STORIE

Il monopolio assurdo

La decolonizzazione fallita.
La breve primavera arabo-africana.
La lezione di Enrico Mattei

Maurizio Verdenelli
Subito dopo la guerra sembrò che l’Africa, la ‘grande madre’, potesse conoscere un periodo di effettiva decolonizzazione e dunque di benessere rivolto non alle potenze colonialiste come avvenuto fino ad allora, ma finalmente ai ‘popoli in marcia’ come li definiva Giorgio La Pira. Fu purtroppo una ‘primavera arabo-africana’ di breve durata: il post colonialismo si sarebbe rivelato peggiore del colonialismo, uccisi i pochi alfieri internazionali che rivendicavano per le Nazioni l’effettiva proprietà delle ricchezze del sottosuolo del Continente nero. “Il petrolio è loro e quando ci approcciamo ai produttori non dimentichiamola fondamentale lezione di Enrico Mattei” dichiarò alcuni anni fa Paolo Scaroni, allora amministratore delegato, nel filmato ‘Petrolio e Potere’ realizzato da Eni. Ivan Sagnet (il suo libro ‘Ama il tuo sogno’ è stato un cult letterario sull’esperienza nelle piane di Nardò dominate dal caporalato) venne dal Camerun a Torino, oltre un decennio fa, per tre motivi: prendere la laurea in Ingegneria, per il fascino che esercitava su di lui Enrico Mattei ed, infine, …tifare Juventus. Ci disse: “Mattei è come Nelson Mandela (cittadino onorario di Macerata sin dal 14 marzo ’86, quando era ancora in carcere ndr): eroi del loro territorio, entrambi determinati ad andare ‘contro’”. “Sono un cittadino del mondo globalizzato dove il capitalismo sfrutta tutti indistintamente. Siamo sulla stessa barca. Dobbiamo puntare a cooperare tutti ad una nuova distribuzione della ricchezza mondiale. Le lobbies hanno trovato il modo di dividerci, ecco perché reggono. Nel pensiero di Mattei c’erano le piccole e medie imprese (lo zoccolo duro del 60% della manodopera) perché radicate nel territorio, non le multinazionali che occupano e sfruttano le aree del pianeta per i loro interessi”. Un mese prima d’essere ucciso, settembre 1962, Enrico Mattei concluse il suo ultimo discorso a Matelica: “Il nostro mondo è venuto acquistando una parvenza confusa e superficiale per l’eminenza che vi hanno le preoccupazioni della vita quotidiana, l’ansia del denaro e del potere, gli antagonismi e le sopraffazioni. Ma è motivo di consolazione riconoscere la persistente vitalità di taluni alberi generosi che non dovranno mai morire. Rimproveriamo pure alla società attuale i suoi vizi ma riconosciamo anche le sue virtù. Ad esse guardano come a un modello tutti i popoli nuovi e noi auspichiamo l’estendersi di queste virtù al mondo intero, preparando l’avvento di una comunità umana composta più da fratelli che da antagonisti, più da uguali che da diversi”. In precedenza aveva dichiarato: “Il petrolio fa cadere i governi, fa scoppiare le rivoluzioni, i colpi di stato, condiziona l’equilibrio del mondo. Il destino di milioni e milioni di uomini nel mondo in questo momento dipende da 4 o 5 miliardari americani. La mia ambizione è battermi contro questo monopolio assurdo. E se non ci riuscirò io, ci riusciranno quei popoli che il petrolio ce l’hanno sotto i piedi”.L’ultima missione in Mali, pochi giorni prima d’essere ucciso (27 ottobre 1962) affidata a Giuseppe Accorinti, uno dei suoi ‘ragazzi’ più apprezzati, illumina il glorioso obiettivo perseguito sino alla fino dall’Uomo che guardava al futuro. Un futuro tradito con il suo assassinio. Il piccolo Paese, il più francofono dell’Africa, fino all’ultimo al centro della sanguinosa strategia dell’Isis, doveva diventare per il fondatore dell’Eni un’altra Cuba nel cuore del ‘sistema’ per far saltare lo scacchiere dei padroni del petrolio.
