CULTURA/Libri

"Assassinio in villa", romanzo

Capitolo Terzo - Parte Prima

Luciano Magnalbò
CAPITOLO III

Il Sostituto interroga il ministro - chi è il ministro - la signora Antonietta - poi è la volta del Capitano Ruggero d’Ambrosio, della signora Tina Koschich, la badante rumena della contessa, di  Gina, la cameriera della contessa, di  Girma Wolde, il cameriere etiope della povera signora Paola - chiude gli interrogatori del sostituto la bella Prof. Martina Franchi di San Giovanni.

Dal suo canto nel suo ufficio il sostituto aveva avviato i propri interrogatori.
Per primo toccò al ministro, il quale fu torchiato per quattro ore di seguito affinché riferisse tutti i minimi particolari sulla serata, sugli orari, sui camerieri, sugli intervenuti, sulle abitudini della povera signora Paola e sulle sue frequentazioni.
Con il sostituto non si scherzava, tendeva a farti dire quello che voleva lui, e se poco poco deragliavi diceva subito che ti avrebbe sbattuto in galera.
Il perito agrario Filippo Imperatori, l’autorevole ministro della Casa dei conti, chiamato da tutti il signor Pippo, era praticamente nato in quella Casa, in una grande colonìa sita un poco all’interno, in mezzo alla proprietà, e sua madre aveva allattato la madre della contessina Paola; suo nonno Giuseppe, baffi arricciati all’insù, gilet di stoffa nera, camicia a quadri rossi e cinta dei pantaloni al di sotto del grande pancione, era stato lo storico decano dei novantaquattro vergari dell’azienda, ed era lui il portavoce di tutta quella comunità nei confronti dei padroni, rappresentati da quattro fattori ed un ministro.
Quand’era il caso il sor Giuseppe parlava, molto rispettato, con uno dei quattro fattori, il quale risolveva le cose pratiche e, per quelle più importanti, dove vi erano spese straordinarie da affrontare o questioni complicate da dirimere, riferiva al ministro; questi, se era necessario, lo riceveva in amministrazione, nello studio sito nel caseggiato accanto alla villa; e seduto in cattedra, dopo una formale serie di convenevoli e complimenti d’uso, lo stava a sentire con attenzione.
Dai racconti del nonno e della madre il ministro aveva tratto la conclusione che la cosa più bella ed onorevole del mondo fosse fare il ministro della Casa dei conti, e quand’era sulla quarantina vi era riuscito: gli avevano giovato il carattere fermo, il senso del giusto, il diploma all’istituto agrario  e la gavetta fatta come fattore; e pure quando il patrimonio si era molto assottigliato egli sempre era rimasto in carica, come amministratore delle terre residue e come altissimo fiduciario della vecchia contessa.
Era giunto ad un anno dai settant’anni ancora forte e robusto, con il fisico asciutto di un uomo abituato a muoversi e a fare; dei bei capelli bianchi, ancora leggermente brizzolati, e sempre ben pettinati, gli circondavano la fronte, e gli occhi grigi, infossati nelle palpebre, sempre velati da un tratto di malinconia, osservavano e vedevano tutto.
Gli dicevano in tanti che assomigliava al duca di Edimburgo e a un parlamentare del Pdl, e lui non se ne dispiaceva affatto, perché era monarchico e perché aveva sempre votato per il Cavaliere; e sempre, finché avesse potuto, l’avrebbe fatto, anche nell'attuale grandissimo caos della politica.
Non aveva mai sposato, e forse l’unico peccato che aveva sempre commesso era quello di aver approfittato della donna degli altri; ma anche questo con misura, aveva per amica segreta, da quando aveva cinquant’anni, la signora Antonietta, che abitava in una casa alla fine del paese, e dove con circospezione e prudenza si recava di tanto in tanto; costei, al di là del marito Otello, che pure amava, gli voleva un gran bene e gli era fedele, ed egli con lei si confidava ed a lei a volte chiedeva consiglio.
La signora Antonietta era una tigre mansueta con gli occhi grigi, una sosia di Laura Chiatti in versione più matura, e il ministro scendeva a trovarla non più di una volta al mese, una di quelle volte che il signor Otello andava a Bologna per le riunioni che la ditta di cui era rappresentante  organizzava tra la proprietà ed i mandatari.
