CULTURA/Arti Audiovisive

Dante Ferretti ‘a cuore aperto’

Il grande scenografo maceratese amato a Spoleto: tre anni di grandi ‘prime’ al Festival. Tanti ricordi: da Fellini all’attacco alle Torri Gemelli di NY

Maurizio Verdenelli
Genio più genio. C’è molta Umbria, oltre ad Hollywood, nel cuore del maceratese Dante Ferretti, considerato il maggiore tra gli scenografi viventi (alla parola, lui fa i debiti scongiuri ma gli Oscar vinti la dicono lunga…). Dopo il trionfo di Così fan tutte con quel cielo in una stanza che ha inaugurato nel 2015 il Festival dei due Mondi  e dopo il successo-bis con ‘Le Nozze di Figaro’ di Mozart che ha ‘bagnato’ l’edizione successiva, quella n.59, Dante il Marchigiano ha completato lo scorso giugno un tris unico di ‘prime’ con la scenografia dell’altro capolavoro mozartiano ‘Don Giovanni’ bagnando così la superba edizione n.60. Un trionfo, beninteso, diviso con la moglie Francesca Lo Schiavo, con la quale forma la coppia più premiata di Hollywood: tre Oscar a testa, rinforzata la bacheca di casa. Ma non solo di Academy Award a profusione vivono Dante e Francesca nel Paradiso denominato ‘scenografia e costumi’ ma pure di altri riconoscimenti in  contesti artistici che non sono sempre necessariamente quelli cinematografici. Come Spoleto insegna. Un po’ meno Macerata e quindi lo Sferisterio che s’è avvalso soltanto una volta dell’opera del maestro nato a Macerata, tanto che lui un po’ in uggia con la sua pur sempre amata città si definì “Il fantasma dell’Opera”. Con riferimento espresso all’Arena che non poco distante dalla bottega di famiglia passata al nipote Federico, dall’indimenticabile ed adorata sorella Mariella. E con lui e Renata, altra amata nipote, ha festeggiato il 27 giugno di tre anni fa, proveniente dai trionfi umbri, la nuova sede in via Gramsci del negozio d’arte ‘Cornici Ferretti’. Una grande festa popolare con il sindaco Romano Carancini consumata sotto l’antico, restaurato allora di zecca, l’orologio meccanico della torre civica che allungava la sua ombra sul laboratorio paterno, nel cui retro Dante e Valeriano Trubbiani disegnavano a quattro mani. Il campanile ‘di piazza’ appartiene ai ricordi del celebre scenografo quando a 10 anni lo risaliva in compagnia di un amichetto, figlio del custode. Ricordi tornati ‘buoni’ in ‘Hugo Cabret’, il terzo Oscar quello cui tiene forse di più seppure non lo dica apertamente. Questione di cuore così in quel rifiuto all’invito di Carancini a far visita all’antica ‘gran’ macchina dei fratelli Ranieri, i mastri orologiai della torre civica. Dietro quel no, probabilmente Goethe e il su ammonimento a non tornare nei  luoghi dove si è stati felici….
Telefono a grande scenografo nella sua casa romana. E’ al tavolo da lavoro. E’ lui, Dante da Macerata (dove nessuno come a Spoleto ha mai pensato di sottoporgli contratti triennali: nemo propheta in patria) è il ‘Don Giovanni’ più celebre e seduttivo della scenografia mondiale: il telefono trilla in continuazione con richieste di contratti e collaborazioni. Ha un foglietto dove tiene tutto sotto controllo.
Per il momento, dopo il boom ai botteghini di ‘Cenerentola’ di Kenneth Branagh che meritava nel 2015 il quarto Oscar -un omaggio a Mariella che amava quella favola visceralmente- e l’esperienza all’Expo milanese al solito per lui trionfale con Padiglione Marche e le figure arcimboldesche al Decumano -‘salvate’ da Giorgio Napolitano dalle italiche lentezze- c’è stato posto nella Ferretti’s list anche per un musical italiano: ‘Il divo Nerone’. E pure il cinema ‘Fulgor’ ricostruito a Rimini, quello di Fellini.
Come il cinema Rex, poi ‘Italia’ quello della adolescenza maceratese….
(ha un soprassalto ndr) “Vero! ci ho passato gli anni più belli in quella sala pensando di fare l’attore. L’idea della scenografia è venuta più tardi. Ricordo la fatica quotidiana di trovare i soldi per il biglietto d’ingresso (Lelli ricordava ancora che spesso collaborava nella ricerca di fondi da parte dell’amico, poi cognato ndr). Mio padre Elvio voleva che mandassi avanti la bottega, ma avevo visto Roma a 13 anni e me n’ero innamorato. Avevo deciso di viverci e lavorarci, se fosse stato possibile”.
