CULTURA

L'arroganza punita
(Omero e l’indovinello
fatale)

‘Gli dei vendicatori
seguono da presso l’arrogante’
(Da ‘Hercules furens’)
Seneca Lucio Anneo
(4 a.C. - 65 d.C.),
filosofo latino di Cordoba

Zio Nele (M.A)
Un antichissimo enigma, conosciuto come ‘l’indovinello dei pescatori di Omero’, fu citato da Eraclito, da Aristotele e poi da Plotino. La tradizione racconta che proprio il sommo poeta, autore dell’Iliade e dell’Odissea, si sia suicidato per disperazione non essendo riuscito a risolverlo. L’aneddoto ci racconta come il poeta (Omero), imbattendosi con un gruppo di pescatori dell’isola di Ios, rientrati da una sfortunata quanto inutile battuta di pesca, avesse chiesto loro cosa avessero preso. E la risposta fu questa: “abbiamo lasciato quello che abbiamo preso; quello che non abbiamo preso ce lo portiamo appresso“.

La risposta fu così enigmatica che lasciò interdetto l’insigne rapsodo (Omero) il quale, nonostante una lunga riflessione, non riuscì a trovarne la soluzione. E a noi, attraverso i secoli, ci è giunta questa interpretazione dell’enigma: che i pescatori si erano accorti di aver preso solamente dei parassiti, i pidocchi.

A tutt’oggi tale risposta risulta poco convincente, poiché in effetti non spiega chiaramente cosa i pescatori avessero lasciato in mare, né cosa, effettivamente, avessero preso. Questi parassiti (i pidocchi), certamente comuni all’epoca -- come lo sono stati, in Occidente, fino ai primi anni del dopoguerra (2° conflitto mondiale) – , erano spesso fraintesi, o meglio equivocati, come ci descrive Aristotele nella sua ‘Historia animalium’, con i pesci pidocchio – molto simili alle remore, si attaccavano alla chiglia delle navi con la loro ventosa, ‘capaci addirittura’ di fermare una nave;

e per questo considerati, dai pescatori, parassiti delle imbarcazioni --

A questo punto, si può pensare alla soluzione dell’enigma partendo da un’altra prospettiva. È probabile che i pescatori avessero, già a terra, i pidocchi tra le vesti prima della partenza, e se li fossero riportati a casa anche dopo la pesca: questo spiega ‘quello che non abbiamo preso ce lo portiamo appresso’. E magari avendo tirato le reti in barca, vedendo solo pesci pidocchio (non commestibili), li avrebbero rigettati in mare, donde: ‘abbiamo lasciato quello che abbiamo preso’ – non avendo la pesca, fruttato altro che inutili, e non commestibili, pidocchi di mare – .

Perciò, secondo Aristotele, è giocando astutamente su un’omonimia (che porta inevitabilmente al doppio senso) che gli autori sono riusciti a render difficile la soluzione dell’enigma. Detto così, ‘mysterium solvitur’ (il mistero è risolto); sarebbe come uno dei tanti giochi enigmistici basati sull’ambiguità del significato a cui si presta una parola. Ma allora perché avere tanta cura di farlo giungere fino a noi dopo 25 (venticinque) secoli? Una cosa è certa, oltre ogni ragionevole dubbio gli enigmi degli antichi contenevano profondi messaggi etici affinché fossero oggetto di riflessione per i posteri. Morale della favola , non è nella risposta dei pescatori che dobbiamo aspettarci una soluzione, bensì, nella domanda che Omero pose loro che possiamo trarne un’interpretazione. Infatti, secondo l’anonimo autore di ‘Certamen Homeri et Hesiodi’ (la contesa tra Omero ed Esiodo che conteneva il quesito) la domanda fu posta in questi termini:

‘O pescatori che venite dall’Arcadia, cosa portate a riva?’

Bisogna innanzitutto premettere che l’Arcadia, una regione interna dell’antica Grecia, dove gli abitanti erano dediti alla pastorizia, non aveva sbocchi sul mare. Da questo si deduce che la domanda del poeta fosse stata fatta con tono di voluto sarcasmo (non avendo i giovani pescatori alcun bottino) a risaltare i limiti della loro inesperienza.

Al ché gli interrogati, a loro volta, per mettere alla prova il rapsodo (Omero) nel suo campo, la poesia, gli risposero con ‘quell’indovinello in esametri’.

Dimostrando in tal modo di non essere gli ingenui pastori sprovveduti che costui riteneva. Fu così che il poeta morì di crepacuore, sconfitto per non aver saputo trovare la risposta; realizzando, in questo modo, la profezia della Pizia che, anni prima consultata, aveva vaticinato: ‘Patria di tua madre è l’isola di Ios, che ti accoglierà dopo la tua morte; ma tu, stai molto attenti all’enigma di giovani ragazzi’.

Abusando della bravura e della conoscenza in suo possesso, per umiliare dei poveri pescatori, il grande Omero decretò, inconsapevolmente, la propria fine.

Aforisma dell’autore --

‘Il talento e la bravura sono doni... che vengono dal ‘cielo’: destinati senza condizioni né meriti. L’unica condizione, per chi li riceve, è il buon uso e la condivisione. Per chi, eziandio, ne fa abuso, possono mutarsi in dannazione’.

17/05/2018 07:14:33

http://www.cronachedeisibillini.com/cdsarticolo.aspx?idArt=408
I testi presenti sul sito sono liberamente utilizzabili per fini culturali e comunque non di lucro, a patto di citare chiaramente la fonte di provenienza Cronache Dei Sibillini (cronachedeisibillini.com), gli eventuali autori del testo, quando indicati, le date di redazione ed aggiornamento e l'url relativa. Il Gruppo The X-Plan gestisce la comunicazione per conto di CdS ma non e' responsabile per la selezione e la pubblicazione dei suoi contenuti.