Il cerimoniale era sempre lo stesso: lei l’aspettava seduta nel salottino accanto all’ingresso spiando il giardino dalla finestra; sentiva i passi sulla ghiaia del vialetto e lo vedeva arrivare.
Lui trovava il portoncino aperto, entrava e chiudeva,  e così seduta com’era le prendeva le mani e le baciava; e lei lo guardava felice.
-Tutto a posto?- chiedeva il ministro dando un’occhiata in giro.
-Tranquillo- rispondeva lei, con il rassicurante sorriso di chi ha già pensato a tutto.
Poi lo prendeva per mano e, con aria compita, come se fossero esseri distanti che si vedevano per la prima volta, lo conduceva in una camera al di là del corridoio, una stanza dove c’era un letto ben fatto ed immacolato, con accanto due comodini e con di fronte un armadio; era una camera ufficialmente riservata a qualche parente in visita, che però non arrivava mai, e  che lei chiamava con il ministro la camera del peccato.
Lì pian piano si spogliavano, il ministro appendeva la giacca sull’uomo morto, ripiegava con cura i pantaloni sulla sedia, sulla cui spalliera assestava camicia e cravatta; e seduto sul letto si toglieva le calze.
Lei si liberava del vestito e della mutandine e, ornata lì sotto di un beneaugurante, foltissimo, riccio e ruvido vello, rimaneva  in reggipetto ed autoreggenti, queste ultime dedicate esclusivamente al ministro che le trovava molto seducenti; Otello nemmeno sapeva che  ne possedesse, né c’era qualcun altro che potesse saperlo, perché al di fuori di quei due uomini, i suoi due uomini, i suoi due mariti, nessuno l’aveva mai violata.
Entravano nel letto, e s’abbracciavano e si baciavano con passione; e  quando lui le sentiva la bocca diventare avida e  morbida, pian piano  l' accarezzava; poi mentre  la spallina del reggipetto le calava sul braccio, il ministro le baciava il collo ed il seno, e lei docile si metteva  nella posizione migliore per accoglierlo.
Prima però di salire il signor Pippo scendeva a donarle  appassionati complimenti, che alla signora Antonietta per il piacere facevano girare la testa ; e quando lui la sentiva pronta allora saliva, e la bella e calda amante, abbandonata con la testa reclinata sul cuscino, gli occhi chiusi ed i capelli sparsi, rispondeva con lunghi sospiri; il ministro si sapeva controllare, sapeva bene come fare per soddisfarsi dopo di lei, sapeva bene come accelerare e come frenare,  e in tanti anni mai una volta, nemmeno per sbaglio, e nemmeno nei giorni in cui il ciclo lo avrebbe consentito, le aveva fatto correre qualche pericolo, perché Otello era sterile e sarebbe stata una vera catastrofe.    
Poi uno accanto all’altro, con i visi vicini, e lei felice e sorridente, parlavano un po’ di tutto.
Il ministro le chiedeva come andavano gli affari del marito il quale, convenivano insieme, era veramente un grande uomo, molto capace nelle sue cose, intelligente e razionale; e lei ne parlava con ardore e con amore, un amore solido ma diverso, gli assicurava, da quello che provava per lui; e con aria furba lo baciava sul naso.
Quindi il discorso passava alla Casa, la signora Antonietta era curiosa di sapere cosa succedesse alle alte sfere, e ascoltava con piacere i racconti del ministro; anche lei in un certo senso si sentiva partecipe di quella aristocratica comunità, tutte le domeniche da sempre era andata alla messa nell’oratorio della villa, e la vecchia contessa la conosceva da quand’era ragazza; infatti aveva fatto apprendistato presso la camiciaia che serviva i Conti a domicilio, ed era stato allora che nella stanza da lavoro s’erano scambiati i primi intensi sguardi  con il signor Pippo che, di mattina o di pomeriggio, sempre faceva una visitina di controllo.
-Oh Pippo ma quanto te gusterà a scopammete? –  ridacchiava poi ad un certo momento la signora Antonietta, così quasi nuda com’era e con le gambe intrecciate con quelle di lui, quando sentiva che così abbracciati a sbaciucchiarsi il fuoco si andava ravvivando.
