CULTURA/Libri

"Assassinio in villa", romanzo

Capitolo Terzo - Parte Seconda

Luciano Magnalbò
Di fronte alle domande del sostituto il ministro quindi, da vecchia volpe qual’ era, non si lasciò emozionare, nella sua lunga carriera accanto a persone di ferrea educazione aveva imparato a dominarsi e a non perdere il controllo né dei nervi né dei muscoli del viso; riferì quello che riteneva opportuno, qualcosa si tenne dentro, ed alla fine il procuratore lo lasciò andare, avvisandolo però che poteva essere richiamato in quanto si trovava nella casa al momento del delitto, e probabilmente gli avrebbe richiesto il DNA.
Il ministro non si scompose nemmeno dinnanzi a questa evenienza, uscì sull’alto e ampio corridoio, scese lo scalone scorrendo con la mano la seicentesca balaustra di marmo bianco, risalì sulla Punto che aveva parcheggiato sotto il Tribunale e, con la solita flemma, ripartì verso il paese, per andarsi a sedere al caffè, in fondo alla piazzetta centrale, sotto il teatro; era questa una sua abitudine, quando era sicuro di poter lasciare la casa tranquillo, e qui di solito lo raggiungevano il farmacista, il geometra Bonetti, il signor Salvatori, che vendeva prodotti per l’agricoltura, ed alcuni pensionati suoi amici, con i quali parlava di politica, di banche, di spread e di economia reale, maledicendo il governo Monti che aveva massacrato le famiglie con le tasse, con la conseguenza che nessuno aveva più una lira da spendere; ma quel pomeriggio avrebbero solo parlato dell'assassinio della contessina, la cui morte aveva a lui provocato un profondissimo dolore che però, secondo le consuetudini della Casa, custodiva nel suo animo con grande riserbo.
Un altro osso duro per il sostituto era stato il capitano d’Ambrosio, gelido nella sua compostezza, preciso e conciso nelle risposte; il capitano era un vero militare, senza un filo di pancia e con gli addominali di vetroresina, e come a tutti gli ufficiali le donne non gli erano indifferenti. Ne aveva avute a centinaia, sempre con la solita storia del fascino della divisa unito ad un pieno di ormoni, era abituato a tutte le messinscene, le malizie ed i sotterfugi femminili, e farlo cadere in errore o in contraddizione, o semplicemente a scoprirsi, era una missione quasi impossibile.
A bordo del panfilo dell’architetto il capitano aveva subìto il pericoloso fascino dell’armatrice ma se ne era sempre tenuto alla larga, non si era mai permesso nemmeno un complimento in più, non perché non meritasse, accidenti, ma per puro rispetto dell’armatore; e l’ultima volta, cioè al tempo dell’ultima crociera in Corsica, s’era invaghito di Giulia, del biondo avvocato criminale con gli occhi celesti, il naso greco e la pelle da osanna.
Al sostituto che si era alzato in piedi e saltellava per la stanza, evidentemente innervosito, il capitano rispondeva dunque con gelido distacco, e quel ragazzo in veste di giudice ora gli faceva un senso di pena ora lo faceva un po’ ridere; era come essere interrogato da un bambino ingenuo, all’improvviso proiettato nella vita pratica ad esplicare mansioni più grandi di lui, assolutamente privo di quella elasticità e di quel buon senso che derivano solo dalla esperienza di vita.
Proprio per questo però il sostituto era un tipo pericolosissimo in relazione al potere che deteneva, e con tipi simili era facile che gli innocenti venissero perseguitati e gli assassini non andassero in carcere; i giornali erano pieni di tali vicende, ed il potere giudiziario veniva sempre più soppiantando ogni altro potere, con sentenze, ordinanze e decreti dal contenuto a volte ridicolo e spesso scapocchiato.
- Lei capitano dov’era al momento del delitto? - gli domandò all’improvviso il procuratore con l’aria furba di chi pensa di prenderti alla sprovvista.
- Ero a dormire nella mia cabina, dottore.
- Conosce l’ora del delitto?
- Pare che sia successo poco prima dell’alba ed io di solito a quell’ora o non mi sono ancora ritirato o sono a dormire; e quella notte non sono uscito, ero in barca a dormire.
- E chi ce lo dice?
Già, chi ce lo dice? Il capitano non aveva testimoni, l’architetto e Girma non c’erano, l’equipaggio per suo ordine era a terra, e Martina era rientrata che già il sole brillava.
Santa Madre di Dio, ragionò mentalmente e fulmineamente il capitano, è vero che in barca non c’erano né l’architetto, né Girma né la signora Martina, ma con lui, nella sua cabina, si trovava alla presunta ora del delitto, cioè tra le quattro e le quattro e quindici, tutta sudata, scalmanata e ruggente di passione, la signora di due barche più in là, una bella e simpatica signora di Terni, bruna e dalla tinta di bronzo, il cui marito era a Londra per questioni di lavoro; ma avrebbe testimoniato costei, con il possibile scandalo che ne sarebbe derivato? Magari avrebbe potuto dire che si trovava lì a fare due chiacchiere e a bere qualcosa. Ma alle quattro di notte? Ma chi ci avrebbe creduto?
- La barca non può mai essere lasciata sola, rispose deciso il capitano.
Il sostituto lo guardò con sfida: - capitano vuol dire che in ogni barca attraccata al porto quella notte c’era perlomeno una persona? Un intero paese a dondolare in mare? Via capitano, non dica sciocchezze!
A quelle parole il capitano, che non tollerava di essere insultato da nessuno, fece come per alzarsi ed andare a prendere per il collo il magistrato; poi, conscio della situazione, si trattenne e disse: - un marinaio, un ufficiale cui è demandato il compito di governare una barca, non la abbandona mai senza nessuno a bordo.
