STORIE

RIPRESA DEL CONTROLLO DEL REGNO E LETTERE DI GLADSTONE

Raffaele Bugli
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Una volta conseguito il trionfo sui nemici, Ferdinando volle cancellare ogni memoria del 1848. Con gli eventi del biennio '48-'49 le idee progressiste e l'atteggiamento tollerante di Ferdinando II vennero meno: il Sovrano assunse una condotta inflessibile che, da un lato, gli consentì di riprendere il controllo del suo Regno ma, dall'altro, fece sì che egli fosse dipinto come un "mostro" dalla stampa liberale europea.
Spentesi le illusioni e le spinte del ’48, isterilitasi l’opera amministrativa in un assolutismo burocratico del Sovrano, che per il suo stesso temperamento era animato da una diffidenza sempre crescente verso i propri collaboratori ed aperto ad ogni genere di sospetto circa la capacità e l’onestà dell’intero ceto dirigente, tutti, anche i più ostinati, cominciarono a comprendere come fosse fallita clamorosamente ogni possibilità d’intesa con i Borboni e come fosse impossibile ormai il formarsi di una nuova classe dirigente, cosciente della propria responsabilità e dei propri doveri.
Ferdinando non volle più ministri, ma solo direttori alla testa dei principali dicasteri poiché meno costosi e maggiormente malleabili. Non voleva più titolari inviati presso le corti straniere, ma solo incaricati d’affari. Effettivamente era lui il ministro degli Esteri del suo Regno dando istruzioni ai suoi agenti. I suoi ordini venivano comunicati a ogni Ministero separatamente, in molti casi senza consultare il titolare di quel portafoglio o limitandosi a informarlo sulle sue intenzioni. Stesso trattamento venne riservato all’esercito: il Re diffidava dall’istruzione intellettuale preferendo generali ed ufficiali inetti, solo perché più riconoscenti e fedeli, nessuna tradizione militare che non fosse quella di repressione di moti interni. Veniva quindi preferita la mediocrità alla più colta,
preparata e giovane ufficialità in esilio o in disparte.
Anche i diplomatici stranieri accreditati a Napoli avevano rilevato lo stato di cose veramente anormale che si era venuto a creare nel Regno per l’accentramento di tutti i poteri nelle mani del Sovrano ed avevano previsto che in caso di morte improvvisa del Re tutta l’impalcatura statale sarebbe crollata da un momento all’altro, ma a tutte le critiche provenienti dall’estero Ferdinando rispondeva che lui conosceva meglio di chiunque altro il suo popolo e il regime di cui aveva bisogno.
Dopo il ’49 lo Stato, si incentrò di fatto, non più nel Governo, ma nella persona fisica del Re. Di fronte alla personalità del Sovrano, tutti, compresi ministri, diplomatici e generali, diventarono dei semplici passacarte. Era il Re a decidere su qualsiasi questione, anche di importanza minima, e tutti si rivolgevano direttamente a lui. Ciò comportò la mancanza assoluta di responsabilità della classe burocratica napoletana e il pauroso invecchiamento delle gerarchie statali.
Riguardo la macchina amministrativa vi era un sempre maggiore interessamento del Governo per i problemi del traffico, dei lavori pubblici, e della valorizzazione dell’agricoltura. Furono infatti realizzate linee telegrafiche tra Sicilia e Calabria, incrementi delle costruzioni stradali, nuovi tronchi ferroviari, miglioramenti alle attrezzature portuali, piani organici di bonifiche, riorganizzazione di servizi postali, sviluppo della marina mercantile: nell’ultimo decennio del regno vi fu tutto un movimento che purtroppo non potè essere proseguito nel periodo della vita unitaria.
Eppure, dopo la spinta iniziale, l’amministrazione risentiva degli intralci che venivano dal potere centrale e dalla lentezza di decisione del Sovrano. I vecchi istituti, nati nel decennio francese, che attraverso il principio di accentramento avevano dato una interpretazione unitaria dei problemi riguardanti lo Stato e un più elastico coordinamento dell’attività dei singoli organi periferici rappresentando, all’inizio, uno stimolo per le energie provinciali, ora funzionavano male. Questi non erano più l’espressione delle esigenze sociali, non riuscivano più a far sentire la loro voce indipendente e diventavano controllate direttamente dall’alto.
