STORIE

BOLDRINO DA PANICALE, IL TERRIBILE CAPITANO DI VENTURA CHE FECE 'CARRIERA' NELLE MARCHE

Maurizio Verdenelli
Tagliava le orecchie a chi sequestrava per indurre i familiari a pagare il riscatto come nel caso ‘Paul Getty junior’ quasi sei secoli dopo. Ucciso a tradimento a Macerata il 3 giugno 1391.




Grazie, presidente. “Tu, a differenza degli altri, chiamami soltanto direttore” concesse lui (cui avevo raccontato del mio passato al ‘Corriere della sera’) consegnandomi sul terrazzo della Loggia dei Mercanti, il libriccino con copertina azzurra che raccontava delle adorate memorie familiari: “Paesaggi di Treia e San Miniato nel salone nobile di palazzo Spadolini a Firenze”. Il presidente del Senato, quella volta, era a Macerata per celebrare la sua nomina a senatore a vita. Aveva scelto, al solito, Treia (da dove per la Toscana era partito il nonno) e la famiglia della cugina per quella festa che aveva naturalmente coinvolto la prefettura e la città di Carlo Didimi che conserva, seppure dietro un’alta pianta, una lapide nel ricordo del fausto evento.
Le ‘stanze segrete’ della Prefettura non erano allora così misteriose ma un crocevia di visite illustri. Merito soprattutto del Presidente del Senato che nel 1982 aveva visitato ufficialmente la città, scortato dal segretario Pri, Graziano Pambianchi, come presidente del Consiglio dei Ministri, il primo laico nella storia della Repubblica italiana che fino ad allora aveva visto solo premier democristiani. Fu un’avventura breve, dal giugno 1981 alla fine dell’anno successivo: “Giovanni, tieni duro” era scritto nei volantini repubblicani -che qualcuno impietosamente, aveva scarabocchiato, collegando maliziosamente una particella enclitica al verbo esortativo.
Un anno prima, Macerata aveva conosciuto poi una giornata particolare con la visita del Presidente della Repubblica più amato. Tutte le stanze ‘segrete’ furono occupate dalle personalità del territorio (quorum ego) in attesa di Sandro Pertini che accompagnato, tra gli altri, da Arnaldo Forlani si fece un po’ ansante tutta la scalinata della Prefettura. Poco prima, dal terrazzo del Comune con a fianco il sindaco Cingolani, ‘Sandro’ aveva salutato una piazza strabocchevole che così tanto mai sarebbe stata più dal dopoguerra. Tutti fummo messi in fila per la stretta di mano (e quando fu il mio turno, il clic infallibile di Pietro ‘Briscoletta’ Baldoni fallì così come non sarebbe assolutamente successo un anno dopo fissando l’attimo in cui al ‘Venanzetti’ il sen. Spadolini gustava alla sua maniera un dolcetto: il rullino fu all’istante sequestrato!
E fino a pochi anni fa, Sala Verde, Sala Rossa, Salottino Bianco e via elencando– che il Fai riaprirà domani- insieme con il Salone delle Feste erano messi a disposizione per la cerimonia del 2 giugno ai rappresentanti delle istituzioni insieme con uno sfavillante e ricchissimo buffet che si protraeva fino alle prime luci della sera essendo ancora lontane le restrizioni della spending review, che evidentemente a Macerata impediscono anche la manutenzione delle serrandine ‘alla veneziana’ stile anni 50, dell’augusto edificio che domina la piazza in salita. In realtà una somma di edifici (dei quali erano ‘titolari’ il Podestà e i Priori), quel palazzo dove, il 3 giugno 1391, venne consumato il primo ed unico omicidio politico. Vittima un feroce capitano di ventura umbro, Jacopo Paneri (1331-1391) detto Boldrino da Panicale -borgo collinare a dominare il lago Trasimeno. Boldrino, che era arrivato fino al grado di Capitano generale dell’Esercito Pontificio, aveva fatto la maggior parte della sua ‘carriera’ nelle Marche cullando sogni politici ‘ducali’ facendosi signore di un ‘regno’ che andava da San Severino Marche ad Apiro. Dove svernava nei mesi freddi in attesa di riprendere il mestiere delle armi: nell’attesa, per non restare con le mani in mano, terrorizzando e taglieggiando le comunità del sud delle Marche, fino ad Ascoli Piceno. Ai priori di Fermo, fatti prigionieri, mozzò le orecchie facendole pervenire, ben composte su un canestro di