CULTURA

Il peso della parola:
mistificazione
ed inganno

Quando scrivere diventa anche sofferenza

Zio Nele (M.A.)
‘Si quid vis, verba sequentur’ – Se sai cosa vuoi dire, le parole seguiranno –

Non ricordo esattamente di chi o a chi fosse attribuito questo esemplare motto latino. Posso solo constatare, ahimé, che la sua realizzazione sia, per quanto facile, assai problematica nei fatti. In quest’enorme circo equestre della comunicazione verbale, et non, sono entrato con l’ingenuità del candido fanciullo che si culla nei propri sogni. Da quando ho ‘iniziato’ l’impervio tracciato (della scrittura), non immaginavo assolutamente di ritrovarmi, novello Dante (ma quando mai?), ‘in una selva oscura che la diritta via era smarrita’. Più che dissipare quelle fitte nebbie, che non permettono alla vista di definire i bordi della strada, ciò che non mi da pace sono le mille luci, in alto, che confondono il mio già labile senso dell’orientamento. Eppure, mi era stato detto che, continuando a ‘visitare’ poeti, romanzieri, drammaturghi, filosofi e talvolta anche filologi, sarei approdato alla piena consapevolezza di un racconto del pensiero, attraverso l’espressione, proprio della scrittura.  

Forse sono, sempre citando Dante, solamente all’ingresso, della porta di Dite:  

“Per me si va nella città dolente / per me si va nell’etterno dolore / per me si va tra la perduta gente.”  

Nel suo allegorico viaggio nell’Inferno, l’Alighieri trova, tra l’altro, la soddisfazione nell’autoincensarsi: “Da ch’ebber ragionato insieme alquanto, / volsersi a me con salutevol cenno, / e ‘l mio maestro sorrise di tanto; / e più d’onore ancora assai mi fenno, / ch’e’, sì mi fecer della loro schiera, / sì ch’io fui sesto tra cotanto senno. La mia presunzione non arriva a tanto.  

Arrivato ch’è, nel Limbo, Dante riconosce tra i dannati, quei virtuosi non battezzati (non avranno mai il privilegio di vedere Dio) che sono i grandi spiriti dell’antichità, e insieme alla sua guida, Virgilio, potrà assaporare il piacere, come loro ‘pari’, di condividere un breve tratto di strada dissertando del più e del meno:  

“parlando cose che ‘l tacere è bello, / sì com’era ‘l parlar colà dov’era.“  

Alla fine di questo nostro, ancor breve, tratto di strada, mi sorge un dubbio profondo

su tutto quello che sto facendo in questi ultimi tempi (soprattutto da un anno in qua):

entrando nel mondo di coloro che con la parola, mi riferisco in particolar modo a quella scritta, esprimono il proprio pensiero, ho veramente coscienza del peso che questa riveste quando viene assimilata dal potenziale od occasionale lettore?

Questo quesito, fra l’altro, traslato negli ambiti di quelle persone (il sottoscritto rappresenta semplicemente un’umile goccia, nell’oceanografica scrittura) che hanno una potenzialità mediatica sproposita, rispetto ai propri meriti di virtù culturale, mi inquieta maggiormente. Mi riferisco ai conduttori di talk show televisivi che scrivono libri, mai scritti di proprio pugno (ci sono i ghost writer’s, non lo sapete?), soltanto per veicolare il pensiero politico del padrone di turno (in Italia più che altove), ai critici d’arte che attraverso l’immagine televisiva, ed ora anche dei ‘social’, diventano opinionisti a tutto tondo e non solo verbalmente (non faccio nomi ma sapete perfettamente di chi sto parlando), dopo aver fatto chissà quante volte il ‘salto del fosso’, a eminenti giornalisti di spessore, ex direttori di famosi quotidiani ai vertici delle vendite, che dopo un’onorata carriera ottenuta mostrando una sana onestà intellettuale, svendono la propria credibilità per quel peccato di superbia che è tipico di chi non accetta... di non essere più al centro della scena.  

Non si è mai preso veramente in considerazione questo lato del problema... nel nostro Stivale che imbarca acqua, polvere e sabbia da ogni agente esterno.  

Questi ‘ominicchi’ (così li definisce L. Sciascia attraverso le parole di Don Mariano ne “Il giorno della civetta”) dovrebbero vergognarsi – probabilmente nel loro lessico non esiste la parola vergogna, né tanto meno ne conoscono l’etimo: dal lat. ‘vereri riverire’ che significa ‘aver rispetto’ -- , per quella indefinibile massa posta dietro gli schermi televisivi (ed ora anche di youtube) che poi acquista i loro libri, legge i loro articoli e le loro opinioni, scritte oltre che verbali.

Con questo, non voglio assolutamente giustificare il potere che si fa strumento di questi stupidi pagliacci, i quali non hanno anima, ma si sa: “La gente paga e rider vuole quà”, ma non scambiateli con quelli del Leoncavallo (cfr “Pagliacci”). Nello spettacolo circense è questo il ruolo del potere, quello dei domatori. E, ‘in hoc casu’ (in questo caso), specificamente il nostro, lo scopo non è quello di divertire un pubblico che ha pagato un biglietto. In questo caso, il peso di ciò che si dice (nondimeno, di ciò che si scrive), ricade sull’alienazione dei diritti inderogabili dell’individuo, stabiliti nella giusta misura ed equilibrio, fra diritto e dovere, che a ogni singolo devono esser garantiti. E questo, perdio, non posso accettarlo. Da tutti coloro che ne fanno uso come strumento, me compreso, esigo ed esigerò sempre il rispetto della parola nel suo significato, quanto nelle sue intenzioni... ‘ché non vengano mistificate.  

“In principio era il Verbo, / il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio (Vangelo di Giovanni, primi versetti). – Verbo che, tradotto dal greco antico, ‘logos’, significa ‘parola’, ‘discorso’ o ‘ragione’. È per questo che, per tutti coloro che hanno coscienza del peso che la parola comporta, scrivere non è solo passione o mero mestiere, scrivere è... anche sofferenza.



Post-scriptum: 'Ciascuno a suo modo' (L. Pirandello)
18/04/2018 09:41:01

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