INCOGNITA

IL RE ED IO

Maurizio Verdenelli
La Regina Elena rientra in Italia per prima, subito seguita dalla salma di Re Vittorio Emanuele III. La coppia reale sarà collocata in Piemonte, nel santuario sabaudo di Vico. Un'operazione svolta in gran segreto tra Aeronautica e Quirinale, che ha accontentato pochi e imbarazzato molti, dagli eredi di Casa Savoia – che avrebbero voluto la sepoltura al Pantheon di Roma – a chi ricorda all'ex sovrano la responsabilita' di non aver impedito la salita al potere di Mussolini.




In quegli anni, dal 1975 all’80, lavoravo a Chieti. A due passi dalla redazione del ‘Messaggero’ mangiavo da ‘Venturini’ dove in una saletta appena dopo l’ingresso, riservata solo a lui, cenava invariabilmente il colonnello Massangioli (il nome, no, non lo ricordo). In realtà sarebbe stato generale ma lui aveva rifiutato il grado dalla Repubblica che teneva, lui monarchico, ‘in gran dispitto’. Il colonnello appariva infatti dall’esterno come il dantesco Farinata Degli Uberti: se ne stava in disparte, non dava confidenza ad alcuno se non a Maurizio Capone, figlio di ‘Venturini’ -in realtà Venturino Capone, il fondatore del celebre ristorante. Ogni tanto, dal silenzio assoluto, si sentiva dalla saletta provenire rumori legati ai fortissimi accessi di tosse del colonnello. Alla cui mensa, dopo qualche tempo e talvolta, venni ammesso alfine grazie all’amicizia che mi legava al figlio Gianfilippo, proprietario della ‘Ferrari’ più bella della città. “Mio padre riesce a sorridere unicamente quando riceve posta da Cascais o sente il re al telefono, oppure quando ogni anno organizza gite di nostalgici in Portogallo alla residenza di Umberto II” mi aveva confidato l’amico.  La famiglia Massangioli abitava un palazzo nobiliare in pieno centro: all’ingresso una targhetta in ottone, mantenuta sempre splendente, segnalava che la principessa Mafalda di Savoia aveva trascorso lì i suoi ultimi giorni sereni prima del ‘martirio’ nel lager nazista di Buchenwald. Ed è questa una storia straordinaria mai raccontata che l’ultima tappa della vicenda dei ‘Reali’ mi induce adesso a rivelare nella sua interezza.
Era dunque la prima volta che il riservato ed accigliato alto ufficiale fedelissimo della monarchia, parlava con un giornalista. Tuttavia con un accordo preciso: che io non avessi rivelato il contenuto del nostro dialogo. “Ho tentato di dissuaderla fino all’ultimo. Per giorni e giorni, ma niente. A Roma aveva lasciato i quattro figli piccoli (tre maschi ed una femmina) mentre lei, affidatami dal padre, si sentiva quasi ‘in colpa’ protetta nel mio palazzo in Abruzzo. ‘Principessa non rientri nella Capitale: tutta la sua famiglia se n’è andata ed i tedeschi sono nostri nemici’. Ma lei: ‘Colonnello, ho sposato un principe germanico (Filippo D’Assia), non mi toccheranno’. Non ci fu niente da fare. Mafalda si sentiva soprattutto una madre, non una principessa italiana di sangue reale in un momento drammatico dopo l’8 settembre”. Massangioli ripeteva a quel punto il ‘concetto’, guardandomi fisso per vedere se lo avevo compreso: “Mafalda si sentiva ed era soprattutto una madre. Tuttavia, in tutti questi anni, non sono riuscito mai a perdonarmi per averla lasciata andar via. Lei era però irremovibile”. La storia è poi nota: l’arresto a Roma, la deportazione nel lager di Buchenwald (schedata come frau ‘Savoia’) e la morte.
Era la vendetta di Hitler contro i sovrani italiani che da Roma, attraverso la Tiburtina Valeria, avevano preso la strada della fuga proprio verso l’Abruzzo attraversando la provincia di Chieti. “E comunque, se ne vuol sapere di più - mi disse il colonnello a mò di transazione per quel silenzio imposto- vada a Crecchio. Al castello, quella sera, Loro si fermarono…”.
