ECONOMIA

IL LUNGO FILO ROSSO DEL PETROLIO

Conversazione con Mauro Canali: da Mussolini a Mattei con al centro il ‘tesoro del sottosuolo’in Medio Oriente

Maurizio Verdenelli
“Un filo rosso lega lunghi momenti diversi della storia del petrolio in Italia dal delitto Matteotti ad Enrico Mattei, passando per il caso Irak quando Mussolini di fatto rinunciò per la sua politica coloniale a rendere il paese autosufficiente dal punto di vista energetico”.
Parole di Mauro Canali, uno dei maggiori storici italiani, autore di clamorose revisioni grazie a documenti tratti sopratutto dagli archivi americani. Il prof. Canali, consulente Rai, è tornato dopo alcuni anni all’università di Camerino dove ha insegnato Storia contemporanea. Lo incontriamo dopo la presentazione del suo ultimo libro: Il tradimento-Gramsci, Togliatti e la verità negata.
“Ed un tradimento allo spirito nazionalista che proponeva, fu consumato dallo stesso duce che si fece alleato degli Usa negli affairs del petrolio”.
Canali lo spiega soprattutto in due libri: Il delitto Matteotti: affarismo e politica nel primo governo Mussolini e Mussolini e il petrolio iracheno. L’Italia, gli interessi petroliferi e le grandi potenze.  
C' è stato un momento, alla metà degli anni Trenta, in cui il nostro paese aveva la concessione per lo sfruttamento di pozzi petroliferi in Iraq pari a trentaduemila barili al giorno: 1.750.000 tonnellate all' anno. La valutazione del presidente Agip, Umberto Puppini, indicava chiaramente che il paese a breve non solo avrebbe raggiunto l' autonomia, ma addirittura sarebbe diventato esportatore di greggio. Un motivo d' orgoglio per Benito Mussolini, che per tre volte aveva cercato di mettere le mani sui giacimenti di Mossul, territorio assegnato dopo la fine dell' Impero Ottomano al neonato Iraq sotto tutela inglese. I primi due tentativi di entrare nel grande gioco di cui era egemone la triade anglo-francese-americano, erano falliti. Ma quando nel 1935 il progetto si realizzò, la guerra in Etiopia ebbe come risultato l’isolamento italiano da parte delle grandi nazioni ormai felicemente post-coloniali. E il capo del fascismo ordinò ad Agip di cedere la maggioranza nella Mossul Oil Fields, che aveva acquisito gradualmente dal 25% passando al 44% e quindi al 52%. Dalla Chase Bank, Mussolini ebbe 350.000 sterline, una miseria per il tesoro che passava di mano. E pensare che il duce, per entrare nel business petrolifero (snobbato da Sydney Sonnino che aveva preferito al tavolo della pace di Parigi concessioni territoriali) il 6 febbraio 1928 aveva scritto al nostro ambasciatore a Washington Giacomo De Martino di premere sul dipartimento di Stato Usa per una quota nella Turkish Petroleum Company . Occasione che si presentò solo più tardi, nel 1928,  quando finanzieri inglesi costituirono la British Oil Developments, poi Mossul Oil Fields, per concorrere alle nuove concessioni della nazione irakena, una volta diventata indipendente.

 Riflettendo sui lavori e le analisi di Mauro Canali, possiamo, rilevare che questo storico, che per il delitto Matteotti si sostiene sia andato oltre Renzo De Felice, basa il tutto su una sua convinzione: Mussolini trafficava in tangenti. Una convinzione che, lo diciamo subito, non condividiamo, ma ne parleremo anche perché il “potere”, da sempre, ha comportato sistemi di finanziamento ai quali si affianca il malaffare e quindi la confusione su questo argomento è alquanto facile.