Ora il cinema Italia finalmente è stato riaperto dopo una lunga chiusura...
“Benissimo. Hanno fatto bene a recuperare un patrimonio culturale, un’idea della città, come le sale allo Sferisterio, al Corso…”
Ritorniamo al Fulgor riminese: che rammenta del grande Federico?
“Tutto. E’ stato per me un maestro, un eroe. Da lui ho imparato poi una ‘cosa’ (ride ndr): a dire le bugie, a diventare come lui un grande Bugiardo. Giulietta diceva che il marito arrossiva quando gli capitava talvolta di dire la verità. Sulle prime, invero, la Masina aveva fiducia in me. Un giorno stupendosi di vedermi pieno di salute,  mi fa: ‘Come hai fatto a ristabilirti tanto in fretta? Federico mi ha detto che sei stato a lungo ricoverato in ospedale a Ferrara, travolto dalle rovine di un’antica abbazia durante il sopralluogo per un film. Aveva poi dovuto assisterti tanto da scordare d’informarmi per giorni…’. In realtà era quella una delle consuete panzane di Fellini a coprire una qualche ‘fuga’. Poi Giulietta aveva capito e ai miei assists al marito, ironizzava amara: ‘Non vi accorgete quanto siete patetici?’. In realtà lei usava per noi un termine più forte. Erano ormai finiti i tempi in cui mentivo serialmente a Federico  nel timore di essere licenziato raccontandogli sogni mai fatti, dai quali egli voleva trarre le trame di nuovi film. Che io ‘Dantino’, come mi chiamava, dicessi bugie lo comprendeva per primo lui, professionista del genere…
“Adesso questo impegno per il ‘Fulgor’ felliniano mi riempie di commozione: tra un po’ dovrò curare pure il museo dedicato a Federico. Cui devo il contatto con Scorsese, un suo ammiratore, da me conosciuto sul set ‘La città delle donne’. Marty, anch’egli un mio eroe, il regista della maggior parte dei film (due premiati con l’Oscar, il primo condiviso con la sorella a letto malata ndr) dei quali in questi anni ho curato la scenografia. A lui mi lega una grande confidenza. Mi servì quando fui per qualche mese assessore alla cultura a Macerata, essendo sindaco Anna Menghi. Alla fine fu proprio Scorsese a dirmi di ‘lasciare’ considerate le ansie eccessive di un incarico che si rivelava troppo pieno di ansie per un ‘non politico’ come me. Così feci”.
A proposito di ricordi…quell’11 settembre 2001 a NY, rimane ‘indimenticabile’ per il grande scenografo. Aveva preso alloggio a Manhattan. Pronto a tornare nell’ufficio di una delle torri gemelle dove la sera prima aveva incontrato Anthony Minghella. Con il grande regista inglese, Dante aveva messo a punto la scenografia di un altro film di successo: “Ritorno a Cold Mountain” (una delle sue oltre dieci nomination all’Oscar). S’erano lasciati con l’impegno di ritrovarsi con Francesca il giorno dopo. Tuttavia in albergo,  lo scenografo aveva trascorso una notte piena di terribili sensazioni. Che venivano direttamente seppure inconsapevolmente dalla traumatica esperienza subita quando bambino di 16 mesi si era salvato dalle rovine della casa di famiglia (ferito il padre) distrutta dal bombardamento alleato su Macerata del 30 giugno 1944)  Così quella mattina dell’11 settembre 2001, lui era fuggito da Manhattan tre ore prima che le torri gemelle fossero colpite ‘a morte’ mentre l’aereo partito da Roma, con Francesca Lo Schiavo faceva inversione di rotta sull’Oceano.
“Ho poi avuto una vita felice” commenta lui. Amatissimo da tutti. Da Nicole Kidman e da Tom Cruise, ad esempio, che in visita al set ‘Gangs of New York’ a Cinecittà spinse il produttore renitente a completare la scenografia (costo: 200.000 dollari). “Cruise, per me è un santo!” fa Dante che infatti a Saint Tom dedicò la facciata della chiesa servita a completare la piazza degli scontri tra le gang guidate da Leonardo Di Caprio e Daniel D. Lewis.
11/03/2018 06:52:25

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