vimini, al governo della città richiedendo un riscatto: un’orrenda, criminale modalità che storicamente sarebbe stato ripresa quasi secoli dopo (nel 1973) dai rapitori del nipote di Paul Getty, l’uomo più ricco del mondo (la vicenda ora in un film), senza peraltro intenerire il miliardario americano. La fama terrifica del comandante umbro durò per cinque secoli, dal ‘300 all’800! Dice la prof. Mariella Troscè: “Lo storico Raffaele Foglietti (1847-1911) ricorda personalmente come ancora ai suoi tempi, nelle campagne maceratesi, madri e nonne di bambini particolarmente indisciplinati, ammonivano loro: ‘Lo dico a Boldrino!’ ottenendone subito l’obbedienza!”.
Torniamo però a Macerata e al Palazzo della Prefettura. L’anno è il 1391. Il nuovo Rettore della Marca, Andrea Tomacelli, fratello di papa Bonifacio IX, si recò con Boldrino combattendo con lui a Spoleto contro l’antipapa Clemente VII. Macerata dovette pagare a Boldrino 100 fiorini d’oro, ma fu l’ultima volta, perché proprio nella primavera dello stesso anno (in marzo) il comandante umbro, considerato inaffidabile dallo stesso Tomacelli, fu invitato a pranzo. Una classica trappola in cui Boldrino cadde facilmente: non si aspettava il tradimento e a palazzo (Apostolico) era con pochi armati della sua invincibile guardia. Così ad un cenno del Tomacelli, mentre si lavava le mani, prima di sedere a mensa, Boldrino venne pugnalato a morte con 40 coltellate. E per essere ben sicuri che fosse morto, data la fama della sua forza irresistibile, venne gettato nel cortile interno del palazzo, ora della Prefettura. I quattrocento uomini del capitano umbro, guidate dal figlio Boldrinello, fu spaventosa. Furono messe a ferro e a fuoco tutte le campagne circostanti Macerata e la stessa città venne minacciata di essere rasa dal suolo se non fosse stato consegnato il Tomacelli. In alternativa Boldrinello, richiese 12.000 fiorini d’oro: quasi una ‘manovra finanziaria’ di uno stato, si direbbe oggi. I maceratesi furono subito d’accordo nel consegnare il fratello del papa, piuttosto che pagare. Tuttavia Bonifacio IX pagò grazie ad un prestito da parte dei (soliti) banchieri toscani. Boldrinello ottenne però il cadavere imbalsamato del padre: ‘conditum aromatibusque in feretro’ che fu portato in processione agli avventurieri umbri da ‘popolo, clero, e donne scapigliate, aperte le porte della città di Macerata’. Allora si ripetè nelle Marche la leggenda, 292 anni, del Cid Campeador in Spagna. Tanto era stato grande il carisma di Boldrino definito dal fabretti “flagellatore della Marca, terrore delle Milizie italiane” che i suoi uomini portavano  in battaglia, il loro comandante imbalsamato, quasi come fosse vivo. Una leggenda che i ricordi del Foglietti attestano essere stata di una durata di 500 anni!
A Panicale il sipario del teatro comunale ‘Cesare Caporali’ ricorda Boldrino mentre gli vengono consegnate le chiavi di Perugia. Nello stesso capoluogo, in piazza Piccinino, ho memoria di una bella targa dedicata al capitano umbro panicalese all’ingresso di palazzo Bourbon Del Monte Sorbello. Si parla del grande capitano di ventura umbro, amico del conterraneo Biordo Michelotti, che unico fra tutti aveva sconfitto gli invitti ungari. Il palazzo è all’ombra di Porta Sole, il punto più alto di Perugia cantato da Dante. E’ di proprietà della famiglia Sorbello Bourbon Del Monte, la stessa che ha fatto costruire l’attuale sede invernale della soc. Filarmonica, in via Gramsci a Macerata. Nel palazzo c’erano alcuni uffici del Provveditorato agli Studi, retto dal dottor Aldo Tornese, un grande funzionario dello Stato, che aveva mosso i primi passi proprio da Macerata –dove è ancora ricordato con stima- prima di prendere la strada di Milano (dove ‘salvò’ dalla condanna i redattori de ‘La Zanzara’ episodio chiave del ’68) e Roma. Ma questa è decisamente un’altra storia, seppure dimostri i legami storici ed attuali di una macroregione, quella umbro-marchigiana, che qualcuno sembra non voglia vedere.
24/01/2018 02:26:53

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