CULTURA

La paziente fretta di morire

Anche a Pasqua si puo' riflettere

lo Zio ‘Nele (M. A.)
È incredibile! L’abitudine, sotto qualsiasi forma o aspetto, surrogato di ogni scopo di vita, scandisce tutti gli istanti della nostra esistenza.

Quando il giorno volge alla “compieta”, annunciando l’imminente vespro, un’inertemassa, come tanti bravi cenobiti di una comunità monastica, sto parlando degli “umani”, si rifugia nelle proprie tane per disfare, ognuno per proprio conto, l’infinita tela di Penelope tramata nelle ore diurne. E nello svolgimento dei riti, come negli eterni miti (Sisifo, Promèteo o, giustappunto Penelo pe), avvolgono la vita in quella tela/ragnatela, nella paziente fretta di morire.

Nel loro inconscio, sublimato da un sistema sempre più incontrastato padrone del territorio, come le radici di una vecchia quercia, è questo l’unico vero senso della vita: la perenne ripetizione dei riti in attesa della morte che verrà.

In questo modo, giustificano ogni singolo atto o azione della giornata, senza mai affacciarsi alla finestra per vedere ciò che accade fuori. Parlo delle meraviglie della natura che, con la nostra semplice ed invasiva presenza, deturpiamo indecentemente senza rendercene conto; parlo del meraviglioso manto di stelle, spettacolo, nella notte, da osservare in religioso silenzio; parlo del sole che ci illumina e ci permette di vivere; parlo della bellezza e della crudeltà, nel necessario ciclo biologico di ogni essere vivente. Insomma, parlo della gioia della vita e parlo anche del dolore della vita, ma parlo della vita, non parlo di una... paziente fretta di morire.

Ma come posso biasimarvi, io, guardando voi, che avete il vostro...“illustre” Dio.

La Compieta

Questo è il termine con cui viene indicata, l’ultima ora canonica che segna la fine della giornata, dopo il tramonto. Nell’ambito liturgico della Chiesa Cattolica, con la preghiera in latino “Te lucis ante terminum” (inno della Compieta) ci si rivolge al Creatore di tutte le cose perché allontani da noi gli incubi notturni. Di seguito il testo canonico latino con la parafrasi italiana:

Te lucis ante terminum A Te, prima del termine della luce,

Rerum creator poscimus, Creatore del mondo e di tutte le cose,

Ut pro tua clementia, Affinché per la tua clemenza,

Sis praesul et custodia, Siamo protetti dai cattivi sogni

Procul recedant somnia, Dei fantasmi della notte

Et noctium phantasmata; E dalle nostre paure;

Hostemque nostrum comprime, e che il nemico, alla nostra vista,

Ne polluantur corpora. possiamo comprendere.

Praesta, Pater piissime, Lascia che la compassione,

Patrique compar Unice, del Padre e del Figlio, con lo Spirito Santo,

Cum Spiritu Paraclito Dio unico e trino, regni,

Regnans per omne saeculum. Amen. ora e per sempre. Amen (così sia).

Nella Liturgia monastica delle Ore, in particolare quella di Praglia (fraz. Di Teolo, Padova), i monaci benedettini hanno adottato un testo che differisce leggermente da

quello canonico senza per questo, cambiarne il senso dovutogli.

Dopo il Concilio Vaticano II° (1962-’65), è stato adottato un testo unico tradotto in italiano che recita in questo modo:


“Al termine del giorno, o sommo Creatore,

vegliaci nel riposo con amore di Padre.

Dona salute al corpo, fervore allo spirito;

la Tua luce rischiari le ombre della notte.


Nel sonno delle membra, resti fedele il cuore,

e al ritorno dell’alba intoni la tua lode.

Sia onore al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo,

al Dio trino ed unico, nei secoli sia gloria”. Amen (così sia).


Il testo originale, lo si ritiene risalente al IV° secolo e, secondo la tradizione, viene attribuito a Sant’Ambrogio (Treviri, 340 – Milano, 397); attribuzione contestata da un insigne esperto come Luigi Biraghi, e comunque, è difficile negarne l’influenza avuta da altri inni di Sant’Ambrogio. Dante, nell’ottavo canto del Purgatorio, lo fa recitare alle anime in cammino, prima che subentri la notte.

Post-Scriptum: 'Anche, e soprattutto, a Pasqua... si può riflettere'.
Dal libro 'Oltre l'immagine', stesso autore.
30/03/2018 20:00:52

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