STORIE

Pietro il Grande,
lo Zar delle Casette
L’epopea del fotoreporter Baldoni

2/Da ‘Macerata granne’ a Carancinopoli

Luciano Magnalbò
Dall’altra parte della città Borgo Cairoli, le Casette, vissuto per molto tempo in funzione del pastificio dei fratelli Pianesi, il cui palazzo ottocentesco svettava possente su tutti gli altri fabbricati, palazzo subito dietro al  quale sorgeva il casino di caccia della famiglia, fatto come un piccolo castello, che ancora esiste nelle forme di allora in mezzo ad un boschetto di piante centenarie, il polmone verde più bello della città; e sotto ancora la campagna, con l’area che poi sarà donata dai fratelli Pianesi ai Salesiani per la costruzione della Chiesa, dell’Istituto scolastico e dell’oratorio.  
Le casette furono anche la patria del Toscano e di Briscoletta.
Il primo – Bellucci Cesarino - era uno che spanneva sui mercati, aveva la lingua lunga, i baffetti neri alla Errol Flyn, non stava fermo un minuto e magnificava a gran voce la merce che vendeva, erotizzando il suo pubblico femminile: erano donne di città e di campagna, furbe e leste peggio di lui, che stavano al gioco e si divertivano quando urlava signore venite che ve faccio lo sconto, ve alzo poco poco la sottoveste e ve calo de fatto le mutanne.
Briscoletta – Baldoni Pietro del fu Mario -  era fotografo per diritto ereditario, un fotografo di classe, anche lui dal baffo e dall’ingegno fino, un uomo buono portato all’umorismo e alla battuta, che aveva sempre da dire su li contadì che vene su de le Fosse fingendo di non sopportarli ma poi li andava a trovare in campagna e scherzava e giocava a bocce con loro; fra lui e il Toscano v’era affinità e amicizia, erano compari in tutto e andavano a caccia insieme, partivano dal borgo co’ lo schioppo e co’ li ca’ per scendere alla piana di San Claudio, allora una distesa di campi verdi bonificati nei secoli dai frati, e dove si posavano e riprendevano il volo nuvoli di sterlacche, masciole e canterine. Briscoletta morì tragicamente all’alba del 31 ottobre 1998 travolto una vettura, mentre a Villa Potenza, in partenza per la caccia, attraversava la strada; e Maurizio Verdenelli, allora caporedattore del Messaggero, con il quale aveva stretto grande amicizia, e che ha scritto su di lui articoli bellissimi e un libro, ogni anno ne rinnova la memoria ai maceratesi. Personalmente lo ricordai così: “Pietro il Grande, lo Zar delle Casette, è stato forse fatto morire come era conveniente morisse, vestito da cacciatore per andare a caccia, la sigheretta in bocca alla spavalda e la luce dell’alba negli occhi”.
E poi la gabba, la stradella nascosta tra gli alberi che da sotto la ferrovia di Fontescodella scendeva e risaliva verso il Convitto, una stretta scorciatoia di campagna frequentata più che altro, come il Sasso d’Italia, da coppiette in effusione; e infine le mura di Albornoz, con dalla parte est il garage Perogio e dalla parte nord un distributore di benzina: specie nel pomeriggio le mura divenivano la passeggiata preferita, uomini soli o con gli amici, signore e tate con la carrozzina con dentro l’infante a ciacolare fra loro, ragazzi e ragazze a gruppetti, tutti si facevano qualche giro di mura guardandosi a vicenda e salutando, i signori più distinti sollevando il cappello.
Poi a poco a poco il centro storico di Macerata è andato sbiadendo, è vero che la televisione ha avuto il suo peso, meno passeggiate e più salotto, ma è anche vero che alcune forze politiche si sono sempre vittoriosamente opposte a testa bassa al parcheggio sotto le mura nord, da dove attraverso qualche piccolo ascensore ti saresti ritrovato in un attimo su’ piazza.          
Di seguito sono venuti i supermercati, Macerata è piena di supermercati, ovviamente tutti al di fuori del centro storico, gli ultimi enormi a Piediripa, senza contare Corridonia e Montecassiano: hanno in genere un bel parcheggio, non devi fare le scale, trovi qualsiasi cosa ti serva, c’è sempre tanta gente che sembra una festa, i percorsi interni splendono di luci e vetrine, d’inverno sono caldi e d’estate c’è l’aria condizionata. Ci puoi portare il cane, lasci nonno ad aspettare sulla panchina, le donne sguazzano tra le botteghe di intimo e quelle di telefoni e gioielli, i mariti si fermano curiosi di fronte ai cento televisori di qualsiasi dimensione lasciati aperti per attirare.
Purtroppo però corrisponde a questa evoluzione, a questo cambio di costumi e di abitudini, il lento morire della città storica che si sta desertificando, molti esercizi commerciali se ne sono andati, e così banche, uffici professionali e residenti; anche i vecchi palazzi edificati dal ‘500 al ‘700, che con i loro prospetti e colori hanno reso onore e ornamento alla città, non hanno più né funzione né storia: peccato, perché  rappresentavano una profonda cultura architettonica, la vera antica e intrinseca cultura di Macerata, città capitale dove avevano sede la Sacra Rota e il Legato pontificio. Ma più nessuno li custodisce e ne gode, eccezione fatta per il Palazzo Buonaccorsi, il maggior vanto della città insieme alla Biblioteca Comunale con sede nell’antico Collegio dei Gesuiti e al museo di palazzo Ricci.

2/continua
26/03/2018 08:24:54

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