STORIE

LA REAZIONE

Parte Seconda

Raffaele Bugli
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Diventando il custode dell’ordine e della legalità contro le insurrezioni provinciali, e il tutore della proprietà privata, minacciata dalle agitazioni del bracciantato agricolo, il Re riuscì gradualmente a staccare dalle file dei liberali tutti i tiepidi, tutti gli incerti, tutti coloro che, pur avendo accolto la Costituzione, erano spaventati dal nuovo evolversi degli avvenimenti, sfociati in rivolte violente, e non reclamavano che un ritorno alla calma. L’alternativa che Ferdinando pose alla gran massa del popolo era di ritornare all’ordine o cedere all’anarchia. Ovviamente la popolazione abbracciò la prima opzione. La reazione del 15 maggio ridiede al Re, la piena fiducia in se stesso: la situazione non era così disperata come aveva previsto. Le truppe si erano mostrate devote, e, per reazione agli eccessi della sfrenata libertà di stampa e di piazza, si rinsaldava intorno al trono il partito conservatore. Anche i lazzaroni si mostrarono tutti fedeli al loro Sovrano.
Il Re aveva riconquistato il potere e intendeva conservarlo, orgoglioso di essere il primo dei sovrani in Europa a reagire alla fazione radicale e di esserci riuscito senza alcun aiuto straniero. Questo aumentò la sua volontà di primeggiare nell’amministrazione del regno, in concomitanza con la crescente sfiducia verso i suoi collaboratori, e il desiderio di indipendenza delle Due Sicilie dal resto dell’Europa.
Nonostante la repressione rivoluzionaria, Ferdinando decise di mantenere la Costituzione, l’apertura del Parlamento fu posposta per la fine di luglio. I deputati radicali e repubblicani con il loro seguito di sostenitori, si rifugiarono nelle vicine provincie, specialmente in Calabria diedero vita ad una rivoluzione. A Cosenza, il 18 maggio, venne istituito un comitato di salute pubblica; un altro fu formato il giorno dopo a Catanzaro.
Il parlamento di Palermo votò un decreto con il quale offriva asilo a tutti “i perseguitati dalla tirannia napoletana”, inoltre erano stati inviati volontari siciliani in Lombardia ed era pronta una spedizione per sostenere i napoletani nella lotta ai Borboni. La guerra civile fornì così a Ferdinando il pretesto per ritirare le truppe inviate nel Nord Italia che ancora non erano effettivamente entrate nel conflitto. Pepe, a capo di quelle truppe, decise di non rimpatriare e con un pugno di volontari si diresse a Venezia. In Calabria si era ormai prossimi all’anarchia. Sebbene in teoria fosse stato abolito, il feudalesimo
continuava ad esistere e molti distretti erano in preda alla disoccupazione e alla miseria. La gente aveva una mentalità individualistica; l’aristocrazia, abbandonata la patriarcale vita di un tempo, si era trasferita nella capitale, mentre i suoi sovraintendenti la sostituivano appropriandosi di prestigio e ricchezze; la borghesia, in costante ascesa, criticava con asprezza il Sovrano nella convinzione di
poter fare meglio e metter fine ai mali locali. Ben presto però le forze borboniche ebbero la meglio riuscendo a pacificare la Calabria. Ferdinando poté quindi occuparsi della Sicilia, dove il Parlamento di Palermo stava decidendo di eleggere un altro Sovrano. Una volta esclusi i Borboni, rimanevano soltanto due candidati italiani, il Duca di Genova, figlio minore di Carlo Alberto, che veniva appoggiato dalla Gran Bretagna che ne garantiva l’indipendenza e il figlio del Granduca di Toscana, che era ancor più giovane e sostenuto
dalla Francia.
Ci si accordò sulla persona del Duca di Genova e una delegazione ufficiale, imbarcatasi su un vascello britannico, partì per la Liguria. Subito Ferdinando fece sapere a Torino che un consenso avrebbe significato la guerra con Napoli e, dopo la sconfitta di Custoza, del 27 luglio, Carlo Alberto non aveva intenzione di entrare in rotta di collisione con il Regno borbonico. Ringraziati gli inviati siciliani per l’onore, egli li informò che non poteva né accettare né respingere la Corona in nome del figlio senza tener presente i più alti interessi dell’Italia.
Forte del rifiuto della Corte di Torino, che evidenziava l’effettivo isolamento del Governo siciliano, e della neutralità mostrata dai Governi di Francia e Inghilterra Ferdinando ruppe gli indugi e ordinò ad un corpo di spedizione di varcare lo Stretto dando il controllo dell’armata borbonica al Principe di Satriano, Carlo Filangieri. I rivoluzionari siciliani però caddero nell’anarchia, soprattutto nelle provincie, dove non esisteva più un’autorità che si facesse obbedire, né esattori che riuscissero a riscuotere le imposte. Inoltre non seppero comporre un esercito all’altezza della situazione, in quanto quello formato era composto da elementi turbolenti e inaffidabili.
Il 7 settembre, dopo un pesante bombardamento che provocò ingenti perdite umane, fu rioccupata Messina, dove la cittadella e alcune fortezze erano rimaste in mano alle truppe borboniche.
