CULTURA

GIOVANNI CARNEVALE

Domenico Antognozzi
E’ nato a Capracotta (Isernia), il comune più alto di tutti gli Appennini, ma vive a Macerata un personaggio ormai novantaquattrenne, con qualche acciacco fisico ma più che mai vivo nella mente: l’archeologo professor Giovanni Carnevale.
Possiede un curriculum culturale da invidia: nel 1947 si iscrisse alla Pontificia Università Teologica di Torino, che causa eventi bellici era sfollata a Bagnolo Piemonte, dove ottenne la laurea in Teologia. Nel 1952, presso l’Università “la Sapienza” di Roma, conseguì, con il massimo dei voti, la laurea in lettere discutendo una tesi su: “Topografia ravennate - Lo sviluppo edilizio di Ravenna dagli inizi al periodo Teodoriciano”. Subito dopo ottenne l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado in lettere antiche e moderne e storia dell’arte. Nei Licei Classico e Scientifico dei Salesiani ha insegnato storia della lingua e della letteratura italiana, storia della lingua e della letteratura latina, storia della lingua e della letteratura greca, storia antica, medioevale e moderna, storia dell’arte e geografia.
Sempre con il massimo dei voti conseguì, presso l’Università di Macerata, la laurea in lingue. Poté così insegnare presso il Liceo Linguistico Don Bosco di Macerata, storia della lingua e della letteratura tedesca e storia della lingua e della letteratura francese.
Una memoria fuori dal comune gli permette di attingere nel suo enorme bagaglio culturale e fare collegamenti tra le molteplici discipline. E’ una qualità che gli ha permesso di intuire cose prima inimmaginabili ma che puntualmente, dopo studi e verifiche, sono risultate reali. Una di queste sue intuizioni gli ha permesso di fare una scoperta epocale, che ribalta la storia dell’alto Medioevo.
Da quando era approdato a Macerata si chiedeva come mai tutta l’Italia avesse una storia medioevale mentre il maceratese ed il Piceno in generale, ne fossero completamente privi. Praticamente il Piceno era l’unica regione italiana che dal 1000 indietro aveva il buio assoluto. E’ vero che l’alto medioevo è già definito di per se come “seculum obscurum” ma soprattutto risultava “obscurum” il passato di queste zone.
Il professore invece trovava nel Maceratese e dintorni testimonianze di tipo architettonico con edifici unici, inesistenti non solo in altre regioni d’Italia ma anche in Europa. Non potevano essere caduti dal cielo.
   A volte le più grandi scoperte avvengono con l’aiuto della fortuna ed anche per caso: la fortuna del professore è stata quella di venire ad abitare a Macerata mentre il “caso” gli si è dato perché si è trovato davanti ad una particolare chiesa: San Claudio al Chienti. Gli è successo quello che spesso capita ad uno speleologo che entra in un pertugio di una roccia e dentro trova un mondo intero.
 Nel decennio 1980 -1990 nelle ore libere dall’insegnamento, con il sangue intriso di archeologia, di curiosità e di voglia di sapere si dilettava a girare per le Marche visitando antiche chiese, aree archeologiche, ruderi, musei e quant’altro. Lui, molisano, divenne profondo conoscitore del territorio piceno molto più di tantissimi marchigiani nati e vissuti sempre in loco.  La chiesa di San Claudio al Chienti, nel comune di Corridonia, a soli 5 chilometri da Macerata, lo attrasse in modo particolare.
Come professore di storia dell’arte, durante le lezioni ne parlava anche con i suoi studenti, manifestando palesemente i suoi dubbi sulla datazione di quella chiesa che tutti davano come edificata nel Sec. XIII mentre per lui era da retrodatare agli inizi del Sec. IX.
Raggiunto il limite di età per l’insegnamento, avendo più disponibilità di tempo, poté dedicarsi, con quel vigore e quella tenacia che lo hanno sempre contraddistinto, a cercare di capirci di più. Armato di una semplice penna e di un voluminoso quaderno per prendere appunti, internet ancora non era d’aiuto, cominciò a bussare in tutte le biblioteche ed archivi della provincia di Macerata e non solo.
La perfetta conoscenza del latino classico e medioevale erano basilari per le sue ricerche come pure la conoscenza del tedesco che gli permetteva di andare a mettere il naso negli MGH (Monumenta Germaniae Historica) e vedere quello che gli storiografi tedeschi avevano scritto e come avevano interpretato la storia del Medioevo.
Le sue ricerche lo portavano a conclusioni a cui egli stesso faceva difficoltà a credere. Praticamente tutto quello che ci è stato insegnato a scuola sulla storia di sette secoli, quelli che vanno dal 700 d.C. fino a circa il 1300 è tutto da riscrivere.
