CULTURA

I CULTI PERDUTI DI RAMBONA

Marco Ribechi
L'abbazia, che versa oggi in un preoccupante stato di abbandono e fragilita' post-terremoto, e' forse l'ultima testimonianza esistente dell'unione tra il maschile e il femminile e dei culti misterici che si praticavano in una zona fondamentale per lo sviluppo delle civilta' europee.





Marche e Umbria, territori che racchiudono la storia perduta dell'Italia. Numerevoli sono i misteri che accomunano le due regioni separate ma allo stesso tempo unite dall'Appennino terra di leggende e magie. Aree fertili e ospitali che nonostante siano situate nel cuore della penisola, nelle vicinanze della capitale imperiale Roma, sono state sempre trattate come zone marginali, quasi periferiche rispetto agli avvenimenti che hanno dominato la storia d'Europa. Molto è perduto ma altrettanto è stato celato appositamente e occultato nei secoli. Occhi esperti e menti curiose, che non si accontentano di una conoscenza superficiale sono però in grado di cogliere le tracce di un passato misterico che vede la presenza di Egizi, Piceni, Celti e altre popolazioni accomunate dal culto ctono della dea madre. L'Abbazia di Rambona, nel maceratese a circa 3 chilometri da Pollenza, è senza dubbio uno dei luoghi fulcro di questa storia, purtroppo gravemente danneggiata dal terremoto e abbandonata a se stessa. Gli avvenimenti avvenuti tra le sue mura potrebbero riscrivere parte della storia del centro Italia ma, a causa della mancanza di testimonianze dirette, oggi si confondono con la leggenda. La sua costruzione risale all’anno 891-898 ad opera della regina longobarda Ageltrude che, liberata da un assedio, donò i suoi tesori per costruire templi e cenobi (monasteri). Un dittico conservato  nel museo sacro della biblioteca apostolica del Vaticano ne conferma l'origine. Il monastero divenne poi cistercense ma nel Medioevo, nel 1443, fu saccheggiato e incendiato da Ciarpellone, capitano di Francesco Sforza. Dell’antica chiesa rimangono solo il presbiterio e la cripta ma v'è certezza che il passato dell’abbazia non sia stato svelato interamente. Il ritrovamento più importante è un piccolo santuario nell'ipogeo, scavato nella roccia argillosa, dedicato al culto delle acque e alla dea Bona, protettrice della fecondità. L'abadia cristiana sarebbe sorta quindi sui resti di un antico tempio pagano a lei dedicato. La dea Bona era una divinità pagana figlia di Fauno e onorata con un culto misterioso, a Roma e nelle terre ad essa soggette. Quindi sarebbe stata importata nella zona dai Romani come è testimoniato da frammenti preromani e romani rinvenuti nei dintorni del tempio.
Sappiamo inoltre che l'area fu annessa all’Impero Romano nel 269-268. Un'ipotesi sulla storia del suo nome ne rintraccia l'origine nella fusione con quello del dio egizio Ra, Ra cum Bona. Quest'ultima versione si collega alla presenza del culto egizio del Santuario di Treia, a poca distanza da Rambona, e ripropone la teoria che i Romani avessero portato il culto di Iside nelle Marche. Infatti Ra (il dio sole degli egizi, identificato con l’astro al suo zenith e più tardi personificato dal dio falco Horus) in unione con la divinità locale Bona starebbe a significare che Rambona doveva essere in tempi antichi un importante luogo sacro di culto e preghiera, innalzato a suggellare l’incontro tra le due divinità, l’una venuta da Oriente (per mezzo dei Romani) e l’altra, già adorata dai locali Piceni, abitatrice dell’Ovest, divinità ctonia che con le sorelle Cupra e Sibilla costituiva il trittico dell’energia femminile della luna e della terra. Nei dintorni dell'Abbazia c'è un piccolo ruscello chiamato "Fosso dell’Acqua Salata" che potrebbe far riferimento a una delle caratteristiche della dea Bona, ovvero la castità: essa veniva identificata con il liquido amniotico che nel grembo delle madri permette ai bambini di nutrirsi. I capitelli dell'Abbazia sono decorati con forme tipicamente celtiche. I nodi celtici che rappresentano la continuità e il passaggio da un livello all'altro dell’esistenza, varie specie animali come il lupo, la colomba (o aquila),  un leopardo (o giaguaro), un uccello esotico che tiene qualcosa nel becco. E' difficile spiegare la presenza di questi animali se non si ipotizza che le legioni romane avessero delle bestie importate dal Nord Africa e che i Piceni, probabilmente venuti a contatto con la cultura Celtica molto simile alla loro, le avessero volute fissare su pietra accanto alle specie selvatiche locali. I Piceni e i Celti quindi potevano essere entrati in contatto prima dell’arrivo dei Romani? La spiegazione è plausibile se si pensa ai numerosi ritrovamenti di questo popolo nordico in Umbria. Sembra logico supporre che, nell'attraversare i Sibillini, alcuni clan si siano avventurati nei boschi dell’Umbria mentre altri si siano fermati ad esplorare le colline marchigiane. I Piceni, come gli Umbri e i Pelasgi, avevano culti simili a quelli dei Pitti e dei Celti (culto della natura, della Grande Madre, delle divinità ctonie, del passaggio dell’anima a vari livelli dimensionali) e un contatto tra queste genti può essere avvenuto senza troppe difficoltà. Un culto misterico si sarebbe professato sulla piccola collina dove oggi sorge la chiesa.
28/12/2017 21:00:38

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