SCIENZA

Storia della pellagra
nel Maceratese, oggi rimane
una polenta eccellente

ALIMENTAZIONE - Durante la fine dell'800 il morbo legato al consumo eccessivo di mais devastò le campagne. Il ricercatore Sergio Salvi ricostruisce quel periodo e le misure agroalimentari adottate per migliorare le condizioni dei più overi

Marco Ribechi
Pellagra nel maceratese, ua malattia che devastò le campagne. Uscirà nel numero 79 della rivista "Proposte e ricerche" (Edizioni Università di Macerata) lo studio del ricercatore Sergio Salvi che analizza la vicenda della pellagra nel Maceratese tra il 1879 e il 1913. Un quadro che, oltre il dato storico, analizza i regimi alimentari delle varie fasce territoriali marchigiane, le varietà di mais coltivate all’epoca e gli effetti apportati dalla legge del 1902 per la lotta alla pellagra in termini di diversificazione della dieta. La malattia colpiva gli strati più poveri della popolazione ed era causata dal ripetuto consumo di polenta di mais e dalla carenza cronica di vitamina B3. Le conseguenze erano pelle desquamata, disturbi gastrointestinali e gravi turbe psichiche che, nei casi peggiori, potevano anche indurre al suicidio. Fondamentali furono il manicomio provinciale di Macerata e, soprattutto, il pellagrosario provinciale di San Severino. Per lungo tempo si individuò la causa nelle tossine prodotte dall’ammuffimento del cereale che veniva consumato anche guasto. Solo nel XX secolo si scoprì che era provocata dalla carenza di niacina, o acido nicotinico, una vitamina del gruppo B. Nelle Marche lo psichiatra e antropologo Enrico Morselli (1852-1929), direttore del manicomio provinciale di Macerata dal 1877 al 1880, riportava che sulla pellagra nel Maceratese non esistevano notizie prima del censimento statale del 1871. Ovviamente, questo non significava che prima di quella data la malattia non fosse presente, ma solo che essa non era mai stata censita. Nel decennio successivo, i casi di pellagra aumentarono in maniera progressiva e, con essi, anche il numero degli internati nel manicomio provinciale. Morselli individuava le cause nella miseria, nell’alimentazione insufficiente e nelle precarie condizioni igieniche piuttosto che nel consumo di mais ammuffito e guasto, come sostenuto da molti altri suoi colleghi tra i quali spiccava Cesare Lombroso (1835-1909). Distinguendo nelle Marche cinque fasce territoriali (montana, alto colle, basso colle, pianura interna, pianura litoranea), si constatava come il minor numero di pellagrosi si registrasse soprattutto nelle fasce montana e di alto colle e nella fascia litoranea. Qui la coltura del mais era quasi o del tutto assente o, se presente (soprattutto nella fascia litoranea), essa non costituiva la principale fonte alimentare. Pane di grano e latticini integravano la dieta nelle fasce montana e di alto colle, mentre il pesce costituiva uno degli alimenti principali lungo la fascia costiera. La variabilità della dieta presentava un evidente legame con la scarsa diffusione della pellagra, legame che tuttavia non fu colto dalla classe medica che continuò a predisporre misure inadeguate, ossia quelle di raccomandare di non acquistare e consumare mais guasto. Utili furono invece le cosiddette locande sanitarie o cucine economiche, ambienti nei quali il cibo era sicuramente migliore dal punto di vista nutrizionale rispetto a quanto era di norma alla portata dei meno abbienti. Tuttavia, in provincia di Macerata l’attivazione di questi locali fu demandata alle parrocchie e riguardò esclusivamente il comune di Tolentino. È emblematica la dieta giornaliera del pellagroso ricoverato nel pellagrosario di San Severino. 200 grammi di carne cruda, 100 di pasta o di legumi, 700 di pane di frumento di seconda qualità, 100 di pesce secco o di erbe, 15 di condimenti e 500 di vino. Come si può notare, non vi era traccia di mais. Con un simile regime alimentare i malati non potevano che migliorare notevolmente, inoltre venivano istruiti su come mantenere un regime alimentare sano una volta usciti dall’ospedale. Lo studio si chiude con una curiosità: alcune delle varietà di mais diffuse tra ‘800 e ‘900 nella provincia di Macerata sono ancora oggi coltivate e fanno bella mostra di sé, come prodotti agroalimentari tradizionali, nel repertorio marchigiano della biodiversità agroalimentare. Retaggio dell’epoca è il mais "quarantino ottofile" di Treia e Pollenza, due comuni non a caso situati al centro dell’ex area pellagrosa della provincia. La farina di mais ottofile, dalle caratteristiche qualitative e organolettiche superiori rispetto a quelle della normale farina ricavata dal mais dentato, è ritenuta ideale per la preparazione della polenta ed è ancora oggi prodotta e commercializzata da alcune aziende locali. La farina di mais quarantino del Maceratese è inserita, già da diverso tempo, nell’elenco dei Pat (Prodotti agroalimentari tradizionali) delle Marche.
16/03/2018 15:56:42

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