Di certo anche Renzo De Felice conosceva i sistemi di finanziamento che si praticano dalla notte dei tempi e sono ancora il mezzo consueto di finanziamento dei partiti anche della Repubblica democratica del dopoguerra (nonostante che ora i partiti abbiano finanziamenti di Stato).
De Felice conosceva queste cose, magari non fino a dove, nelle documentazioni, ha proseguito il Canali, ma non è solo in questo modo che si possono sciogliere certi dubbi storici ed interpretare le vicende del delitto Matteotti.
Per altri versi sarebbe come stabilire che siccome Lenin prese ingenti finanziamenti da Wall Street e dal servizio segreto tedesco, se ne deducesse che Lenin era un uomo dell’Alta finanza e uno strumento del Kaiser. Oppure che Hitler avendo avuto finanziamenti anche da banche ebraiche era uno strumento dell’ebraismo; o ancora Mussolini, visto che prese finanziamenti per creare il Popolo d’Italia da tutti quegli ambienti, in genere massonici, interessati a portare l’Italia in guerra a fianco dei franco britannici, e durante la guerra venne anche finanziato dagli inglesi per tenere in piedi il pericolante “fronte interno” del paese, questi era uno strumento al servizio della massoneria e un agente inglese.
Chi ragiona in questo modo dimentica le leggi storiche, leggi che attestano che sempre e comunque ci sono poteri e interessi che hanno convenienza, per paura o per interesse, a finanziare “qualcosa” o “qualcuno” e uomini e movimenti che hanno necessità di farsi finanziare.
Stiamo oltretutto parlando di un epoca ove da decenni imperava il malcostume delle tangenti, piaga generata dal risorgimento. Nell’Italia degli anni ’20 la corruzione è diffusa e annidata nella burocrazia. Il rinnovamento, che avrebbe dovuto portare il fascismo, gli uomini nuovi, sarà lento e si manifesterà solo con gli anni, ma per il contingente troppi elementi marci si erano innestati nella rivoluzione fascista ed ora erano assurti al potere. Questo era il contesto dell’epoca nel quale il governo Mussolini si barcamenava dovendo far fronte a necessità non sempre conciliabili: gli interessi prioritari del paese, gli interessi di lobby che il governo, volente o nolente, aveva ereditato dai passati regimi e che comunque doveva subire anche perché l’andata al potere del fascismo aveva avuto finanziamenti da varie parti.
Tutte le vicende e le confidenze dell’epoca attestano che Mussolini disdegnava il denaro, aborriva la corruzione e ne aveva come fine ultimo la sua estinzione; che poi per opportunità tattiche o costrizioni di potere lasciava che ci fosse chi la esercitava, è un altro discorso.
Per la verità le presunte tangenti che Mauro Canali pretende di aver scoperto a vantaggio di Mussolini, il fratello Arnaldo, ecc., di fatto vengono fatte passare anche quale un interesse personale, un arricchirsi, sfruttando la raggiunta posizione di potere e questo assume un diverso aspetto, finendo per configurare Mussolini e il suo governo come una specie di Al Capone con tutto il suo sistema gangsterico.
Resta il fatto, però, che tutti questi illeciti arricchimenti, per la famiglia Mussolini, non si sono poi manifestati né per lui, né per gli eredi,[iii] ed allora, ci chiediamo: come può lo storico Canali, preso da fazioso furore nel dimostrare la corruzione del Duce, dedurre che alcuni documenti, una certa ricevuta, un certo finanziamento, da far risalire a Mussolini, sarebbero la prova della sua personale corruzione?
Quando oltretutto non è la corruzione la prassi e l’essenza politica di un uomo che poi realizzerà lo Stato del Lavoro e lo Stato sociale; la creazione, al tempo rivoluzionaria, dell’IRI; la società socialista con la RSI, e la formulazione dottrinaria del “tutto nello Stato, niente fuori dello Stato e soprattutto niente contro lo stato”, e che invece, qui si sottende, che avrebbe preso il potere per il potere, per arricchirsi.
E la stessa sicumera “tangentista”, il Canali la ripete quando afferma, in una intervista, di aver trovato almeno tre prove di tangenti a Mussolini e una lettera delle ferrovie circa la vendita di residuati bellici e il versamento che Mussolini riceve e sigla “riservatissimo”.[iv]
E non si presume, invece, che quel versamento, può avere destinazioni che non si conoscono, tanto che sigla “riservatissimo”, ma a quanto pare non lo fa poi sparire?
Sono vicende consuete in un sistema di governo, ma sono relative alle contingenze del tempo, con la pluriennale politica di Mussolini, anche perché qui non stiamo facendo valutazioni di correttezza e moralità, nel qual caso, non potremmo dimenticare il particolare periodo dell’epoca, in un certo senso “rivoluzionario”, laddove la stessa rivoluzione, è un atto illegale, ma non come tale può essere valutato.
In ogni caso, oggi come oggi, tutte le documentazioni che il Canali può portare per attestare tangenti che sarebbero finite nelle tasche di Mussolini o del fratello, possono interpretarsi come tali, come malaffare, solo attraverso congetture, quando invece siamo in presenza di un complesso quadro storico, dove determinati finanziamenti passano di mano e non possono mancare, oltretutto Arnaldo Mussolini, nella sua qualità di “amministratore” del giornale il Popolo d’Italia è preposto proprio a questa funzione di finanziamento, comune a tutti i giornali, o si crede che, tanto per fare un esempio, Il Corriere della Sera o l’Avanti! del tempo si alimentavano con i cioccolatini?
Tutti gli attori dell’epoca sono morti e quindi non possono ora spiegare e dettagliare a cosa e a chi quei documenti che il Canali va tirando fuori, si riferivano, a cominciare da Arnaldo Mussolini che per il Canali sarebbe al centro della Tangentopoli dell’epoca.
23/01/2018 02:36:56

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