Dopo la capitolazione di Messina, tutte le zone circostanti si arresero a Filangieri “senza tirar un sol colpo di fucile” come disse egli stesso e così sarebbe stato per il resto della Sicilia se non fossero
intervenuti gli ammiragli inglese e francese, Hyde Parker e Charles Baudin, a chiedere che le ostilità venissero sospese in nome dell’umanità. Così la spedizione di Filangieri si trovò paralizzata dopo la vittoria iniziale e il Governo di Palermo ebbe la possibilità di raccogliere le forze, ricevere rifornimenti, migliorare le linee difensive. Inoltre alcuni ufficiali francesi e polacchi assunsero il compito di addestrare e comandare le inesperte truppe siciliane.
Tregua che l’ambasciatore presso la Corte sabauda, Ralph Abercromby, considerava nel dispaccio del 2 ottobre, indirizzato al ministro degli Esteri inglese Palmerston, direttamente funzionale a favorire la possibilità che il duca di Genova divenisse padrone del suo paese. Se prima Inghilterra e Francia avevano unito i loro sforzi per porre termine allo scontro tra Austria e Sardegna, ora queste erano interessate a trasformare la Sicilia in una postazione militare da cui controllare il Mediterraneo.
La Francia si dimostrò favorevole alla creazione di un regime repubblicano indipendente e promise di sostenerlo con l’invio di forniture belliche, nella speranza che il nuovo Stato fosse poi confluito in una futura Confederazione di Stati Italiani che avrebbe in tal modo liberato l’Italia dal protettorato austriaco e contrastato le tendenze egemoniche del Piemonte.
La Gran Bretagna, dopo aver incoraggiato in un primo momento il progetto separatista, domandò che l’isola avesse una sistemazione costituzionale e una serie di autonomie, quali la concessione di un proprio Parlamento, di una propria amministrazione e di un proprio esercito, che avrebbe assicurato importanti vantaggi strategici a Londra. Raggiunto tale risultato, l’Inghilterra avrebbe potuto estendere la sua penetrazione economica e politica ed impedire che uno Stato sovrano siciliano potesse entrare a far parte del sistema di alleanza dei regimi liberali italiani di cui la Francia auspicava la formazione.
Ma i contrasti tra le due potenze permisero a Ferdinando II di porre fine all’armistizio con la Sicilia e di riprendere il suo programma di riconquista.
Il 28 febbraio 1849 fu presentato un ultimatum in cui il Re accordava ai Siciliani un parlamento e un’amministrazione separata sotto un viceré, accordando uno statuto basato sulla Costituzione del 1812; inoltre elargiva un’amnistia generale, tranne che per quarantaquattro persone delle quali si elencavano i nomi. Il 20 marzo, alla notizia che il Parlamento di Palermo aveva deciso di respingere quelle proposte e di continuare la guerra, i rappresentanti di Francia e Inghilterra dichiaravano di non poter proseguire nella loro opera di mediazione e le rispettive flotte abbandonarono Palermo.
A Novara, il 23 marzo, l’esercito piemontese venne sconfitto e Carlo Alberto abdicò. I Siciliani, compresero che quindi da Torino non poteva giungere alcun aiuto e che erano totalmente soli.
Il 7 aprile l’armata borbonica occupò Catania e in pochi giorni caddero Augusta, Siracusa e Noto. A Palermo il gabinetto rassegnò le dimissioni e Ruggero Settimo salpò per Malta a bordo di una nave inglese, Ferdinando rese noto il desiderio che un Governo provvisorio venisse formato da funzionari di Palermo e concesse un’amnistia generale dalla quale rimasero fuori solo quarantatre capi della rivoluzione permettendo loro di abbandonare l’Isola.
Il 15 maggio le truppe del Principe di Satriano presero Palermo e per esprimere la sua riconoscenza, Ferdinando conferì al Filangieri il titolo di Duca di Taormina e Luogotenente della Sicilia.
Il 13 marzo Ferdinando decise di sciogliere il Parlamento ponendo fine alla commedia costituzionale e restaurando definitivamente il regime assolutistico.
In tutto il Regno furono sottoscritte delle petizioni con le quali i cittadini, stanchi dei disordini provocati dalle classi più colte, richiedevano l'abolizione della Costituzione. Ferdinando decise invece di sospendere lo Statuto e a poco a poco si liberò di chi si era mobilitato attivamente per ottenerlo.
La fine della rivoluzione del ’48, segnò la fine delle speranze negli stati regionali, dei sostenitori del federalismo e iniziò una nuova epoca in tutta Italia. Ovunque si aveva il distacco netto tra le forze liberali e la Monarchia , era chiaro che non si potesse più giungere ad alcun compromesso tra le due fazioni. Inoltre si manifestò, oramai, l’identificazione tra libertà e unità nazionale.
A Napoli, sempre più, i liberali moderati seguirono l’esempio degli ultra radicali volgendo la loro attenzione alla causa dell’unità italiana e guardando speranzosi ai Savoia e alla loro Monarchia liberale.
04/03/2018 08:05:06

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