Le stesse attività economiche che Ferdinando aveva contribuito a sviluppare, ora si trovavano a rallentare la loro attività e quando la borghesia provinciale, che lo stesso Re aveva con il suo impulso contribuito a creare e ad irrobustire, si accorse che il Sovrano era ostile alla sua ascesa e alla sua richiesta di acquisizione di potere politico, vi fu la chiara condanna della dinastia da parte degli elementi più qualificati della cultura meridionale. Inoltre il fenomeno del distacco politico ed economico tra capitale e provincia era sensibilmente aumentato dopo il ’48. La concentrazione e la valorizzazione dell’industria a Napoli, la politica di investimenti pubblici limitata alla capitale, la creazione di società di assicurazioni o marittime con sede a Napoli non facevano che aumentare il dislivello tra capitale e periferia, ma anche tra il continente e la Sicilia.
Poiché il Re voleva evitare ad ogni costo nuovi disordini, la Polizia divenne la maggiore e più potente istituzione del Regno. Gli scavi di antichità, le bande musicali, il corso pubblico, le strade ferrate, il censimento, l’archivio, il telegrafo, la stampa, il contrabbando, gli studenti, le scuole, la posta, il riconoscimento dei diplomatici, le guardie d’onore, le prigioni e le farmacie dipendevano dalla Polizia. Essa era dunque la sola amministrazione dello Stato i cui capi erano fanatici realisti dotati più di astuzia che di cultura. Essi vedevano un pericolo politico in ogni fatto insignificante, odiavano i liberali e giustificavano ogni iniquità contro di loro, come compimento di dovere. La Polizia aveva la coscienza di essere superiore alle leggi e la sicurezza di godere della protezione del Sovrano, perciò nulla temeva ed incuteva persino paura alle alte sfere della Corte e del Governo.
Il Direttore della Polizia era Orazio Mazza, considerato un violentissimo fautore della reazione politica e lo provava il gran numero di persone contro cui erano stati iniziati processi penali.
Proprio i processi politici che vennero eseguiti dopo il ‘48 danneggiarono Ferdinando più di tutti i moti e le congiure organizzate nel Regno dopo la sua ascesa al trono. I suoi nemici trovarono un inatteso alleato in un esperto dell’indignazione morale, William Ewart Gladstone, che in quel periodo era di passaggio a Napoli.
Gladstone assisté al processo contro la società segreta dell’Unità Italiana, fondata da Silvio Spaventa, che si proponeva di liberare l’Italia dalla tirannia interna dei principi e da ogni potenza
straniera, con l’obbiettivo di unirla. Il processo pubblico durò dal 1° giugno 1850 alla fine di gennaio 1851; quarantadue erano gli accusati tra cui: Carlo Poerio (fece parte del Governo costituzionale di Napoli del 1848) condannato a 24 anni di carcere ma ne scontò soltanto 10, perché nel 1859 la pena gli venne commutata nella deportazione; Luigi Settembrini (autore, nel 1847, del pamphlet “Protesta del popolo delle Due Sicilie”) e Filippo Agresti (ex ufficiale dell’esercito borbonico che aderì alla carboneria e divenuto presidente della società) condannati alla pena capitale, ma subito graziati da Ferdinando che commutò la pena in ergastolo; Silvio Spaventa condannato a morte, poi graziato da Ferdinando con il carcere a vita. Gladstone definì il regime di Ferdinando II “la negazione di Dio” riferendo nelle cosiddette Lettere a Lord Aberdeen (Primo ministro inglese) , con grande enfasi retorica ed esagerazioni, delle pessime condizioni di vita delle carceri borboniche e sul trattamento inumano riservato ai prigionieri.
