CULTURA

Naufragio senza spettatore

Metamorfosi della Cultura nelle Marche
e non solo

Guido Garufi
‘Cronache dei Sibillini’ mi invita scrivere  circa lo status della cultura, non solo a Macerata, ma nelle Marche più in generale. Non è affatto facile elaborare ed argomentare su tale materia se non con il rischio di facili approssimazioni o di superficiali riflessioni, riflessioni che implicano ovviamente anche il governo della cultura, e quindi la politica più in generale. Tenterò la mia “approssimazione” partendo, per comodità,  dalla “nascita”  amministrativa della  regione Marche, una regione, come si è sempre detto “al plurale” per  indicarne la  “fertile differenza” tra le varie provincie e non solo…
Una considerazione che a me sembra incontestabile è che per  per  poter   parlare di\sulla  cultura, più in generale, si debba necessariamente tener conto di alcuni spartiacque, o “fondamentali”  ,senza i quali non è possibile comprendere il presente e tentare qualsiasi analisi. Un primo rozzo  ma fondamentale spartiacque sta nel fatto che le Marche assistono, fino alla prima metà del ‘900, ad una vera fuga degli intelletti, voglio dire di scrittori, pittori, musicisti, etc.  Si parla, non a caso, di letteratura dell'esodo. E giustamente, poiché non a caso costoro cercano altrove, nei centri dove è presente l'editoria e il dibattito caldo, un punto di riferimento certo e produttivo. Ed è tutta una fuga, una grande fuga, tre nomi per tutti: Bartolini, Scipione Volponi, ma molti altri anche più a latere per cui la Galleria della fuga si infoltirebbe, anche troppo e tristemente. Solo negli anni ‘50 inoltrati da questa cultura dell'esodo si approda gradualmente ad una cultura della Residenza, vale a dire la fuga  rallenta e molti, all'inizio degli anni ‘50  e poi un piccolo gruppo negli anni ‘60  che diverrà ben presto una folta schiera, decidono di rimanere nella nostra regione al plurale.
Debbo  dire che Adriano Ciaffi bene interpretò  questo secondo Novecento proprio in direzione dei finanziamenti da concedere  sia alle cosiddette eccellenze che alle associazioni di base e ai singoli operatori attraverso una legge chiamata impropriamente "a pioggia", la legge 16\ 81, che tentava di privilegiare un po' tutti, non lasciando indietro nessuno. Si può anche aggiungere che a quei tempi il budget regionale per la cultura era abbastanza cospicuo. Ma negli anni ‘70 e ‘80 accade qualcosa di diverso, c'è una vera e propria rivoluzione nell'industria della comunicazione con la comparsa  dei computer, dei cellulari, e della televisione che non era più relegata ai 3 canali statali.
Sì è davanti ad un'altra dimensione perché con il computer e con internet ci si può connettere e non c'è bisogno di fare tanti viaggi, si possono conoscere delle persone, ampliare il proprio raggio di interessi, insomma viaggiare attraverso questi strumenti. Nei decenni precedenti la predominanza della carta sulla carta elettrica, ovvero​ sul  computer, questi strumenti antichi e tradizionali, la carta appunto,  aveva tuttavia creato un ensemble di gruppi che in vivo  e “realmente” si  incontravano, dibattevano, magari si scontravano.  E’ interessante notare ad esempio, ma questo vale anche per le arti figurative, che non poche erano  le riviste culturali, anche disegno ideologico opposto o diverso, che si facevano spazio, si interfacciano, sì "azzuffavano",  ovviamente su temi alti che vorrei chiamare positivamente ideologici.
Oggi quelle riviste sono scomparse, e a quelle antiche riflessioni, sulle quali si poteva concordare oppure no, si sono sostituiti brevissimi pezzetti sui giornali che fanno solo informazione e non certo opinione. Si è verificato ciò che temeva Leopardi a proposito della superfetazione dei giornali quando lui parla e  non a caso della "funesta voce delle gazzette", anticipando in questo modo la critica a tutt'oggi ampiamente condivisibile della omologazione.
