INCOGNITA/Terra Di Mezzo

Questo altopiano
col registro della “voce umana”
che sgrulla l’anima

Renato Mattioni
Prima di scendere stretti a Serravalle di Chienti
s’apre la Palude con le papere forzute.
Patate e cicerchia, e poi mozzarella e lenticchia





All’inizio c’è il ciauscolo. Che il freddo dell’altopiano conservava e i fuochi, dentro le capanne italiche  prima e le case rurali poi, esaltavano. Il ciauscolo è un ibrido frutto del suino da sollazzo e sopravvivenza. Mezzo salame e mezzo salsiccia, mezzo magro e mezzo grasso, mazzafegato pure. Ninu ninu, ghianna ghianna, lu curtellu che te scanna, la callara che te pela, una sarciccia per ‘stasera. È l’alfa e l’omega identitario, del vorrei ma non posso, di una medietà che solo i semplici chiamano mediocrità, traducendo male quella “aurea”. Insieme alla tradizione, ai preti di montagna e le chiese fredde e screpolate, con l’antico organo a canne della Famiglia Fedeli della Rocchetta – questo altopiano - col registro della “voce umana” che sgrulla l’anima. E così la sarciccia ‘sta su artu, e lu core mia non pensa ad altru. Quanno mamma va alla messa, la sarciccia poretta essa. Così il maiale funziona un po’ come il bot della famiglia umbromarchigiana, con quasi un anno d’ ingrasso amorevole seguito dalla strage dello “scannaturu” d’inverno. Un colpo sordo sotto la gola, urla stridule e poi sangue a fiotti che colora la neve anticipata. Eppoi le galline che ricucivano la violenza dentro la quotidianità di un razzolare a caso, tra segatura e zampetti. La pacca chirurgica del norcino, con la lama in bocca, ultimava la tragedia gioiosa. Una salata universale, dal salame lardellato ai sanguinacci, fino a quel cibusculum, piccolo cibo, merendetta, che ogni soldato romano - a sentire gli esegeti - si portava dentro la sacca, in attesa di arrendersi al pane che trovava. C’è una teoria che lo vuole qui, originario, il ciauscolo. Come il convento sopra Serravalle degli Zoccolanti, frati minimi, dei frati minori di Santo Francesco. Religiosità battistrada, profonda e povera, rispetto ai Cappuccini di Renacavata di Camerino duri e puri anch’essi ma con fortuna successiva, con quel convento di Pontelatrave, dove il santo d’Assisi s’era dilettato a scambiare l’acqua d’un pozzo col vino acre di questa mezza montagna. E che si stupiva di quanti al di là di Colfiorito e Serravalle s’erano ritrovati in quel suo messaggio universale. Issu vivente, il santo rivoluzionario Francesco, assediato di  protofrancescani nel suo breve cammino nella terra di prima Marca.
Ma la storia random dell’altopiano ibrido, tra Marche ed Umbria, tra montagna e pianura, terra e acqua, fiumi rapidi e palude, sconfina indietro nel tempo senza contabilità. Poco prima del terremoto ultimo, che aveva visto Venanzo Ronchetti sindaco e protagonista, si scavava a Collecurti. Lo facevano giovani precisi, con piccozza e pennello, geologi e dintorni, tirando fuori le ossa immense che un vomere distratto aveva sradicato dall’oscurità del tempo. C’ero andato come giovanissimo corrispondente di provincia, per raccontare i fratelli dei dinosauri affogati ai margini di un lago senza fondo, dove ‘ste bestie appesantite chiudevano la vita. Così, con la leggerezza della gente di montagna mi avevano raccontato, a loro modo, della storia dei Pippopotami (gli ippopotami preistorici, diremmo noi). La favola vera dei Pippopotami spersi, un po’ come le generazioni senza età, riannodavono storia e leggenda, mani squamate dal freddo d’una vanga e cuore leggero di un Varnelli senza ghiaccio.

Quando ripercorri i diverticoli della vecchia Flaminia, tra l’Umbria e le Marche, t’imbatti a Colfiorito, prima di scendere stretti a Serravalle. S’apre la Palude con le papere forzute. La “papera è cotta” diceva mio nonno, giocando a briscola, quando la partita era vinta. E così la piana, la ritrovi ancora uccelli palmati, insieme ai trattori. Patate e cicerchia, e poi mozzarelle e lenticchia. Di domenica si lavora ancora dopo la messa con le scarpe nere lise, torsi nudi disegnati dal sole a canottiera. Quest’angolo tra Marche e Umbria (dove farei la sede della nuova Area Vasta, che ancora si chiama Provincia…), sforacchiato dalla superstrada è spesso tanto dimenticato, quanto percorso. Il parco regionale (umbro), la Botte dei Varano (serravallese dunque marchigiana), la pizza di pasqua che sa di formaggio a tocchi e il torciglione di Natale,  ‘mbriaco d’alchemes. La fonte delle Mattinate con le “punto” bianche che caricano taniche d’acqua (santa?) e poi Plestia e la sua basilica minima, e i colli con la corona dei castellieri di don Mario Sensi, ed ancora i cartaginesi di Maarbale che fecero secchi i romani di Centenio, quando magari un carro di locali vendeva per strada le patate rosse. Le terre di mezzo solo quelle ibride, che mischiano identità e svernano meglio nei periodi difficili (come questo). Venanzo Ronchetti scarpinava per questo comune discosto, ma anche allungato. Serravalle fin dentro Colfiorito. Per lavoro e per impegno, per un’inquietudine transumante, che nel percorrere le strade sterrate trovi gli anelli arrugginiti della catena della nostra vita. E se il terremoto tramortisce le case (e si porta via le vite), ti resta solo la terra. Profonda ed antica, ancora da scandagliare, che sai che prima o poi s’inquieta. E lo senti dall’aria, quando seduti all’ultimo sole davanti alla breccia di casa, sentenzi con tua nonna disincantata. Terra impregnativa, più magra che grassa, che s’impasta con sudore di chi non s’arrende all’ultimo twitter. Perché poi, ci vuole ancora il pane, ancora lu porcu, per azzannare una fetta di ciauscolo grasso e rancido. Come la nostra vita che fugge e s’invecchia nelle prime fette, purtroppo senza specchietto retrovisore. 
24/03/2018 07:29:21

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