Ma Gladstone annotò quanto gli veniva riferito e non quanto gli veniva in realtà mostrato nelle prigioni. Gli venne detto che il sistema di incatenamento a due a due per i condannati era stato utilizzato appositamente nei riguardi di Poerio, quando in realtà veniva utilizzato in tutti i paesi dell’epoca. Di certo, in quel tempo, non esistevano prigioni confortevoli, ma probabilmente i carcerieri napoletani erano più indulgenti dei loro colleghi stranieri e una specie di rozzo spirito umanitario compensava le pessime condizioni sanitarie. Nel febbraio 1851, Lord Aberdeen fu indotto da Gladstone a scrivere al Principe Felix von Schwarzenberg divenuto Cancelliere austriaco, per chiedergli di impiegare la sua influenza affinché
Ferdinando mitigasse il miserevole stato dei prigionieri politici, particolarmente del Poerio. La risposta di Schwarzenberg fu tardiva ed evasiva. Egli ricordò a Lord Aberdeen che il criminale politico può essere il peggiore di tutti i criminali, soggiungendo che il rigore esercitato dalla stessa Inghilterra nelle Isole dello Ionio ed a Ceylon, dimostravano come essa dovesse andar cauta quando si trattava di assumere all’estero la difesa di cattivi cittadini cui piaceva atteggiarsi a martiri della santa causa della libertà.
Il Primo ministro inglese Lord Aberdeen sollecitò anche più volte l'ambasciatore napoletano a Londra, il Principe Paolo Ruffo di Castelcicala, a fare pressioni sul Governo borbonico affinché adottasse una linea politica più liberale minacciando la pubblicazione delle lettere di Gladstone. Nonostante gli avvertimenti, il Primo ministro e ministro degli Esteri delle Due Sicilie, Giustino Fortunato, non si rese conto della gravità della minaccia e la trascurò non riferendo il fatto a Ferdinando II.
Avvedutosi che le rimostranze private non avrebbero ottenuto nulla, Gladstone decise di pubblicare le sue Lettere con grande felicitazione del membro del Governo liberale inglese Lord Palmerston che inviò copie dell’opuscoletto a tutti i rappresentanti inglesi in Europa, con l’istruzione di sottoporle ai Governi presso i quali erano accreditati nella speranza di un intervento delle Corti d’Europa in favore dei prigionieri napoletani. In seguito allo scandalo suscitato dalla pubblicazione delle lettere, Ferdinando II costrinse il marchese Giustino Fortunato a dare le dimissioni dalla carica di Primo ministro. In tal modo veniva eliminato l’ultimo legame con i liberalismo lasciando via libera all’assolutismo del Re.
Nella primavera del 1851, fallirono i tentativi del Cancelliere imperiale, Schwarzenberg, di dare una nuova sistemazione politica alla Penisola, prima con il programma di una Lega tra Toscana, Parma,
Modena, Roma, Napoli sotto tutela asburgica, poi con quello di un’intesa a quattro tra Granducato, Ducati padani e Stato Pontificio con possibilità di adesione dell’Austria e delle Due Sicilie. Ambedue i progetti si scontrarono con l’opposizione della Corte di Caserta che li considerò un pretesto del Governo di Vienna per intervenire negli affari interni del suo Stato; inoltre temette che la Lega Italiana avrebbe stimolato Francia e Inghilterra a unirsi contro di essa. Il fallimento del progetto italiano di Schwarzenberg aggravò ulteriormente la debolezza internazionale del regime di Ferdinando II, rinchiuso sempre più nel proprio isolamento per il suo spirito d’indipendenza. Egli fondò la sua politica estera sulla rivalità tra Inghilterra e Francia per il predominio del Mediterraneo e sperò di convincere Luigi Napoleone di appoggiarlo nei confronti di Palmerston e contrastare le mire inglesi sulla Sicilia.
In funzione di questa politica vi fu il pronto riconoscimento del regime imperiale francese (restaurato con il Plebiscito del novembre 1852) da parte di Ferdinando II, il quale, per primo si era dimostrato disposto a superare le diffidenze nutrite dalle altre Potenze verso Napoleone III. Ma il tentativo di costruire un asse politico tra Napoli e Parigi si rivelò una mossa poco vantaggiosa e anzi del tutto controproducente. La manovra di Ferdinando II non ottenne l’effetto sperato presso le Tuileries e suscitò, invece, le perplessità di Russia, Austria e Prussia che però furono rapidamente superate. Reazione totalmente negativa ci fu da parte dell’Inghilterra, ostile a un’intesa franconapoletana che poteva rivelarsi molto pericolosa per i suoi vitali interessi nell’Adriatico, dove essa doveva misurarsi anche con le antiche e mai sopite ambizioni di San Pietroburgo di assicurarsi una presenza di rilievo in quel mare.

[CONTINUA]
07/03/2018 07:50:01

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