Lo disse con tale decisione che il sostituto dovette convenire sul principio; e poi che prova aveva che il capitano fosse sceso a terra?
- E dopo è andato a Falconara a prendere l’architetto.
- Esattamente
- Per oggi basta così, capitano; ma si tenga a disposizione, molto probabilmente le chiederò il DNA.
Fu la volta della badante della vecchia contessa, una bella rumena dalle braccia da lottatore, i polpacci un po' a fiasco, leggermente in sovrappeso, e con il naso all’insù.
Il sostituto la trovò gradevole, non era stata sentita da nessuno in sede di sommarie informazioni, e quindi sotto questo profilo era completamente vergine.
Con l’accento proprio dei rumeni in Italia la donna declinò le sue generalità, confermò che aveva un regolare contratto di lavoro con la contessa procuratole dal ministro, e che la sua residenza corrispondeva all’indirizzo della villa dove lavorava.
Quella notte, la notte del delitto, lei era in camera con la contessa che odiava quelle serate di burraco perché nessuno parlava, nessuno raccontava, niente notizie né gossip, tutti lì sprofondati in silenzio a seguire le carte.
Il procuratore volle sapere com’era regolata la sua vita quotidiana, se usufruisse di permessi, se frequentasse qualcuno al di fuori del ministro, dell’etiope e della cameriera.
La signora Tina, così si chiamava la rumena, raccontò come passava la giornata, cominciando con la toletta mattutina della contessa, e proseguendo con la passeggiata in carrozzella nel giardino fino a quando non faceva troppo caldo, con il pranzo da uccellino della vecchia padrona, con lo svestirla per il riposo pomeridiano per poi rivestirla, con la gita in auto nel secondo pomeriggio sul lungomare di Porto San Giorgio, qualche volta su quelli di Grottammare e San Benedetto, con infine la cena leggera, preceduta da due coppe di champagne, sedute sotto l’atrio, guardando il prato ed il bosco spegnersi nella sera.
- Ma se la contessa è cieca! - osservò sorpreso il sostituto.
- Non del tutto, lei distingue appena gente, paesaggio, luci ed ombre, ma non può né leggere né scrivere, e non vede proprio nulla da vicino; ed io le racconto quello che vedo.
- E chi guida la macchina della contessa quando uscite.
- Di solito io, qualche volta viene con noi il ministro, ed allora guida lui.
La rumena notò che il sostituto la guardava con insistenza e si sentì un po' a disagio.
Il sostituto dal suo canto la guardava perché trovava la donna veramente attraente, e pensava che una badante così ci sarebbe voluta ora anche per sua nonna, e magari pure per lui quando sarebbe stato il momento.
- Lei signora quando è libera frequenta qualcuno, ha delle amiche, gode della compagnia di qualche uomo?
La rumena non si scompose, anche a sentire quel termine “godere” cui lei dava un preciso significato, e che era una delle prime parole che aveva imparato in Italia.
- Ho un’amica a Porto San Giorgio che lavora a casa di un signore disabile, ed un’altra che tiene un bar sul lungomare.
- Tutte e due rumene?
- Tutte e due rumene.
- E uomini?
Nemmeno a questa domanda così diretta la rumena si scompose.
- Nessun uomo, ho marito al mio paese.
Questa era chiaramente una bugia, ma il sostituto decise per il momento di non insistere; anche se qualche uomo con cui lei aveva commercio avrebbe potuto quella notte...
- Quella notte, la notte del delitto, quando la contessa si fu addormentata lei scese dove la contessina Paola giocava a carte con i suoi amici?
- Sì.
- E che vide?
- Vidi che tutti giocavano a carte, e che il ministro faceva servire lo champagne dai camerieri del catering.
- Quanti erano questi camerieri?
- Tre.
- Due di colore e un italiano?
- Esatto.
- Li conosceva, li aveva mai visti prima?
- L’Italiano sì, le altre volte che la signora Paola riceveva; i due marocchini no.
- Marocchini? E come fa a sapere che erano dei marocchini.
- Si riconoscono dagli zigomi, dalle labbra, dai capelli gretti e dai denti neri: fumano come assassini ma si fermano lì.
La signora Tina ripeteva parole sentite dal ministro.
- E l’etiope che è alla villa, lo conosce bene?
- Girma è molto bravo e gentile, rispose la rumena con tono materno.
- è lui addetto al servizio della signora Paola, vero?
- Esatto.
- Parlate qualche volta insieme?
- Si, a pranzo e a cena mangiamo insieme, e con noi anche Gina, e qualche volta anche il ministro.
- Chi è Gina?
- La cameriera della contessa.
- E che dice Girma, è contento? Racconta di quando esce?
- Lui va a Pedaso, ho capito che va con una donna, ma non racconta nulla di ciò; poi ha un amico che lavora in una cantina, dove vendono il vino; e spesso - dice - lo va a trovare ed escono insieme a passeggio o per mangiare una cosa.
- E poi?
- Poi racconta del suo paese, dove c’è sempre guerra e dove si può morire di fame; la sua famiglia era ricca ed ora è poverissima, il padre è stato ucciso da bande avversarie, ma non ho capito bene quello per cui è successo e non voglio saperlo; certi discorsi mi fanno male.
- E il ministro?
La donna anche a questa domanda rimase quieta.
- Il ministro è un uomo speciale, giusto e buono, se può aiutare qualcuno si spezza, ma vuole che in villa tutto proceda con ordine; è un uomo che sa comandare senza urlare e senza offendere.
- Bene - la congedò il sostituto carezzandola con lo sguardo, forse dovremo risentirla, si tenga a disposizione; e forse le chiederemo il DNA.

01/06/2018 08:36:44

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