CULTURA/Libri

"Assassinio in villa", romanzo

Capitolo Secondo - Parte seconda

Luciano Magnalbò
Il primo ad essere interrogato fu il marchese Delutiis e, per la qualità ed il rango della persona, venne dato dal sostituto l’incarico di procedere al Colonnello Comandante il competente Comando Provinciale dei carabinieri.
Era costui un uomo distinto, alto, laureato in legge e con un bel paio di baffi neri, e si presentò alla villa con la Duna blu di rappresentanza.
La villa del marchese è, come tutte le ville, in cima ad un colle, ed è circondata da un prato con in mezzo un obelisco, sito ai bordi di un antico bosco di piante secolari al cui interno un bizzarro antenato del patrizio aveva ingegnato un percorso fatto di statue di nani e mostricciattoli di pietra, ponticelli su ruscelletti e protervi scherzi d’acqua; fronteggia la villa un vecchio granaio che finisce in una chiesa, dove ogni domenica un singolare prete esorcista officia la messa in latino.
Il marchese è notoriamente un tipo difficile, quotidianamente inquieto a fare affari per valorizzare il ragguardevole patrimonio, ed è un uomo sempre stato di destra; tanto di destra che il Ris alle prime ricerche aveva scoperto che nella sua casa era stati ospiti nel tempo Franco Freda, Romano Mussolini, Pino Rauti e Paolo Signorelli, e nella relazione al procuratore aveva contrassegnato il soggetto come potenzialmente pericoloso e da attenzionare con cura. L’uomo risultava anche incarcerato per detenzione di armi negli anni ottanta.
Il colonnello sfilandosi il guanto bianco dette la mano al marchese il quale, con distaccata cortesia e senza tanti preamboli, lo fece accomodare dinanzi ad un tavolo, in una stanza del pianterreno senza finestre e strapiena di preziosi mobili e quadri.
L’appuntato, che fungeva anche da autista della Duna, tirò fuori una cartellina contenente fogli protocollo intestati all’Arma e cominciò a scrivere l’apertura dell’interrogatorio.
Il colonnello si sentiva leggermente a disagio dinnanzi a quel pezzo di antiquariato, ancora un bel tipo, vestito di roba semplice ma strapieno di classe, anche con quella canottiera bianca sotto la camicia di un blu incerto un po' aperta.
- Lei la sera di giovedì scorso ha giocato a burraco con la povera signora Paola e la signora Martina Franchi di San Giovanni?
Il marchese, che anche in quella penombra teneva gli occhiali scuri, accennò ad un si con la testa rasata di fresco per l’estate, da cui partivano due orecchie di buona fattezza, magari un po’ a punta come quelle di un cane lupo.
- Che impressione ha avuto dei rapporti tra le due donne?
- Ridevano insieme - rispose il marchese guardandosi le grandi mani ed allargando le lunghe dita.
- Ha avuto l’impressione di qualche screzio tra loro?
- No... si sono solo un po’ litigate per i soldi.
- Per i soldi?
- Si, nessuna delle due voleva tirare fuori l’euro per la partita persa.
- Ma giocavate a soldi?
- Si, un euro a partita; e a me che avevo vinto non me l’ha dato nessuna delle due.
Il marchese di questo fatto si mostrava piuttosto seccato.
Il colonnello incalzò: - come conosceva la signora Paola?
- Le famiglie si conoscono da sempre; poi il padre era stato con me in collegio in Svizzera, con Vittorio Emanuele di Savoia; ed era un uomo di destra, un ammiraglio con tanto di palle.
- Scriva “esimio” - disse il colonnello all’appuntato - scriva “esimio ammiraglio”.
Poi di nuovo rivolto al marchese: - ha notato ieri sera qualche tipo sospetto?
- Ma quale tipo sospetto - s’imbizzarrì subito il marchese -eravamo tutti i soliti amici che ci conosciamo da quando siamo nati, e non ritengo che tra noi vi sia un assassino; sarà stato un immigrato, qualche zingaro di passaggio, o un albanese o un rumeno, sono loro che provocano questi casini; ogni giorno ce n’è uno sul giornale! E il governo non fa nulla per rimandarli a casa!