Il sindaco di Crecchio (un diccì controcorrente che accettò di parlare con l’inviato del ‘Messaggero’ schierato a sinistra) insegnante e studioso delle vicende del territorio, mi confermò l’episodio rivelando ciò che i manuali ufficiali di storia avevano fino ad allora sottaciuto. La carovana, con uno scalpitante Umberto (ridotto all’obbedienza dall’imperiosa sollecitazione materna: ‘Beppo..’ e dal maresciallo Badoglio valendosi della gerarchia militare) giunta ad Ortona aveva fatto subito marcia indietro. Attraccata al porto c’era inopinatamente una nave da guerra tedesca. Che fare? Fu della regina Elena l’idea vincente. Qualche tempo prima una sua dama di corte, la duchessa di Crecchio aveva preso licenza e si era ritirata nelle sue terre. ‘Si va a Crecchio’ disse il Re. Il posto era ideale: nell’entroterra nascosto a due passi dall’Adriatico. Quando Vittorio Emanuele ed Elena bussarono alla porta, la duchessa quasi svenne per l’emozione. Tuttavia riuscì a preparare se non un banchetto per tutti ma almeno una decorosa cena, dopo aver tirato il collo alle ultime galline dell’ormai risicato pollaio. Il giorno dopo, all’alba, ad Ortona fu inviato il ministro del Real Casa, Filippo D’Acquarone: il battello se n’era andato. Via libera. La carovana s’imbarcò finalmente per Brindisi…”.
E a Brindisi poco dopo …ed è qui la seconda parte del racconto che chi scrive, qualche anno dopo Massangioli, ebbe testimoniata direttamente dal protagonista. Il suo nome? Alberto Ciambricco, marchigiano di Fabriano, autore con Mario Casacci del più celebre poliziotto della tv italiana in bianco e nero: il tenente Ezechiele Sheridan. “Dalle coste slave, dopo essere stati mitragliati in Adriatico dagli stukas della Luftwaffe, ed esserci salvati miracolosamente, la nostra nave approdò a Brindisi. Fu il primo reparto in armi, dopo l’8 settembre!” mi raccontò il comandante Ciambricco, che appuntati aveva i gradi di tenente. “Ci mettemmo subito agli ordini di Sua Maestà. E quando la guerra finì, il mio sottotenente Ubaldo Bussa trovò lavoro come speaker nella prima Radio Italia Libera, e fu la voce più bella. Bussa, lo trovai alcuni anni più tardi a Roma: la voce melodiosa era diventata di ‘carta vetrata’ a causa di un disturbo alla laringe ed era disoccupato. Gli dissi, sorridendo: se la Rai approva un mio progetto, da sottotenente ti promuovo tenente: ten. Sheridan! Così avvenne e lui divenne celebre con lo pseudonimo di Ubaldo Lay. Tanto celebre che un suo nipote volle diventare come lo zio in tv, un vero poliziotto”. Si trattava di Nicola Cavalieri, l’uomo che ha arrestato Bernardo Provenzano, boss di Cosa Nostra. Ma questa, come si può capire è tutt’altra storia anche se Ciambricco sorridendo chiosava: ”Se la Luftwaffe ‘ci’ avesse affondato, non ci sarebbe stata una storia importante della Tv italiana del dopoguerra, popolare e campione d’audience”.

PS. Le rivelazioni del colonnello Massangioli ebbero alcune ‘conseguenze’. L’allora malmesso eppure imponente castello di Crecchio, incorniciato da palme, fu restaurato ed un cartello turistico sulla A14 all’uscita di Ortona ne indicò a lungo l’ubicazione. Inoltre associazioni di categoria elaborarono, sulla base di ulteriori riscontri e dettagli, un ‘Menù dell’8 settembre’ al centro di meeting ed incontri enogastronomici.
Personalmente, infine, ebbi le congratulazioni telefoniche da Cascais - pel tramite di Massangioli- da parte dello stesso re in esilio che avendo letto la mia ‘ricostruzione’ del post 8 Settembre, me ne confermò l’esattezza. E riuscii a strappare anche un sorriso dal colonnello al ricordo di quella sera tempestosa quando morì definitivamente la ‘vecchia’ Italietta per lasciare il posto al nuovo ‘Paese’. Tra Roma, l’Abruzzo, le Puglie, le Marche e soprattutto l’Adriatico.
18/12/2017 21:49:21

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