Non  c'è tra gli interventi dei giornalisti- scrittori qualche critico serio come Pier Paolo Pasolini, intellettuale scomodo, del quale ricordo qualcosa che mi piace qui segnalare a proposito dei recenti fatti sui temi da addormentamento relativi al fascismo e antifascismo. Sostiene  Pasolini in una intervista emblematica, che il fascismo in senso storico è finito non c'è più, è morto e che è inutile parlarne. Adesso si è sostituito un nuovo fascismo, molto più pericoloso, cioè il" consumismo". Non ve chi non veda in questa diagnosi in qualche modo il paradigma che io ho tentato di illustrare relativamente alle Marche, ovviamente, anche se la dinamica riguarda l'Italia, più in generale. Dico che il paradigma pasoliniano e ancora attuale, ma non c'è solo lui a pensarla in questo modo, l'elenco è lungo, e mi piace qui ricordare lo scrittore e docente universitario di letteratura italiana generale Franco Fortini il quale sosteneva che il termine ideologia non è un termine negativo ma è un termine che non piace al potere. Il  potere, prosegue Fortini., attua attraverso il linguaggio le sue rivoluzioni, basti pensare a quella figura retorica che si chiama" litòte" e che consiste in una specie di piallaggio e arrotondamento di alcuni termini, per renderli meno sodi  e realistici o crudi. In questo modo il cieco è diventato non vedente, il povero un non abbiente, il disabile il diversamente abile.  Questo nascondimento della verità, fatta passare per buona educazione, politicamente corretto,  e via sbadigliando e la scarsità di intellettuali coraggiosi di qualsiasi segno e orientamento è uno degli elementi, a mio avviso, fondamentale che sta percorrendo questa agonia della cultura italiana, che si trova unicamente dei Talk Show, dove i  pensatori vengono sostituiti o da veline o da cantanti. Direi che lo spazio nella terza metà del ‘900 si sia ancora più ridotto,  persino nelle Marche.
Anzitutto c'è stato nell'ultimo ventennio una sorta di ribaltamento nel tentativo di schematizzare, pro domo loro, la cultura tirando fuori i cosiddetti convegni degli Stati Generali, della cultura ovviamente e non della Rivoluzione francese, quella che doveva sembrare una sorta di rivoluzione non è stata altro che una i individuazione e classificazione  di soggetti e di associazioni che grossolanamente erano già note dando ad esse, attraverso l'alloro degli Stati Generali, una qualche giustificazione, per i finanziamenti, ovviamente. Ciò che poi ha drogato ancora di più la situazione culturale e che a metà degli anni ‘80  la cultura non tanto unicamente   “conoscenza”,  “rischio”, “passione” , “interpretazione”, “critica”, “antagonismo” , “profezia” ma semplicemente  “turismo”. Non che il parallelo non sia istituì bile, ma si è fatta una grande confusione,  confusione che ha generato un abominevole mix tra gastronomia, enologia e quant'altro. Probabilmente è stato anche un parto positivo, penso. Ma certamente non ha giocato allo sviluppo di quella che si può definire in senso molto più classico o restrittivo cultura. Anzi a forza di finanziare salsiccia e vino, se ne sono andate le mostre e i readings poetici o i grandi e importanti Convegni, si diciamolo pure, di cultura politica. Tutto questo non c’è, non esiste più, perche non c’è Pensiero.
Tuttavia probabilmente il passaggio dal Giornale di carta ad internet, pur avendo quest'ultimo portato ad una sorta di dipendenza molto simile ad una malattia mentale, ha creato una "difesa" per gli intellettuali. Almeno così qualcosa fanno,  almeno così si sfogano, o meglio si illudono di produrre e di sfogarsi. Ma  il fatto più tragico, ritengo, è che quando esiste un'accelerazione della informazione dovuta ad internet, siamo davanti a quella tipologia di  selva oscura dove non si scorge certamente lo sbocco, anzi l'eccesso di informazione crea entropia, ulteriore ammassamento, omologazione tra opinioni, critica e semplici informazioni. I nuovi strumenti sono interessanti, e chi li esercita ha capito un fatto fondamentale che a me sembra centrale: "è cambiato il lettore", io vorrei  aggiungere che è cambiato anche l'elettore  proprio nel senso più intimo del   termine. Ai  lettori si può propinare tutto purché il messaggio sia breve, rapido e soprattutto" scemo", non necessariamente argomentato, però “brillante e carino” Questa è la situazione descritta in un bel libro che ha un titolo emblematico" naufragio senza spettatore". La barca affonda e chi sta sulla spiaggia non se ne accorge eppure, e aumenta il terrore dei naufraghi che si accorgono di non essere neppure percepiti neppure dai villeggianti che “guardano” il mare dalla spiaggia,
                                                                                                                                                                                               
Consigli per l’estate : leggere sotto l’ombrellone il libro di Manfred Spitzer, Demenza digitale, come la nuova tecnologia ci rende stupidi. Spitzer è un grande neuro scienziato.
21/03/2018 07:22:11

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