Il colonnello non si fece attirare nella trappola ed evitò di rispondere.
- A che ora è andato via dalla villa?
- Quella sera abbiamo fatto tardi, verso la mezza.
- Siete andati via tutti insieme o alcuni sono rimasti?
- Non so, io sono stato il primo ad andarmene; sono sempre il primo ad andarmene.
- Come era vestita la povera signora Paola?
- Una camicia bianca bella aperta, con sotto un reggi... un reggicoso con un bordo di pizzo, e sul collo portava una collana azzurra.
- E sotto?
- Colonnello, stava seduta, abbiamo giocato a carte... di preciso non ricordo... ma sì sì, dei pantaloni blu molto attillati; mentre stavamo mangiando con il dottor Vulpiani l’abbiamo notati; la Paola aveva un bel deretano.
Deretano? Il colonnello aveva sentito usare questo termine da suo nonno quand’era piccolo, e poi dopo mai più.
- Appuntato non trascriva l’apprezzamento; e avete anche mangiato?
- Sì, era una sera del gioco ma eravamo un po’ più del solito, per la precisione ventiquattro, sei tavoli, e la Paola aveva fatto venire un catering non so da dove; tutta roba buona, ostriche, caviale, salmone, cozze in sauté, spaghettini al tartufo, linguine con astice, sardoncini alla brace, pesce arrosto e fritto, gelato e vino di chiavetta; e poi durante il gioco champagne di prima classe in coppa di cristallo; la Paola ci teneva molto, le piacevano le cose belle.
Se la spassavano questi vecchiotti, scollature generose, carte, ostriche e champagne... e al colonnello venne voglia di pesce fritto e di vino frizzante: gli ricordavano uno chalet della spiaggia dove una disinvolta rumena di classe A, full optional, bella come il sole e simpatica come una vincita all’enalotto, faceva la cameriera ed era diventata sua amica; e lui ogni tanto l’andava a trovare in borghese.
Mandando indietro voglia e ricordi fece un’altra domanda al marchese.
- Vi erano allora dei camerieri.
- Certamente.
- Quanti?
- Tre, di cui due di colore - sghignazzò il marchese.
Il marchese sghignazzava perché da quando aveva messo su un ristorante nello stabile una volta occupato dal vecchio granaio non era mai riuscito a trovare un italiano disposto ad andare lì a servire, come se servire a tavola fosse diventato un’onta; e pensare che lui stesso, nei momenti di maggiore criticità, portava il vino a tavola con un educato sorriso, anche a volte ad una odiosa plebaglia dedita allo sproloquio ed alla gazzarra.
- Saprebbe riconoscerli questi camerieri? - azzardò il colonnello
Il marchese non rispose per niente, aveva fretta, cominciava a diventare impaziente, e il colonnello, che aveva capito che non gli avrebbe tirato fuori più nulla di utile, dopo un altro paio di domande fece chiudere il verbale e si alzò per congedarsi.
Il marchese chiese se volessero fermarsi a mangiare, ma il colonnello non lo ritenne opportuno; e mentre la Duna scompariva lentamente dietro l’angolo, il marchese s’era già infilato a lunghi passi nel suo ristorante.
Il secondo fu il dottor Vulpiani.
Risiedeva anche costui, un uomo enorme, in una villa in alto sulla valle, con una vista ineguagliabile verso i monti Sibillini, ed avendo proprio di fronte la città, distesa sul suo crinale.
Il dottor Vulpiani meritava rispetto in proprio, ma anche per il fatto di essere il marito di una delle nobildonne di rango più elevato e più attive nel proprio contesto sociale, e cognato di un uomo molto potente, presidente del più noto istituto bancario della regione; la villa proveniva dalla famiglia marchionale di costoro, ma il dottor Vulpiani aveva pagato tutti i restauri e l ‘ammirevole riduzione in pristino che la rendeva così luminosa e ridente, così accogliente, così gradevole. In più, in una radura tra le antiche querce ed i centenari pini del parco, aveva fatto costruire una piscina a regola d’arte, che da metà giugno a metà settembre diveniva il salotto estivo della ospitalissima casa.
