POLITICA

L'analisi del voto: la 'lucida follia' del popolo marchigiano

Marco Ribechi
Le Marche cambiano colore. Dal rosso sbiadito di stampo Luca Ceriscioli, governatore Pd eletto nel 2015, diventano di un giallo acceso, quello del Movimento 5 Stelle. Con bande verdi laterali. Una trasformazione storica, vista la matrice di centrosinistra che sempre ha interessato la politica locale, ma non inaspettata. Già da alcuni mesi il cambio di rotta dell'elettorato era nell'aria e una politica più accorta avrebbe potuto fiutare i segnali di fumo. I marchigiani dall'alto della loro tradizionale bonarietà hanno sancito attraverso il voto il loro dissapore nei confronti dell'amministrazione dello Stato. Non a caso a vincere sono stati i due partiti che meno avevano rappresentanza sul territorio, il M5S e la Lega, quasi assenti alle precedenti elezioni. Evidente la voglia di cambiare e di fare tabula rasa del passato. Entrambi poco radicati, con una risicata schiera di fedeli, senza sindaci militanti, hanno trasformato con un colpo di spugna il volto e l'anima della Regione. Secondo autorevoli fonti (Resto del Carlino) il governatore Ceriscioli ha assistito alla “Caporaletto dem” senza neanche poter votare trovandosi in Giappone al diploma del figlio. Alba di un nuova epoca dal paese del Sol levante? I presagi sembrano esserci tutti. Eppure i vertici renziani del Pd, ancora in stato commotivo dopo la tranvata subita in piena faccia stile Iron Mike, non hanno ancora compreso i motivi della disfatta, continuando ad assegnare le colpe vuoi a Mattarella che non ha permesso di anticipare le elezioni, vuoi alla deriva estremista dell'elettorato, vuoi alla promessa del reddito di cittadinanza. Di sottoporsi a una seria psicoanalisi per cercare nel loro intimo i motivi del dissenso neanche a parlarne. Non si chiedono come mai abbiano perso il loro elettorato storico, oppure come mai in provincia di Macerata nonostante la Glock di Traini la Lega sia passata da 6.405 voti raccolti 5 anni fa a 152.608, incrementando di 146.203 unità. Se una cosa del genere fosse successa al Pd avremmo già Corso Matteo Renzi in tutte le città italiane. Chi ha scelto l'ex Carroccio o i Pentastellati sono tutti ignoranti, estremisti e creduloni? Forse i vertici del Pd non sanno che molti loro ex sostenitori son passati direttamente alla Lega senza passare per il Via, mandando giù, in cabina elettorale, un rospo bello grosso. Pur di non scegliere il vecchio si sono turati il naso e, tra le due nuove proposte, hanno barrato quella che consideravano se non migliore almeno meno peggio. Allora per comprendere meglio “la lucida follia” del popolo marchigiano e più in generale italiano bisogna guardare di nuovo a Macerata, città emblematica della campagna elettorale dopo l'omicidio di Pamela Mastropietro, la sparatoria di Luca Traini e la grande manifestazione antifascista. Macerata, da buona città di provincia, torna a schiarirci le idee sul tessuto sociale italiano che, per quanto ce ne vogliano le grandi città come Milano, Roma o Torino, continua a vivere maggiormente proprio nelle periferie amministrative. La prima cosa che non è piaciuta ai maceratesi è l'umiliante campagna elettorale a cui la città è stata a forza piegata. La politica, di tutti i colori, si è ricordata di questa provincia, che pur ha dato grandi contributi alla storia italiana, solo nel momento di raccogliere voti. Penoso il teatrino che l'ha utilizzata per i propri fini, anche attraverso il mezzo televisivo. Per colpa della sinistra e della destra la città è stata dipinta come un luogo pericoloso, centro di spaccio, luogo di violenza violento e molto altro, ritratto su cui i maceratesi non si riconoscono, nonostante le preoccupanti verità emerse. Soprattutto si sono chiesti: “Ma come siamo arrivati a questo punto?” e la risposta punta l'indice verso la classe politica degli ultimi 15 anni. Praticamente un boomerang. Gli unici partiti che non hanno sfilato sono i 5 Stelle e la Lega e proprio loro sono stati premiati. I 5 Stelle hanno sempre ammesso, forse anche per evitare di minare la loro strutturale unità, di non voler spostare i problemi dell'Italia solo sul fronte sicurezza e immigrazione. Salvini sornione si è ben tenuto alla larga da suo assonante Traini, addirittura candidato nella lista del partito alcuni anni fa per le votazioni del sindaco di Corridonia. Ma, evidentemente, i maceratesi non hanno collegato il gesto folle di Traini alla militanza leghista. E probabilmente a ragione visto che nonostante tutto sembra eccessivo supporre un legame tra la Lega e il Mein Kampf. Ma la provincia è rappresentativa anche per un fatto di oltre due anni fa, ben più grave dei fatti