Nel 1992 uscì con un articolo sul periodico “Provincia di Macerata” il cui titolo era “San Claudio Carolingia”. Un coraggio da leone affermare che Aquisgrana anziché essere identificata con Aachen in Germania in effetti i suoi resti erano e sono tutt’ora, alle spalle della Chiesa di San Claudio!  Un coraggio da leone affermare che Carlo Magno era nato nel maceratese, morto a San Claudio e lì sepolto, che Carlo Martello, Pipino il Breve, e tutta la storia della dinastia carolingia andava collocata qui in Val di Chienti e non in Germania.
Il Professore fu letteralmente aggredito con derisioni ed insulti di ogni genere, addirittura anche a livello personale. Solo giudizi di basso profilo ma nessuna risposta culturale in contrapposizione alla sua tesi.
A distanza ormai di una quarantina di anni dalle prime ricerche e di una trentina di anni dalla prima pubblicazione, in tredici libri ha cercato di dipanare una minima parte dei rivoli di storia che, prima per mancanza di conoscenze, ma poi volutamente, la storiografia ufficiale ha interpretato ad arte in modo distorto.
Non è facile condensare così tanti anni di meticolose ricerche e di studi serrati.
Nel periodo del romanticismo tedesco, tra il 1700 ed 1800, gli studiosi germanici, per risalire alla loro storia, si misero alla ricerca di tutto quel materiale che poteva essere utile per la ricostruzione del loro passato: pergamene, documenti, reperti ecc. ecc. Con una pignoleria davvero teutonica stilarono costituirono quell’opera monumentale che, come già detto, va sotto il nome di MGH.
I tedeschi, forti del fatto che la presunta tomba di Carlo Magno era ad Aachen in Germania, interpretarono quei documenti adattandoli al loro territorio, anche rinominando moltissime località. Gli episodi che non riuscivano a collocare nel rifacimento della loro storia venivano bollati come falsi storici o non attendibili o se proprio erano costretti, davano poche e vaghe spiegazioni.
Il Professor Carnevale studiando ed analizzando la chiesa di San Claudio vi trovò elementi riconducibili alle tecniche di costruzione di edifici orientali in particolare dell’antica provincia romana di Siria.
Scartabellando ancora negli archivi venne a conoscenza che, terminata la seconda guerra mondiale, una missione di archeologi inglesi guidata da R.W. Hamilton, si era recata a Khirbat al-Mafjar, in Palestina nella valle del Giordano a cinque chilometri da Gerico ed aveva riportato alla luce i ruderi di un castello nel deserto. Hamilton aveva dettagliatamente descritto in un suo libro le caratteristiche di quella costruzione. Il professor Carnevale si mise subito alla ricerca di questo volume e non trovandolo in Italia lo richiese ad una biblioteca tedesca.
Quei ruderi erano i resti del palazzo del califfo Hisham, fatto costruire nel 746 dai califfi Omayyadi che avevano la loro sede in Damasco. Il castello, in fase di costruzione, era crollato per un terremoto ed era rimasto sepolto sotto la sabbia, così come era crollato, fino al secolo scorso.
Analizzando la pianta del castello, Carnevale notò che la parte interna del Frigidarium di quel palazzo era identica alla chiesa di San Claudio al Chienti.  Hamilton aveva attributo la costruzione di questo edificio all’architetto Omayyade Abd Allah Ibn Sulaym. Nel 750, in Siria, la dinastia Omayyade fu soppiantata da quella Abbasside e le maestranze rimaste senza lavoro furono costrette a cercarne altrove.
Notker Balbulus, uno dei biografi di Carlo Magno, in un suo libro scrive che il re carolingio per costruire la sua nuova Cappella Palatina fece giungere costruttori esperti da tutti i paesi al di là del mare. Si desume, quindi, che fu quasi certamente quelle maestranze con a capo Abd Allah Ibn Sulaym a progettare e costruire la Cappella Palatina per Carlo Magno identica al Frigidarium del palazzo di Khirbet Al Mfjar, apportando opportuni miglioramenti per renderlo più stabile ed evitare che crollasse come era successo in Palestina.
Il Professor Carnevale continuò alacremente le sue ricerche per verificare se in Europa vi fossero altri edifici sul genere di quello di San Claudio. Niente; finché ne trovò uno in Francia, a Germigny Des Pres, nella valle della Loira, nelle vicinanze Orléans.  Lo aveva fatto costruire Theodulf, un dignitario ecclesiastico che vissuto alla corte dell’imperatore Carlo Magno.
Scrive Theodulf in una sua lettera: “…basilicam miri operis instar eius quae in Aquis est constituta…”  “…basilica di raffinata fattura, costruita sul modello di quella che è ad Aquisgrana…”
Il Professor Carnevale andò subito a verificare se quella chiesa di Germigny, costruita nel sec. IX, era uguale a quella di Aquisgrana in Germania da sempre considerata la Cappella Palatina di Carlo Magno. Le due chiese architettonicamente non avevano assolutamente niente in comune. Germigny Des Prés risultava invece identica, anche nella pianta, alla chiesa di San Claudio al Chienti.
Giovanni Carnevale non credeva a se stesso…. ma allora, San Claudio era la vera Cappella Palatina dell’imperatore Carlo Magno?
02/01/2018 21:28:24

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