, e irritata da una irrefrenabile voglia di godimento si rizzò di scatto, brandì un pugnaletto che portava al fianco e lo immerse nella gola della disgraziata signora, la quale ricadde sul suolo immersa nel sangue che le sgorgava a fiotti dalla ferita».
Disgraziatamente per loro la donna assassinata era una principessa spagnola, sposa di un addetto all’ambasciata di Sua Maestà Cattolica presso la Santa Sede. Il governo avvisato, sguinzagliò per le macchie di tutti i dintorni un nugolo di sbirri e di agenti, i quali stringendo man mano il cerchio in cui erano stati disposti, finirono coll’impossessarsi dei quattro delinquenti, poco lontano dal teatro delle loro ultime gesta. Il processo si svolse a Camerino. «Chiamato all’esecuzione, potei compierla non senza difficoltà, perché, come sempre avviene in provincia non mi si voleva dare il materiale per rizzare il palco e le quattro forche occorrenti. Dovetti andarlo a prendere di viva forza, scortato dai birri, di notte in un magazzino di legname». Sull’albeggiare del 27 gennaio però tutto era pronto. «Più della corda li spense lo spavento del patibolo».

Nella foto: Un’ascia per la decapitazione appartenuta a Mastro Titta

Per gentile concessione del settimanale 'Orizzonti della Marca', direttore Giuseppe De Rosa
06/06/2018 20:24:03

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