maceratesi nonostante l'orrore dell'omicidio della ragazza. Il terremoto che ha scosso le fondamenta e le coscienze dei suoi abitanti. Perchè alle menti del Pd non viene pensato che forse i marchigiani, così come molte altre aree critiche dell'Italia, si sono sentiti abbandonati nel momento del bisogno? Per fronteggiare l'emergenza epocale i maceratesi hanno ricevuto solo tanta incompetenza e teatrini elettorali come quello di Renzi che va in visita proprio dall'allora rettore dell'università Camerino, Flavio Corradini, poi candidato per cercare di raccogliere voti con la sua indiscutibile rispettabilità. Peccato Corradini potevi essere eletto ma hai scelto il comandante sbagliato. Eppure i presupposti di una ricostruzione rapida e di successo c'erano tutti. Presidente della Camera Laura Boldrini, maceratese. Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, altro maceratese con origini a Tolentino, uno dei tanti epicentri del sisma. E' evidente che se c'era bisogno di interloquire per il territorio non si potevano avere delle carte migliori. I maceratesi avrebbero potuto dormire tra due guanciali tanto le più alte cariche dello Stato avrebbero lavorato per loro. Eppure nisba. Ricostruzione affidata ai vecchi poteri burocratici, con scarsa competenza e con ruoli ricoperti da uomini di partito invece che da abili tecnici vicini al territorio. Tanto tempo perso che ticchetava come un timer alla rovescia nella pazienza dei calmi ma non fessi maceratesi. Nelle apparizioni sempre più rare dei politici tante promesse a fronte dell'inaugurazione di qualche casetta spesso incompleta. Ma la cosa più grave, la classica goccia di troppo, è stato proprio il piegare la testa dei tanti livelli di potere a causa della condivisione dello stesso colore. Governo Pd, Regione Pd, sindaci in maggioranza Pd. Nessuno che protesta, nessuno che alza una mano, nessuno che fa richieste. Tutti yes man pronti a chinare il capo e difendere a spada tratta gli errori del governo centrale. Se ad esempio la Regione fosse stata in mano a Forza Italia, o se a comandare l'Italia ci fosse stato ancora Silvio Berlusconi, sarebbe iniziata una guerra di trincea da ricordare la violenza del primo conflitto mondiale. Con conseguente logoramento fino al raggiungimento degli obiettivi prefissi. Invece riproducendo a cascata gli stessi interessi il silenzio delle sfere della politica è stato assordante. In primis Ceriscioli divenuto particolarmente indigesto ai maceratesi e che anche dalla sua provincia riceve la missiva pentastellata “Stai pure in Giappone ti vogliamo bene uguale”. I marchigiani, come se ne avessero ancora bisogno, hanno visto lo scarso impegno della politica nei loro confronti, la solidarietà avuta solamente dal popolo, dagli altri Comuni, dagli stati esteri. Si potrebbe biasimare quindi una scelta populista invece che il procastinare di una situazione intollerabile gestita dalla solita casta tra l'altro con spocchia e aria di supremazia intellettuale? Se il Governo avesse fatto bene perché non riconoscerlo? Perchè la Boldrini è dovuta emigrare nel seggio di Milano invece che presentarsi nella sua città? Più di un sospetto indica la risposta: coda di paglia. Possibile che i vertici del Pd non vedano ciò che in realtà appare trasparente come l'acqua? Un territorio operoso, onesto e produttivo come quello maceratese non può tollerare lo sfacelo a cui è stato sottoposto. E la provincia di Macerata può essere considerata anche rappresentativa per le altre parti d'Italia dove a vincere non è stato solo il populismo o le promesse ma piuttosto la consapevolezza di essere marginalizzati da una politica abituata ai corridoi di palazzo piuttosto che al fango dei terremoti, delle valanghe di Rigopiano, delle alluvioni di Genova  delle frane non solo amministrative. Una politica che guadagna mentre regna la disoccupazione, mentre i pensionati faticano a tirare avanti mentre i giovani vanno a lavare i piatti nei ristoranti inglesi dove tra l'altro si mangia pure male. Una politica che vive di sprechi mentre la gran parte degli italiani è attenta fino all'ultimo centesimo. Voto populista? Può darsi. Voto di protesta? Forse. Di sicuro è un voto che esprime il desiderio di cambiare pagina e di rinnovare gli organici di tutti i partiti. Il cambiamento che tanto si aspettava come il Godot di Samuel Beckett è forse arrivato grazie a forze esterne, poco importa il colore o l'effettiva capacità di realizzare i programmi, quello che conta è dare la scossa e non perdere la speranza in un futuro diverso dagli ultimi anni di inciuci continui e sederi attaccati alle poltrone.
08/03/2018 23:08:12

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