ATTUALITÀ/Marche/umbria

Metti, una mattina
sulla superstrada
Civitanova Marche-Foligno
nel cuore
della memoria
e della storia

Renato Mattioni
Percorrere la superstrada 77 di mattina presto, da Civitanova Marche a Foligno, senza quasi nessun auto. Ricordo un vecchio pezzo su l’Appennino, perché la superstrada era nata con me, e con scaramantica preoccupazione vedevo il suo completamento come quasi un parallelo esistenziale... Ed invece ha coinciso con una grande, tragico, avvenimento collettivo. Il prima e il dopo del terremoto – di questo terremoto – segna la fine una generazione. Un’ampia generazione, da quelli come mio padre, alla mia. Non so quando potrò tornare tra Pieve Torina e Visso. Certo, dopo il liceo la quotidianità era già terminata. E via via ho assunto il profilo di “turista di ritorno”, con famiglia appresso. Eppure i giovanissimi figli erano contenti di stare alle pendici dei Sibillini. Coinvolti da quel tempo sospeso  insieme ad un ambiente naturale dirompente, rispetto allo sferruzzare di metro e tram urbani. Con tanto di ritualità, sciate a Frontignano e passeggiate al Bove, calcio e tennis al laghetto di Visso, il bar degli zii e i giochi con i cugini nel giardino di Pieve Torina, le mozzarelle a Colfiorito, il ciauscolo a Montecavallo e il pecorino a Macereto. E poi Camerino, per musei. E per me, annegare l’anima col Varnelli. Ed è un ricordo fresco, una condizione ibrida, per la quale in fondo non mi sono mai trovato “turista”, ma con quella certezza di ritrovarmi alla fine lì, dove stanno gli “alberi pizzuti”. Ed invece lo sradicamento si fa avanti. Del resto, il grande ed infinito terremoto non ha lo stesso orizzonte di quello disastroso del Settecento. Perché allora non c’era la globalizzazione, il tempo reale, le grandi e piccole migrazioni, i cittadini ibridi. La percorrenza a piedi, la distanza di una giornata, semmai la transumanza, l’ingrossamento urbano romano di marchigiani con Sisto V era l’unica reale prospettiva di fuga in quel lontano simile disastro. Con in più la prospettiva che anche Roma era stata colpita dal sisma, e che nella piana marchigiana insistevano paludi e malaria, e l’arroccarsi restava la migliore prospettiva. E quindi si restava. Si doveva restare. Ma ora che le occasioni di studio, professionali e di vacanza sono ad un passo dal mondo, il rischio di una profonda diaspora è dietro l’angolo.   
Il ritorno nei comuni dai centri storici abbattuti e con centri servizi nei container e villaggi di casette, in una quotidianità straordinaria e precaria (caldo d’estate e freddo d’inverno) sono l’immagine plastica di una vita ammorbata dalle scosse, quando proprio una faglia pare essere aperta proprio sotto le fragili fondamenta di villette anni ‘70 in poi, compresa la nostra. Non so neanche per quelli come me, intorno ai cinquantanni, residenti a tempo, che resterà del futuro nella marca camerinese. Mi rincuora che qualche attività imprenditoriale sia riaperta, come pionieri nel deserto. Ma l’economia dell’accoglienza diffusa – agriturismi, commercianti, artigiani di qualità – sembra per ora dispersa, se va bene profuga. E qui un ragionamento va fatto. Perché la tentazione è la fuga. Eppure un amico imprenditore friulano mi ricorda spesso come si possa convivere con il terremoto. Certo è difficile, per quelli con famiglie in prevalenza non locali. Non capiscono come si possa vivere con questa ansia della terra indomita. La ricostruzione delle comunità deve ripartire da chi resiste, per scelta e necessità. Ed attaccare a questo primo nucleo quelli dalla memoria non compromessa, dei giovani che magari studiano fuori e ritornano, lavorando in una università dal cuore camerte, ma policentrica, nelle attività economiche della filiera del chilometro utile. Sarà utile, ora, ricostruire “nuove” aree artigianali, piccoli distretti commerciali “naturali” nei centri storici salvati. Il tutto in un quadro ibrido, del pensarsi dentro e fuori, in un pendolarismo locale e globale, con una promozione culturale ed ambientale focalizzata, riducendo le duplicazioni per un percorso integrato dell’anima. E’ anche l’occasione di razionalizzare la gestione amministrativa, con l’accorpamento di comuni, quando l’emergenza non richiederà ai sindaci di essere “simboli” e “governance”. La fine di una generazione coincide appunto con un grande evento collettivo (sono state, ad, esempio le guerre mondiali, ma anche la rivoluzione digitale) come ho ricordato. La nuova generazione che riparte dalle fondamenta, non solo fisiche ma sempre più sociali, dovrà essere più “aperta”, più “innovativa” e se volete meno nostalgica del nostro ultimo racconto collettivo. Basta salvare uno nocciolo vivo.


22/05/2018 22:35:33

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