Il colonnello, giunto puntuale a bordo della famosa Duna blu, fu ricevuto da un indiano che in silenzio, emettendo solo di tanto in tanto suoni gutturali, lo accompagnò in uno stanzino dove il dottor Vulpiani era in attesa.
Era questo stanzino - in verità di dimensioni molto modeste rispetto a quelle degli altri ambienti della villa - lo studio del padrone di casa e, concettualmente, richiamava il piccolo studio dove nella reggia di Urbino si ritirava il Duca Federico a concentrarsi e a studiare le sue strategie di guerra.
Fu fatto spazio all’appuntato, su di un tavolo ingombro di tutto, per scrivere il verbale, il colonnello fu sistemato in una poltroncina a lato, e il dottor Vulpiani tornò ad accomodarsi dietro la scrivania, nella sua sedia specialmente rinforzata.
Mentre l’appuntato preparava l’incipit del verbale il dottor Vulpiani, che era un esperto di economia, venuto in essere il discorso sul governo spiegò allo stupefatto colonnello perché il professor Monti aveva fatto bene a massacrare di tasse gli italiani, e che anzi, ci voleva ancora più stretta ed ancora più rigore; e anche l’appuntato, che quell’anno non aveva potuto mandare la famiglia al mare per mancanza di liquidità, e che ogni giorno di più stringeva la cinghia, stava a sentire contrariato; e per fortuna che c’erano i nonni in Abruzzo con il loro podere sotto i monti, dove i bambini giocavano con le galline, e poi via via se le mangiavano con i grandi assieme ai conigli, alle faraone e alle papere.
Il colonnello, finiti quegli imbarazzanti preliminari, pose al dottor Vulpiani le stesse domande che aveva posto al marchese, e naturalmente ne ebbe le stesse risposte, salvo per quanto riguardava l’euro della vincita al gioco, che l’interrogato aveva regolarmente incassato sia dalla povera signora Paola che dalla signora Martina.
Dall’interrogatorio vennero fuori però alcune notizie interessanti: il dottor Vulpiani spiegò che la povera signora Paola era la proprietaria della villa e di tutto il restante patrimonio avuto in successione dalla madre, mentre la vecchia contessa cieca era solo usufruttuaria di una parte di esso; spiegò anche il dottor Vulpiani che ora sarebbe divenuto il padrone di ogni cosa il vedovo, l’architetto Pietro, già ricchissimo per suo conto, imprenditore ed operatore finanziario, cui veniva attribuita una fortissima liquidità.
- E di questi tempi la liquidità... - aveva concluso guardando lontano con aria grave il dottor Vulpiani, che su questi argomenti si appassionava, e sui quali ritrovava le scintillanti energie dei tempi giovanili, ormai invece sopite dinnanzi alle altre belle cose della vita, come le donne e come i motori.
Il colonnello pose le ultime domande: - da quando conosce la signora Paola?
- Da quando era bambina, da quando è nata; ero amico del padre, un gran signore ma un pazzo, giocava a fare l’estremista di destra, aveva studiato prima in Svizzera nello stesso collegio del marchese Delutiis e di Vittorio Emanuele - e qui fece un sorrisetto - e poi andò all’Accademia e divenne ammiraglio; un grandissimo signore, sempre elegantissimo, un uomo di gran mondo, ma un avventuriero; in Brasile e a Panama aveva accumulato tonnellate di denaro, non si sa con quali traffici, e Paola ne ha ereditato una grandissima parte; il resto se l’era scialacquato con il gioco e le donne, ma per fortuna è morto presto; creda a me, era uno sciagurato completo.
Il colonnello - ordinando all’appuntato di tralasciare queste valutazioni personali - pose la penultima domanda: - secondo lei la povera signora Paola e la signora Martina, con le quali ha giocato tutta la sera, erano in buon rapporto?
- Mi sono sembrate felici e tranquille come al solito; per quanto riguarda poi il loro rapporto qualcuno diceva che, ma non ci credo - e, abbassando la voce, fece segno all’appuntato di non scrivere - che andassero a letto insieme, oltre che con i maschi.
24/05/2018 23:31:35

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