Lui sorrideva, la guardava e non doveva nemmeno rispondere.
-Adesso che voi? Dimmelo!
La domanda faceva parte di una consueta cerimonia.
-Dimmelo! Li voi i bacetti adesso?
Senza rispondere era il ministro ora ad accomodarsi in modo da potersi  far ben baciare; e lei piano piano scendeva, si metteva trasversale sul letto e cominciava a servirlo.
Lui poteva vedere il suo bel corpo disteso, i fianchi forti e le gambe perfette,  e poteva  scostarle i capelli ricci, foltissimi e neri in modo da seguire le varie fasi dell’operazione, le quali anch’esse costituivano una cerimonia ed avevano sempre lo stesso svolgimento: iniziavano nella maniera più tradizionale, proseguivano quietamente, e si concludevano con le lente specialità della signora Antonietta, sottolineate da intense occhiate, un insieme che ben presto l’aveva vinta sul pur resistente ministro.
Quand’erano più giovani questo tipo di operazioni costituivano il benvenuto nel salottino : lei si metteva in ginocchio, gli apriva i pantaloni, tirava fuori l’oggetto del desiderio, e lui in piedi s’appoggiava al tavolino e le si affidava completamente.
Ma con il passare del tempo ogni cerimoniale era stato rimandato a letto, e solo dopo tanti anni avevano chiaramente affrontato l’argomento del sesso orale, quando il ministro, in un momento di eccitazione, aveva detto alla signora Antonietta che era veramente brava a fare i cosi, e le aveva chiesto se li facesse così anche ad Otello.
Lei era rimasta impietrita, non era abituata a certi discorsi, le pareva di essere trattata come una poco di buono; poi pian piano s’era abituata a questo tipo di convenevoli amorosi, aveva capito che da parte del ministro non c’era nessuna intenzione di offendere o sminuire bensì quelle frasi potevano essere considerate come veri e propri momenti di passione; ed ora ne parlava tranquillamente, inventandosi quante volte con Otello e quanto lui gradisse, trovando molto eccitante questo  gioco d’amore a tre, di cui era protagonista con due uomini dai quali era  alternativamente posseduta; e qualche volta ciò capitava  anche lo stesso giorno, quando Otello – del tutto ignaro del gioco in corso  - tornava dal suo viaggio per cena, e dopo cena, virilmente e nel modo coniugale più decente, più ortodosso e più tradizionale, dai più chiamato all'italiana, la faceva godere.
Negli ultimi tempi poi avevano cominciato a scherzarci sopra ancora di più, e il ministro le chiedeva come li facesse al prete;  e la signora Antonietta, cambiando tecnica e posizione, e quasi godendo per l’eccitazione, gli faceva sentire che a Don Enzo glie li faceva così e cosà, e che a quello gli piacevano tanto che veniva sempre più spesso a casa a trovarla con la scusa delle missioni; e tanto seriamente diceva queste cose che al ministro alla fine venne l’ingiusto sospetto che scherzando lei gli dicesse la verità; anche perché proprio in quel periodo era uscito sui giornali che un prete a Roma se li faceva fare dalle parrocchiane assicurando che il suo era un seme santo e salvifico.  
Dal suo canto la signora Antonietta, allargando il gioco, cominciò a domandargli come glie li facesse la signora Tina o se preferisse chiavarsela – l’uso di questo termine per lei era il massimo della trasgressione - e se la vecchia contessa, quand’era più giovane, se lo fosse mai portato a letto o l’avesse mai baciato; tali interrogatori avvenivano di solito quando lei gli era  sopra a cavallo e, come fanno tutte le donne in tale circostanza, ergendosi  sul busto ed intrecciando con voluttà  le mani dietro la nuca; e lui sornione taceva, accarezzandole il bianco e solido seno proteso in avanti.
Dopo il delitto il ministro e la signora Antonietta avevano solo avuto un colloquio prendendo seduti in saletta il caffè preparato con la solita napoletana, ed avevano concordato che Girma non era sicuramente l'assassino.
30/05/2018 08:13:44

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