“La grande intuizione del presidente dell’Eni era stata quella di promuovere un dialogo paritario ed equilibrato con i Paesi in via di sviluppo che continuavano a subire il gioco del passato coloniale. Di qui il tentato accordo con lo Scià di Persia e i tentativi con Marocco, Libia ed Algeria dove, sostenendo il Fronte di liberazione nazionale durante la guerra franco-algerina, assicurò una corsia preferenziale all’Eni presso il futuro governo algerino. Gli accordi commerciali che Mattei promuoveva erano di portata rivoluzionaria e arrecavano enormi vantaggi ai Paesi produttori di greggio: il 75% dei profitti contro il 50% offerto dal cartello petrolifero mondiale e, in aggiunta, la promessa di utilizzo e qualificazione della forza-lavoro locale. Il atto che si ponessero così le basi per un possibile sviluppo industriale delle ex colonie europee, ma anche uno sviluppo industriale equo ed autonomo dal controllo delle grandi potenze mondiali era stato il motivo della crescente ostilità che la politica neoatlantista di Mattei attirava su di sé, da parte di ambienti legati non solo alle grandi compagnie petrolifere. Ma anche ai governi di Inghilterra e Usa, che temevano i risvolti tanto politici quanto economici della via inaugurata dal presidente dell’Eni” (Otello Lupacchini, magistrato: “In pessimo Stato”, 2016) Cinque anni fa, 29 maggio 2013, un appello agli imprenditori italiani dalla figlia di uno dei fondatori dell’Africa moderna: “Devono investire da noi, cogliendo le enormi opportunità offerte”. A lanciarlo Samia Nekrumah, presidente del Kwane Mkrumah Pan-African Center, figlia del leggendario primo presidente ghanese, padre del Panafricanismo. ‘L’Africa ha tanto da offrire’ sottolineò la Nkrumah a margine delle celebrazioni per la Giornata dell’Africa, alla Farnesina e ricordando ‘la meravigliosa figura di Enrico Mattei’, un imprenditore che ‘con coraggio venne negli anni 60 in Ghana per aiutare in campo infrastrutturale’: raccolgano ora gli imprenditori italiani ‘la sua eredità’. (troppe virgolette) Ci fu un momento in cui i destini del mondo sembrarono, per brevi momenti, finalmente nelle mani di alcuni uomini di buona volontà: John F. Kennedy, papa Giovanni e Kruscev. Uomini di buona volontà. Tra loro personaggi ‘di raccordo’ come lo stesso Giorgio La Pira, il ‘sindaco santo di Firenze’, uno degli uomini del Codice di Camaldoli (1943) con Moro, Montini, Vanoni, Ferradi Aggradi, Saraceno, Fanfani, Boldrini, Vito, il ‘profeta’ che aveva fede nei ‘popoli nuovi’ che andavano ad ingrossare quel grande inarrestabile flusso (“il fiume” diceva La Pira) della storia. “E Mattei incontrava il mondo che si era alzato in piedi e camminava verso la Storia e l’emancipazione. E lo incontrava a Firenze dove vide il re del Marocco, Maometto V; l’Egitto, l’Africa Nera e l’Algeria. Al servizio dei popoli in via di sviluppo. Un disegno grande francescano ostacolato da tutte le grandi destre economiche del mondo”. Ricordava ancora La Pira in un’intervista a Sergio Zavoli: “Ero ad Algeri il 1. novembre 1962; sapendo che ero italiano alcuni ragazzi mi parlavano addolorati della morte di Mattei avvenuta qualche giorno prima. Fu bellissimo e toccante”. Ancora adesso l’Algeria ricorda “l’amico e eroe” marchigiano. In una lettera inviata nei giorni scorsi a Matelica, per l’inaugurazione del museo di famiglia, l’ambasciatore in Italia Abdelhamid Senouci Bereksi ha tra l’altro scritto: “La sua è stata una voce che ha urlato indipendenza culturale, sociale ed energetica. Ha saputo sensibilizzare l’opinione internazionale circa l’altissimo prezzo che gli algerini stavano pagando nella lotta contro il colonialismo francese”.
