STORIE

LA GUERRA DI CRIMEA

Parte Prima

Raffaele Bugli
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In queste difficili condizioni internazionali, il Regno di Napoli si trovò a fronteggiare la situazione creatasi con lo scoppio della guerra di Crimea ingaggiata da Inghilterra e Francia contro la Russia il
4 ottobre 1853. La Francia aveva un eguale interesse dell’Inghilterra nell’evitare che la Russia estendesse la sua influenza su Costantinopoli, poiché regnare su Costantinopoli voleva dire regnare sul Mediterraneo. Proprio il pericolo russo permetteva alla diplomazia francese e britannica di attirare Vienna a sottoscrivere, l’8 agosto 1854, insieme a Londra e a Parigi, i quattro punti di un progetto di pace punitiva non ulteriormente negoziabile, la cui accettazione da parte della Russia avrebbe portato al termine delle ostilità. Veniva richiesta: la rinuncia al controllo sui Principati danubiani di Moldavia e Valacchia, la rinuncia al protettorato russo sulle popolazioni cristiane dell’Impero Ottomano, la piena libertà di navigazione sulle bocche del Danubio per l’Austria e una rettifica ancora più limitativa del regime degli Stretti che prevedeva la drastica riduzione o addirittura la soppressione delle sue forze navali nel Mar Nero.
Solo in seguito alla ripetute pressioni da parte di Parigi e Londra, con la prima che minacciava un possibile scoppio rivoluzionario in Italia se Vienna non avesse aderito all’accordo, l’Austria decise di lanciare il suo ultimatum alla Russia il 27 dicembre 1855. L’ultimatum venne però lanciato quando oramai il Regno sardo era entrato dal 25 aprile nell’alleanza franco-britannica inviando le proprie truppe e quando c’era già stata la caduta di Sebastopoli, l’8 settembre, che aveva oramai deciso le sorti del conflitto sul piano militare. La decisione di Vienna, che comunque contribuì a far accettare ad Alessandro II, il 17 gennaio 1856, le dure condizioni di pace, avveniva troppo in ritardo per permettere al Governo austriaco di inserirsi al tavolo delle trattative in una posizione di forza.
Delle indecisioni austriache ne traeva vantaggio Napoleone III, il quale era ormai riuscito a sconvolgere l’assetto politico determinato nel 1815 che aveva relegato la Francia in una posizione
di inferiorità. L’Austria, invece, si trovava in una situazione di sempre maggior isolamento, sia nei confronti della coalizione occidentale, ma anche nei confronti della Prussia che le aveva dimostrato ostilità per tutta la durata della guerra di Crimea e ovviamente anche dal regime zarista. Isolamento che avrebbe avuto chiare conseguenze per quel che avrebbe riguardato il progetto di predominio di
Vienna nella Penisola.
Il Regno di Sardegna riuscì quindi a ritagliarsi un ruolo di coprotagonista con l’invio di un corpo di spedizione che aveva affiancato il contingente franco-britannico capendo che la partecipazione alla guerra di Crimea avrebbe di certo provocato una modifica dei tradizionali equilibri internazionali. Anche Carlo III di Borbone-Parma aveva messo a disposizione le sue truppe, seppur senza successo, nel tentativo di attirare le simpatie di Francia e Inghilterra.
Al contrario il Ducato di Modena e lo Stato Pontificio rimasero passivi spettatori, pur parteggiando per lo Zar Nicola I. Mentre il Granduca di Toscana appoggiò poco più apertamente la Russia violando le norme di neutralità marittima in suo favore.
Il Regno delle due Sicilie, invece, mostrò di non voler tradire l’intesa con la Russia, alla quale era legata da importanti rapporti politici e commerciali.
La decisione di Ferdinando II di mantenersi in una posizione di neutralità nei confronti dell’Impero zarista era dettata soprattutto dalla speranza che la presenza russa nel Mediterraneo avrebbe assicurato al Regno borbonico la possibilità di trovare un più saldo sostegno di quello austriaco contro un’insurrezione interna e soprattutto contro gli attentati alla sua sovranità provenienti dalle potenze occidentali. Proprio tali motivazioni spingevano il Regno di Napoli a rifiutare gli inviti di Londra e di Parigi di assumere lo status di cobelligerante con i quali si domandava a Ferdinando II l’invio di un corpo di spedizione di 40.000 uomini e di tre navi di battaglia sul fronte orientale.
Anche Vienna tentava di portare all’interno dell’alleanza Napoli, affermando che nel caso in cui la guerra di Crimea si fosse estesa in Europa, la Monarchia borbonica non avrebbe avuto altra scelta
che quella di schierarsi a fianco della coalizione occidentale, visto che Francia e Inghilterra sembravano decise a mantenere in vita l’assetto politico sancito nel 1815. Invece, Il Sovrano borbonico si rendeva conto che la guerra non aveva nulla a che fare con la difesa della civiltà europea contro la barbarie orientale, come affermavano Francia e Inghilterra. Il conflitto sembrava, bensì, la scusa di Napoleone III per modificare l’assetto istituzionale della Penisola che, a quanto pare, poteva contare sulla non ostilità del Regno Unito, sull’inerzia dell’Austria, minacciata di una rivoluzione in Italia dalla Francia e sul ruolo di pedina strategica costituito dal Regno Sabaudo. La manovra bonapartista andava quindi a mettere in pericolo la sopravvivenza del Regno delle Due Sicilie che poteva essere mantenuta soltanto dalla reazione della Corte di San Pietroburgo.
Dopo aver respinto l’ipotesi di un’alleanza formale con la Russia, per il timore che la Gran Bretagna potesse scatenare per rappresaglia una sollevazione in Sicilia, Ferdinando II appoggiò comunque la Russia con il divieto del 23 luglio 1853 dell’esportazione del grano siciliano necessario a rifornire l’esercito inglese e francese. A questo si aggiungevano i decreti che impedivano il trasferimento di mille bovini acquistati da una ditta francese per l’esercito di Crimea, alle navi napoletane di trasportare truppe e materiale bellico e, infine, la minaccia di embargo sullo zolfo che però non fu mai attuata.
Queste decisioni provocarono le proteste di Parigi che fece presente come con il pretesto della non belligeranza queste disposizioni andassero a danneggiare solo Francia e Inghilterra, mentre nei confronti della Russia simili disposizioni non erano state assunte ma veniva continuato il traffico di materiale strategico.
Sicuro della vittoria russa, il Governo borbonico allargò le misure proibizionistiche anche alle paste alimentari, alle gallette ed ai legumi. Fu anche promulgato il divieto di concedere il passaporto ai
sudditi siciliani per evitare che questi si arruolassero nella Legione anglo-italiana.

[CONTINUA]
10/03/2018 07:51:39

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