CULTURA/Libri

M come Moro

M.G.M.
Intervista a Liana Maccari




D - Liana Maccari, tu che hai scritto un romanzo sul caso Moro, vedi mai le puntate Rai del programma M di Michele Santoro?

R – Le vedo con attenzione e con timore.

D – Perché con timore?

R – Perché il clima iniziato quaranta anni fa, quando il golpe che alcuni chiamano bianco, altri rosso, in realtà nero internazionale, spazzò via il governo italiano, e lo sostituì con un fantoccio di “raccomandati”, prosegue tuttora.

D – Pensi che anche il nuovo governo subisca la stessa sorte?

R – La sorte e il destino sia del singolo che degli Stati, ormai, da quaranta anni, la decidono loro, quelli che all'epoca furono terroristi, ma in seguito si travestirono da vertici di ogni istituzione.

D – Tornando al programma M di Santoro, cosa è che più ti spaventa?

R – La televisione fa parte delle istituzioni più forti che esistano, la sua capacità di lavaggio del cervello va in due direzioni: una è quella della pubblicità, o propaganda, direzione falsamente positiva del tutto bello, tutto buono, tutto giusto.

L'altra è quella negativa della denigrazione, della critica distruttiva, dell'affossamento, della menzogna, della falsa accusa, della mortificazione, dell'esclusione. E' puntare il dito e dire:”sei stato tu!” E' minacciare il Tribunale all'innocente, e questo lo abbiamo esperimentato proprio quaranta anni fa.

Questa propaganda negativa, la gogna per l'innocente, la fa sempre l'assassino, poiché gli conviene, gli si addice, gli è connaturale.

Questo io l'ho sperimentato, quando le cosiddette Brigate Rosse, quelle del nerissimo colpo di stato del '78, dettarono ai giornali:”Una barzelletta ha ucciso Aldo Moro ”.

Solo per quella leggerezza del titolo lessi anche l'articolo del giornale, e il nome della barzelletta era a me omonimo: Germano Maccari.

Io sono Maccari, e in quel momento, come è accaduto prima o poi a ogni Italiano, ho sentito che Maccari ero io, che a me arrivava il coltello, il raggio laser, la scarica di microonde, l'attacco cosmico, o se vuoi quello di panico.

Sorpreso? Mi vuoi arrestare?

D - No, di certo, è l'esperienza che hanno fatto tutti gli Italiani che hanno vissuto quella tragica primavera. Quel panico fu chiamato Terrorismo!

R - Ma non solo! Gli Italiani hanno una loro geniale leggerezza che li porta a dimenticare tutte le cose brutte. Così, negli anni successivi, ogni tanto, quei poteri forti, che sono stati sempre più saldamente al vertice, hanno dato un nuovo colpo.

D – L'articolo a cui ti riferisci è molto successivo ai fatti.

R- Sì, erano passati almeno14 anni dall'attentato e c'erano state una infinità di cosiddette inchieste e Processi. Erano politici e volevano, con terrorismo unito al Tribunale, scardinare sia la Democrazia Cristiana che il Partito Comunista. Era la guerra fredda.

D- A che cosa hanno portato?

R – Alla supremazia del fronte occidentale, degli Stati Uniti, e dei loro accordi commerciali con la Cina. L'Europa ne è rimasta schiacciata. Oggi nessuno può uscire dalla trappola, che comincia a stringere anche agli stessi Stati Uniti.

D- Ma se queste erano le grandezze in campo, perché hai pensato che il nome di un tuo omonimo sul giornale volesse colpire te? Tu non sei così importante!

R – Non sono proprio nessuno. Certo ognuno di noi è portatore di un genere, femminile, nel mio caso, di una classe sociale, vengo dal mondo contadino, di una parte politica, la sinistra. Ognuno può essere colpito per schiacciare con lui tutto ciò a cui esso appartiene. Magari essere ita-liana. Si chiama guerra, per questo.

D – Andiamo con ordine. Come pensi che siano andati i fatti?

R - Le stesse cosiddette Brigate Rosse, che ritengo essere state i servizi segreti del Nazismo, sì, le SS di Roma e di Corridonia, riciclate dagli Americani nel 1945, potenziate con gli stessi mezzi con cui gli Americani sbarcarono sulla Luna, nel '69 e poi in tutti quegli anni '70, le uniche a parlare di sé, e nessuno ha ancora capito “come” facessero a comunicare, a processare, a dire e a fare, con l'ausilio di giornali e televisioni, con gli strumenti della telematica, dei primi computer, dei primi satelliti usati per scopi militari (l'attentato all'Italia si può definire un attentato militare), dopo 14 anni di accumulo di tutte le intercettazioni, telefoniche e ambientali su tutti noi Italiani, archiviate da qualche parte, sia qui in Italia, sia là in America, sputano fuori il nome “Germano Maccari”.