Per capire cosa Mattei avesse veramente in mente per il continente africano bisogna riandare ad un discorso che però lui non pronuncia in Tunisia ma che Giuseppe Accorinti (“Il principale”) riporta: “Io credo alla decolonizzazione non solo per ragioni morali di dignità umana ma per ragioni economiche di produttività,… senza la decolonizzazione non è possibile suscitare nei popoli afroasiatici le energie, l’entusiasmo necessario alla messa in valore dell’Africa e dell’Asia, ora che le loro ricchezze sono immense. Faceva comodo al colonialismo incoraggiare la fatalità e la rassegnazione”. Marcello Boldrini, il docente matelicese, secondo presidente dell’Eni ha raccontato un avvenimento alla fine di quel tragico ‘62: “Una comitiva di 5 o 6 turisti, uomini e donne, si allontanava un giorno da Accra in Ghana per andare nel bosco o sulla spiaggia a cercare un luogo di refrigerio dall’estenuante calore equatoriale. All’ombra di poche palme, un negro seminudo ed alcuni marmocchi nudi del tutto, offrivano, in ristoro ai rari passanti, succose noci di cocco. I viaggiatori bianchi scesero dalla vettura e scambiati inizialmente per russi, spiegarono di essere invece italiani dell’Agip. Il negro divenne subito pensoso e dopo una breve pausa commentò: ‘I am sorry for ther man died’. Anche laggiù, nella boscaglia dell’Africa Nera, Mattei, l’uomo dei popoli in marcia’ (le virgolette sono chiuse ma non aperte) era rimpianto”. Nel 110. Anniversario della nascita della nascita di Mattei (2016), il Presidente Sergio Mattarella ha dichiarato: “La sua visione del mondo e il desiderio di superare squilibri a noi sfavorevoli sono stati preziosi per il rilancio dell’Italia negli scenari globali e per la costruzione di rapporti equi con i Paesi di nuova indipendenza. La sua lezione è più che mai attuale”. A Camerino, all’inaugurazione dell’anno accademico (gennaio 2017) il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha definito il fondatore dell’Eni ‘grande innovatore e grande rivoluzionario’: ‘modello da seguire per la ricostruzione post sisma” . Purtroppo., al momento, solo parole. La battaglia, racconta Vittorio Emiliani (“Gli anni del Giorno”) contro un centrismo ormai consunto e ad un atlantismo arroccato sia verso est sia verso il terzo mondo, la lotta per la decolonizzazione, contro le Sette Sorelle contrarie a concedere margini a nuovi soggetti e paesi produttori, fu combattuta anche attraverso un giornale nuovo: ‘Il Giorno’, finanziato dall’Eni. L’inchiesta divenne subito lo strumento-principe con cui scandagliare lo stato delle cose e del mondo. Ed ecco le pagine tematiche allora ancora assenti nei giornali italiani a cominciare da Economia e Cultura. Inoltre uno sport raccontato in modo completamente originale da quel grande giornalista scrittore che è stato Gianni Brera. Il vento del cambiamento anche e soprattutto attraverso una nuova comunicazione. Ricorda infine Giancarlo Liuti: L’Eni firmò nel ’53 l’accordo ‘energetico’ in Iran, poi in Marocco, Giordania, Libia e perfino in Unione sovietica, scontrandosi con la stretta alleanza tra Italia, Usa ed Occidente europeo, fra cui l’Inghilterra. “Ho passato tempo addietro in Iran una quindicina di giorni e rimasi sorpreso dalla cordialità, quasi dall’affetto, che la gente comune mostrava verso noi italiani. Ne parlai con la guida del viaggio, che mi spiegò che nel Paese persiste tramandato da nonni e da padri, il ricordo dell’italiano Enrico Mattei come un amico, un uomo che per quel fatto del ‘53 essi continuano ad identificare con gli italiani in generale, ben diversi, secondo loro, dai turisti provenienti da altre parti dell’Occidente e specialmente dagli Usa”.
17/04/2018 01:45:24

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