STORIE

ANTONIO VALENTIN ANGELILLO

Quel giorno nella redazione de 'La Nazione', a Perugia

Maurizio Verdenelli
E lo ricordo ancora. Elegante, con un trench scuro, un braccio appoggiato sul piano finta pelle marrone chiaro del lungo mobile di metallo nuovo di zecca che arredava a Perugia la stanza del caposervizio de La Nazione, l’indimenticabile Bruno Brunori. Era un pomeriggio di fine ’70 e da poco ci eravamo trasferiti all’ultimo piano del nobile palazzo a fianco del cineteatro ‘del Pavone0 in piazza della Repubblica a metà del corso Vannucci. Bruno era, al solito, immerso sulle carte e sugli articoli che incessantemente in cartelle di carta scura riciclata gli recavamo noi collaboratori sul grande tavolo, anche questo di finta pelle. Lui, Antonio Valentin Angelillo (deceduto a Siena il 5 gennaio) era in paziente attesa per l’intervista da parte del capo dello sport: Gianfranco Ricci che divideva la sconfinata platea dei tifosi del ‘Grifo’ con un altro grande collega, Lanfranco Ponziani del ‘Messaggero’ -aveva iniziato anch’egli a La Nazione- che un destino avverso avrebbe spento di lì a poco nel fiore degli anni e nel pieno di una carriera irresistibile cogliendo a Milano attenzione ed amicizia di Luca di Montezemolo (per Lanfranco sarei passato qualche tempo dopo, al quotidiano di Roma restandoci 28 anni).
In quegli anni a cavallo tra due decenni, Angelillo, uno dei tre mitici ‘Angeli dalla faccia sporca’ -Omar Sivori ed Umberto Maschio, argentini come lui- era da un paio d’anni passato (nomen omen) all’Angelana in serie D nel ruolo di attaccante e soprattutto allenatore. Tuttavia ancora freschissima era la sua fama: aveva infatti giocato ll’Inter dove l’aveva voluto Angelo Moratti e dov’era stato capocannoniere con 33 gol, record ancora imbattuto nei campionati a 18 squadre, poi alla Roma e pure al Milan e Genoa. Ma non aveva fatto parte della grande squadra vincitrice di tutto alla guida del ‘mago’ Helenio Herrera che a Perugia sarebbe venuto di lì a poco come commentatore sportivo al ‘Santa Giuliana’ e sarebbe stato mio inspettato ‘vicino di banco’ al Santa Giuliana.
L’avevo ‘interrogato’, il capostipite glorioso di tutti gli oriundi d’Italia  che aveva fatto parte pure della nazionale. E lui non si era fatto certo pregare. Erano passati dieci anni esattamente dalla sua uscita dalla ‘Scala’ del Calcio, voluta dal ‘Mago’ e lui certo non dimenticava nonostante quella fetta importante di tempo. Gli bruciava anzi come il primo giorno. Ricordo la sua mano, il pugno stretto a sottolineare testualmente il concetto. La voce improvvisamente incupita di chi ancora aveva nel cuore un macigno. “Tenevo in mano Milano, la stagione precedente (era il 1961 ndr) avevo segnato 33 gol. Stavo su un piedistallo. E Lui non poteva tollerare una tale personalità nello spogliatoio, ecco allora piovermi addosso accuse pretestuose, ad esempio di perdere tempo con Ilya Lopez…. Ero un calciatore professionista molto rigoroso e certo non disperdevo né forze né fama. Quelle critiche poi col tempo hanno dimostrato tutta la loro infondatezza ritorcendosi contro chi le aveva lanciate…”. Troppo tardi in ogni caso. Roma non era, in quei tempi, un Santuario del Calcio anche se le soddisfazioni non mancarono. Ricordo una Domenica sportiva, in Tv,  aprire citando il cronista una grande prestazione di Angelillo con la maglia giallarossa: “La classe non è acqua…”. Tuttavia per l’angelo dalla faccia sporca si trattava di ‘titoli di coda’ fuori dalla Favola dell’Inter di Helenio Herrera e tenuto lontano dai palcoscenici del calcio di allora: precauzione anche allora adottata dalle società per i talenti ceduti.
 Non lo vidi più. Dall’Angelana, e cioè da Santa Maria degli Angeli Antonio Valentin se ne andò alla fine del campionato 70/71 appendendo per sempre gli scarpini al classico chiodo. In quella redazione de ‘La Nazione’ all’ultimo piano del Palazzo nobile dov’erano studi legali importanti (ricordo quello del ‘principe del foro’ avv. Parlavecchio) ricordo soltanto un altro grande protagonista: Ferruccio Valcareggi, condotto dall’inviato n.1 de La Nazione, Giampiero Masieri. Simpaticissimo, giovanile, pieno di sorrisi: Città del Messico ‘70, Riva e Rivera (“arriva la bufera”), il dualismo dell’Abatino con Mazzola, e pure il 4-2 alla Germania e la sconfitta in finale contro il Brasile dell’immenso Pelè ormai l’aveva lasciati anche lui alle spalle, la gloria dico, come l’argentino d’Italia, il primo ‘oriundo’ di gloriose dinastie pedatorie (avrebbe detto Gianni Brera) Angelillo.
14/01/2018 02:04:13

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