SCIENZA

QUANDO MASTRO SELVAGGIO DA PERUGIA SCOLPI' NEL LEGNO CHI SCANDIVA LE ORE A MACERATA

Mariella Troscè
La prima volta che ho incontrato Libero, stava in mezzo ai libri e ad una nuvola di fumo, fumo di sigaretta; era il 1968 o 1969 ed io dovevo preparare la tesi in storia; il prof. Alberto Caracciolo mi aveva assegnato un argomento nuovo per quegli anni: il rapporto tra la classe dirigente maceratese e la proprietà fondiaria nel ‘500 e ‘600 e mi aveva avvertito che avrei dovuto consultare soprattutto i documenti dell’epoca, conservati nell’Archivio di Stato; non ero mai stata nell’Archivio perciò mi ci recai con una certa preoccupazione;lì mi portarono un catasto antico, un librone, io ricordo che lo aprii, ci guardai dentro e lo richiusi perché non capivo quello che c’era scritto; il direttore dell’Archivio, prof. Cartechini, capì e mi spedì in Biblioteca dicendomi di contattare Libero Paci; in biblioteca mi mandarono in una specie di antro poco illuminato, pieno di pile di libri, in fondo al quale, seduto ad un tavolo, anch’esso coperto di libri, c’era Libero con la sigaretta accesa(tra parentesi, l’antro oscuro era la Sala Castiglioni prima del restauro); Libero mi ascoltò e ai miei dubbi rispose che con i documenti d’archivio ci voleva pazienza, pazienza e curiosità: avendo ambedue, quelle vecchie carte mi avrebbero spesso sorpreso, ma mai annoiato, oggi posso dire che è stato proprio così.

Non so se con quelle parole Libero parlasse di se stesso, ma sono convinta che lui avesse letto tutti i manoscritti della Biblioteca, nonché i testi relativi a Macerata e alla sua storia, così come conosceva i documenti dell’Archivio Diocesano e le Riformanze e i Camerlenghi conservati all’Archivio di Stato (e sto parlando di centinaia e centinaia di testi manoscritti); credo di aver letto tutte le sue pubblicazioni, ma gli articoli che più mi piacciono e che più me lo ricordano, sornione e con la sigaretta pronta, sono quelli in cui parla di Macerata non da storico, ma da narratore: i personaggi tipici, i modi di dire, le vicende minute, il gossip, i notabili dal nome altisonante, come la “Sora Pimpa” ovvero la Contessa Olimpia Compagnoni-Floriani, una Macerata che oggi non è immaginabile e che non esisteva più neanche quando Libero scriveva, ma che lui sapeva rievocare con umorismo.

Non so se oggi Libero sarebbe contento dell’orologio ripristinato o l’avrebbe considerato un’operazione ben riuscita di promozione turistica, buona per iscrivere Macerata tra le città, che non sono poi tante, fornite di questo genere di orologi, però da storico qual era, e da narratore, avrebbe ricordato che Macerata ha sempre avuto un buon rapporto col tempo e con la sua misurazione: infatti il primo orologio meccanico costruito a Macerata risale alla primavera del 1372 quando vicino al Palazzo Comunale venne montato un orologio costruito da Mastro Pierbenedetto, con un meccanismo tale per cui una statua in legno, raffigurante probabilmente un uomo, costruita da Mastro Salvaggio da Perugia, ruotando batteva con un martello le ore su una campana, “pro pulzando horas”, scrive il Camerario comunale, segnando le spese; l’orologio funzionò fino al 1402 quando, in un periodo particolarmente difficile per Macerata, che aveva subito già un assedio e resistito a vari assalti, durante il Grande Scisma d’Occidente, con le Compagnie di ventura che scorrazzavano nel territorio, taglieggiando le comunità, il Comune lo fece riparare da Mastro Grillaccio da Fabriano; l’orologio continuò a funzionare, fino agli anni venti del ‘500, con un “moderatore” che se ne prendeva cura, stipendiato dal Comune, finché nel 1568 il Comune decise di far costruire un nuovo orologio dai mastri Ranieri di Reggio.
L’orologio del 1372, come quello ripristinato, era un orologio all’italiana o alla romana, cioè considerava la durata del giorno da tramonto a tramonto ed era il tramonto che segnava l’inizio della prima ora, quella “di notte”; era un sistema che oggi a noi appare macchinoso e complicato, ma che per secoli ha scandito le ore del lavoro e del riposo, con un ritmo più lento, certo più naturale, tanto è vero che quando arrivarono i francesi di Napoleone, alla fine del ‘700, ed imposero un altro sistema, più astratto, di misurazione del tempo, cioè l’attuale, ci furono da parte della popolazione tumulti e ribellioni(come a Civitanova).

A Macerata c’erano altri orologi, oltre quello della Torre; uno stava sulla facciata della Collegiata di S. Salvatore, una chiesa non più esistente che si trovava nell’attuale Piazza Annessione, vicino ai Cancelli e di cui esiste un bel disegno, con l’orologio bene in vista, nell’Archivio storico comunale, così come tuttora altri orologi segnano il tempo, posti sulla facciata del Palazzo degli Studi e in quella del Palazzo Ciccolini, oggi sede della Banca Nazionale del Lavoro.

Però non c’era solo l’orologio a scandire il tempo, anche le campane delle Chiese facevano rumorosamente la loro parte, mentre un’antica campana, chiamata “Maria”, che si trovava in cima alla Torre, che fin dalla fine del 1200 fiancheggiava i Palazzi comunali (oggi è la Prefettura), veniva suonata in caso di pericolo, durante i temporali e ogni volta che si riunivano i Consigli cittadini, anzi al terzo rintocco i consiglieri dovevano già trovarsi nella Sala delle riunioni, così come al tramonto, dopo il terzo rintocco, nessuno poteva circolare in città, tranne chi di dovere, pena una multa.
20/01/2018 16:24:47

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