D – Ne hanno fatti tanti di nomi!

R – In effetti anche questo è e non è, nello stesso tempo, secondo quello stile delle cosiddette B.R. che i giornali definiscono da barzelletta: non è Maccari perché non esiste all'anagrafe italiana, ma anziché decadere come bufala, la finzione appena nata viene potenziata con il nuovo tremendo sospetto che si tratti di un cittadino dello Stato del Vaticano.

Questo modo di procedere delle cosiddette B.R. l'ho molto studiato e nel mio romanzo lo definisco un genere letterario nuovo, oggi dominante, il Falsismo.

Esso funziona solo se lo pratica la potenza dominante.

Il papa nega, mi riferisco al terzo papa, Wojtila, dopo che i primi due, Paolo VI e Giovanni Paolo I, sono stati anch' essi vittime dello stesso terrorismo del 1978, morti a cinquantacinque giorni uno dall'altro e da Aldo Moro.

Negata da tutti la sua esistenza reale, il nuovo inventato viene dotato di un nuovo nome: l'ingegner Altobelli. Coltellata a tutti gli ingegneri, magari informatici che avessero voluto spulciare i potentissimi archivi blindati delle nuove SS.

D – Ti ha tranquillizzato questo nuovo nome?

R – Non del tutto, mi ha proiettato in una dimensione particolare, forse per gli studi di storia, di letteratura e di critica storica e letteraria che avevano formato intanto il mio cervello. Infatti ho pensato a Ilario Altobelli, un mio compaesano, Treiese illustre, un frate del '700 che scoprì gli anelli di Saturno. Coltellata informatica anche a lui, che usava l'abbreviazione Sat, e chissà se l'Italia (o la Chiesa, o il Comune di Treia) avrebbe potuto rivendicarne il logo!

D – Non mi dire che ti sei spaventata?

R - Io mi sono terrorizzata. Dopo tutti i miei vicini, i Moretti, il cognome più diffuso nel Maceratese, i Morucci, i Morresi, ecc. ecc. adesso volevano spaventare proprio me! Avevo anche, nel mio vicinato, un Germano e un omonimo Maccari, due bambini nati entrambi nel '78, due neonati i cui “huè! huè!” saranno stati intercettati senz'altro. Sono cose che chi le ha vissute sa quanto fanno terrore. Esse sono l'essenza del terrore, cioè il fine e lo scopo degli attentati.

D – Hai scritto allora il tuo romanzo?

R – Al contrario: la paura fa tacere. Ho pensato: e se fosse proprio così? La stretta del terrore ha acceso il genio nella lampada. In un attimo ho concepito l'ipotesi: sta a vedere che la Cia, agenzia nera internazionale, già mentre faceva l'attentato mi spiava, proprio me, in mezzo a milioni d' Italiani di sinistra, per qualche imprevedibile motivo personale. Anche loro esistevano, mangiavano, telefonavo, avevano figli che andavano a scuola, magari proprio in classe con me, che avevo quindici anni.

Poi la Cia ha svolto, sul caso Moro, e quindi sull'Italia, la prima inchiesta informatica, dall'aprile del 1979, come ho letto anche in un articolo su Bill Gates, che fu chiamato a inserire le prime foto.

Bene, la Cia, tra uno dei suoi colpi di stato e l'altro, tra uno dei suoi stupri e l'altro, tra uno dei suoi traffici e l'altro, ha scoperto che proprio e solo io, dopo 14 anni, passati a studiare letteratura moderna, se avessi scritto una Recherche, come Marcel Proust, alla ricerca del tempo perduto, e avessi ripercorso, attraverso la mia memoria e sensibilità, lo stesso materiale che si era accumulato nei loro database attraverso le intercettazioni telefoniche e ambientali, avrei potuto mettere insieme dei frammenti, attraverso cui era possibile che io arrivassi a ricostruire la verità.

D – Proprio tu?

R – Proprio io! Quindi volevano spaventare me! A me era diretto l'attentato, stavolta! A questo punto sono scappata via dallo scrivere, io che sono nata per scrivere.

D – E quando hai scritto?

