INCOGNITA/Terra Di Mezzo

IL LUOGO SENZA TEMPO

Maurizio Angeletti
Il mistero: spazio di un luogo senza tempo e porta dell’infinito, dove la fantasia e l’immaginazione non conoscono ostacoli. Il mistero, è l’unica risposta possibile ai nostri dubbi e il sollievo delle nostre angosce, ma anche… la dimora d’improbabili speranze.
Ho la fortuna, affacciandomi dalle finestre poste sul retro della casa dove abito, di ammirare, nei giorni d’aria tersa, in ogni stagione, quello spettacolo della natura che solo i monti, nei suoi profili irregolari ma sempre armoniosi, possono offrire.
Questo skyline è uno dei più suggestivi del centro Italia ed unisce, separandole, due regioni accomunate proprio da quell’unico ‘elemento’: i Monti Sibillini.
Le Marche e l’Umbria sono in ‘simbiosi’ fra loro, sin dai primi insediamenti umani e, attraverso questa comunione di territorio, l’entroterra delle due regioni è divenuto patrimonio di un consortile umano ‘cenobita’, per necessità e condivisione. Anche di leggende.
Attraverso i secoli, attorno ai Sibillini, sono convissuti, in totale armonia, passato e presente, nonché realtà e fantasia, in quell’atmosfera del mito e della leggenda che si incunea ogni volta, inevitabilmente, tra le pieghe del mistero.
 Forse, la vita in questi posti, abitati da montanari e pastori che vi hanno appeso le loro esistenze, ha creato questa particolare esigenza, per alleggerire la dura esperienza della quotidianità.
E così, già dall’anno mille (1000), presso il santuario della Madonna dell’Ambro, si racconta che ’accadde’ un insolito fatto. Sulla sponda del fiume che costeggia l’edificio sacro, nella cavità di un faggio vi era l’immagine della Madonna, officiata quotidianamente di preghiere e adornata di fiori campestri da una pastorella muta fin dalla nascita. Questo rito devozionale, che si protraeva da anni, venne premiato un mattino di maggio, con l’apparizione della Madonna alla pastorella, alla quale, tra l’altro, fu restituito il dono della parola.
Un’altra leggenda è quella che dà il nome al lago di Pilato, sul monte Vettore. Secondo la tradizione narrata, il procuratore romano Ponzio Pilato, avanti che fosse giustiziato, chiese che il suo cadavere venisse depositato su un carro trainato da bufali e, successivamente, lasciato a un’incerta sorte. Sfiancati, i bufali arrivarono fino ai monti Sibillini, dove vennero inghiottiti, col suo insolito carico, nei gorghi lacustri della montagna.
E ancora, la leggenda del Guerin Meschino e della Sibilla, strettamente collegati fra loro per l’unicità del tema, il destino nelle parole dell’oracolo. Le vicende cavalleresche del Guerino, narrateci da Andrea da Barberino, già nel primo medioevo riscuotevano un ampio consenso di lettura, in questi luoghi, entrarono, in tal modo, a far parte da subito, della cultura pastorale del territorio.
Questa leggenda ci racconta che un cavaliere, il Guerino, impegnato nella ricerca dei genitori, sicuro del fatto che la Sibilla potesse fornirgli una risposta, intraprese il cammino per arrivare nella sua grotta. Durante il tragitto, incontrò molti gentiluomini che cercarono di dissuaderlo dal proposito, ma invano. Addirittura, uno di questi, gli raccontò che, poco tempo prima, tre ragazzi si erano recati dalla maga, ma solo due avevano fatto ritorno, senza poter spiegare l’accaduto.
Giunto alla grotta, il ragazzo fu accolto da tre bellissime fanciulle che lo condussero al cospetto della savia Sibilla. Costei, dopo aver ascoltato attentamente le ragioni che lo avevano spinto fin lì, iniziò la sua opera di corruzione per indurlo al peccato affinché perdesse l’anima. Ma il cavaliere resistette a tutte le tentazioni, e dopo un anno di permanenza, pretese che gli fossero svelate le sue origini. La maga, a questa richiesta, sardonicamente, fornì ambigue risposte e, subito dopo, sparì. Così, al Meschino (Guerino), dopo una ricerca affannosa per uscire dalla grotta, non rimase altro che ritornare nel mondo reale.
I miti (dal termine greco ‘mythos’ che significa discorso, narrazione, racconto…) ed ancor più le leggende, declinazioni sublimate dei primi, ci proiettano inevitabilmente in una dimensione onirica quantunque nello stato di veglia, rappresentando, per ogni individuo, un’insopprimibile esigenza dello spirito.
Nel piatto della bilancia contrapposto a quello della materia, il peso necessario per raggiungere l’equilibrio, non è mai sufficiente.
Alla fine di un percorso esistenziale, per chi ha rimosso gli altri miti (delle religioni), soltanto una speranza (illusione) rimane accesa nel cuore di ogni Guerin Meschino di questa terra, grazie anche ai miti: una completa armonia dello spirito che appartenga unicamente... a quel luogo senza tempo.
16/01/2018 02:16:01

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