STORIE

Da ‘Macerata granne’
a Carancinopoli

Luciano Magnalbò
Sono il signor Nessuno, sono nato a Macerata tanti anni fa, e vi ho vissuto nel centro storico l’infanzia, l’adolescenza la giovinezza. Mi ritorna in mente una città effervescente, viva e colorata ad ogni ora del giorno, un andirivieni di gente indaffarata e di famiglie, i negozi scintillanti, la posta, le banche e gli uffici pubblici, tutto a misura d’uomo e a portata di mano. Le macchine potevano entrare e sostare, vi era un gusto comune di ammirare le fuoriserie modellate nel ferro e guarnite di pelle, fiammanti, ruggenti e molto spesso impossibili; la Giulietta senza cappotta e la cupé furono presentate in piazza Cesare Battisti da un concessionario dell’Alfa di cui non ricordo il nome, ma che indossava un doppiopetto a righe dai baveri larghi e stretto in vita, e che teneva il  Borsalino un po’per traverso, come gli attori americani dei grandi film; tutto era spettacolo, Aldo Rossini, quello delle macchine agricole spase sul piazzale di palazzo Torri, campione di tiro al piccione, gagliardo, ben pettinato e sempre all’ultima moda, sfilava in centro con una 1900 beige sempre nuova di zecca, il finestrino aperto, il gomito fuori, la sigaretta in bocca; e finì per sposare la donna più ammirata del circondario, dotata di una bellezza veramente unica, che divenne la mitica Signora Rossini.  Gli facevano da contraltare Gherardo Rangoni Machiavelli con l’autista, la 1400 grigia e i baffetti bianchi a punta, che insieme a Donna Alix, dal largo cappello rosa e bianco, scendeva nobilmente curvo a prendersi un aperitivo; e Vittorio Costantini da San Ginesio, in completo blu elettrico attillatissimo, che parcheggiava l’MG verde scoperta quasi in mezzo alla strada, lasciando le chiavi nel cruscotto per chi volesse spostarla. Il pomeriggio verso sera poi il centro ribolliva, e gran parte del movimento ferveva nello storico Caffè Venanzetti, uno dei cuori pulsanti della città, che di tali cuori comunque ne aveva più d’uno: la premiata sala da tè e pasticceria Pompei dalla sofisticata clientela, il caffè Romagnoli della Romcaffè, il Caffè Drogheria Culot lungo il Corso, tutto rivestito e ornato di legno scuro e lucido, la gelateria più biliardo della ditta Morresi sotto la Loggia dei Mercanti, negli ultimi tempi il bar Mercurio di Franco Simoncini, ed altri ancora. Tutti in centro. Partecipavano al coro nella Galleria degli Studi l’atelier fotografico del Cav. Balelli, forse il più antico di Macerata, fonte di una meravigliosa storia di immagini oggi patrimonio della città, con accanto la prestigiosa oreficeria Benedetti; e in fondo alle scale, nel loggiato lungo via Matteotti, già corso Regina Margherita, da una parte l’elegante e raffinato negozio di profumi e borse della signora Antolini, frequentato dallo zoppicante Pier Alberto Conti, inventore dello Sferisterio come arena d’opera, e dall’altra la cartoleria Palmieri, con le stilografiche dai pennini d’oro, gestita dal possente Signor Gino, sempre in guerra di battute con il dottor Cappelletti, il farmacista di fronte; chiudevano la scena di questo teatro all’aria aperta Pinello e Redo Ghergo, il futuro Presidente dell’Api Aldo Maria Brachetti, e Franco Moschini, oggi patron della Frau, un quartetto che con le sue impeccabili eleganze lasciava noi ragazzi a bocca aperta e incantava le donne.
In fondo al Corso, dove la sera era difficile camminare tanta era la gente che incontravi, signore a braccetto del marito, ragazzi a piccoli gruppi, giovani falchi con il radar negli occhi per individuare le femmine più bone, quelle con le gambe toste e la pettorina a balconcì,  c’era – e c’è ancora ma chiusa – la chiesa di San Giovanni, dove il parroco don Linfozzi, detto Scattoletta perché basso e largo, alla messa delle 11 si scagliava nelle sue prediche contro i peccatori guardandoli ad uno ad uno negli occhi: potete incannare me ma non Gesù Cristo – strillava in maceratese – e a qualcuno scappava da ridere.     
Poi via Garibaldi, dove c’erano il Tribunale e le carceri, queste con un orto spazioso per l’aria, e tanti degli ospiti stavano meglio lì che a casa: ed infine Corso Cavour, il corso dei commercianti e degli esercizi più forniti, dove il mercoledì, alle 4 del mattino, cominciavano a passare le bestie e i trattori con dietro le sterze diretti al foro boario, che era allora nel piazzale dell’attuale stazione delle corriere, sotto via Morbiducci, accanto al campo da tennis della città. Mi ricordo che una volta in corso Cavour un toro si sciolse, e andava coppando di qua e di là: fu fermato dal conte Pierfrancesco Leopardi, discendente di Giacomo, che lo bloccò per le corna urlandogli non so che cosa, ma qualcosa che la bestia capì subito. Pierfrancesco – detto Franco - era un uomo aperto, sportivo, simpatico ed impavido, e ogni anno partecipava alla Milano - Taranto con la sua moto rossa, attrezzato con casco di pelle, guanti e occhiali, e passando per Macerata, con il viso nero di fumi e di polvere, salutava sventolando la mano.
Più in su, dopo passato il campo sportivo, facendo blocco con Santa Croce c’era il Manicomio, diretto prima dal dottor Balietti e poi dal prof. Corradini, e gli ospiti innocui e non pericolosi, liberi di uscire lì intorno, sedevano sulle panchine del piazzale ridacchiando fra loro e chiedendo a chi passava una sigaretta o qualche centesimo per comprarsela.
1/Continua
25/03/2018 08:24:23

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