R – Dopo altri 15 anni: ero professoressa nei licei, sempre tra i quindicenni, finché, annebbiata dall'età e dallo stress del mestiere, anche rischioso, avevo completamente dimenticato il terrorismo e decido di scrivere una Recherche, come Marcel Proust, alla ricerca del tempo perduto, magari ambientata nella primavera del 1978, quando io avevo 15 anni. Dimentica del pericolo, casco proprio nelle spire del drago! Era quello l'anno horribilis, la padella sempre ribollente, dai cui schizzi tenersi lontano!

D- Se avevi dimenticato tutto, come hai fatto a ricostruire i fatti?

R - La mia sensibilità era tesa a ritrovare, al di là dei sette veli dell'oblio, ogni ricordo del primo amore platonico, e solo questa forza naturale dell'amore mi ha portato dritta e cieca all'irreparabile: come Iside celeste ritrova i frammenti del corpo del divino Osiride, fatto a pezzi dal malvagio Seth, e sparsi come sabbia nel deserto, così io ritrovo, frammento dopo frammento, “un atomo di verità”, come intitola Marco Damilano, sullo stesso argomento, e poi un altro, e rammendandoli come un ragno ricamatore, con delicatissima mano, rimetto insieme la verità.

D – Come era Maccari Liana, a quindici anni?

R – Era studentessa del liceo classico, timida, silenziosissima, anoressica, di soli 29 chili. Evocata, è venuta fuori, come per una interrogazione di greco o di latino e, anche stavolta, con tutta la sua preparazione e concentrazione, ha svolto il compito. Una versione sorprendente, la sua!

D- Hai ricostruito tutto rapidamente?

R - Rapida? Al contrario. Dieci anni ho lavorato sulla scrittura, solo per liberarmi dal lavaggio del cervello, e cominciare a capire che solo quello che era nella mia memoria, così periferica, così lontana, così estranea, così distratta rispetto alla vicenda, poteva essere utile a qualcosa, e trovare alla fine che l'intuizione era quella giusta, l'aveva mandata il vero Dio: dovevo cercare di ricordare qualcosa che poteva, che doveva, essere finito nei database delle intercettazioni, anche se nessuno, fino ad allora gli aveva dato importanza. Forse proprio perché chi aveva fatto le indagini, chi mi aveva spiata, erano gli stessi autori del golpe.

D- Ma hai scritto con stile giornalistico o letterario?

R – Mi sono messa a scrivere con uso di metafore, a leggere le metafore tra le righe di chi aveva già scritto, a decifrare sinonimi, a usare sinonimi, a ribattezzare ogni cosa, a capire che ogni cosa era stata ribattezzata, trovando nomi d'arte alle persone vere di cui parlavo, ma lasciando i nomi veri ai personaggi storici. Nomi pubblici, televisivi, che forse erano già pseudonimi... Dopotutto ero nata per questo lavoro, di scrittura e critica.

D – Maccari, ma con il tuo cognome, quindi, ti sei messa a scrivere proprio su Aldo Moro?

R – Sì, ho affrontato la Paura. Proprio su Aldo Moro, sì, questa non è stata una mia libera scelta, ma era la prova più grande a cui ero chiamata, nella mia vita.

D- Il romanzo “Corri a scuola durante il terrorismo” ed. Simple, che effetto fa al lettore?

R- Lo stesso effetto che ha fatto a me mentre l'ho scritto: al lettore che compie l'azione altrettanto creativa di leggerlo, lo libera dai lavaggi forzati di cervello a cui è stato sottoposto per quaranta anni, gli riporta alla vita moltissimi ricordi, e come dice Leopardi, nel ricordo anche la sofferenza è dolce, si accorge anzi che la sua vita gli era stata sottratta e sostituita da un' enorme menzogna, e questo è veramente e positivamente...stupefacente!

N.b.nelle gito Liana Maccari con Maurizio Verdenelli e Maurizio Angeletti ad Urbisaglia, biblioteca comunale
27/05/2018 00:30:57

http://www.cronachedeisibillini.com/cdsarticolo.aspx?idArt=443
I testi presenti sul sito sono liberamente utilizzabili per fini culturali e comunque non di lucro, a patto di citare chiaramente la fonte di provenienza Cronache Dei Sibillini (cronachedeisibillini.com), gli eventuali autori del testo, quando indicati, le date di redazione ed aggiornamento e l'url relativa. Il Gruppo The X-Plan gestisce la comunicazione per conto di CdS ma non e' responsabile per la selezione e la pubblicazione dei suoi contenuti.