STORIE

Fanfani, Agnelli, Parisi, le BR e Mattei:

“Quando fu ucciso, il presidente urlò: questa è la rovina dell’Italia!”

Maurizio Verdenelli
Un anno fa moriva Ismeno fabbri, il brigadiere dei carabinieri per un trentennio assistente della seconda carica dello Stato. Colfiorito, i suoi ricordi inediti di una fetta importante della Storia d’Italia.




A Colfiorito, suo luogo dell’anima, un anno fa le esequie di uno degli ultimi grandi testimoni di oltre quarant’anni di storia italiana, drammatica ed insanguinata. Parliamo del brigadiere dei Carabinieri, Ismeno Fabbri, nato a Laterina (Arezzo), residente a Roma, spentosi ottantanovenne nella terra che amava di più: quella di sua moglie, quella che sceglieva per circa due mesi l’anno per il ‘buen retiro’ estivo, sull’altopiano tra Umbria e Marche.
Fabbri era stato per 44 anni distaccato presso il Senato, come assistente del presidente. Per undici, con Cesare Merzagora; per trentatre con Amintore Fanfani. Si deve a lui, al brigadiere Fabbri, se ‘il cavallo di razza’ della Dc si era salvato dal rapimento da parte delle Brigate Rosse (in carcere ‘confermarono’) le quali avevano scelto la seconda carica dello Stato come vittima del sequestro ‘eccellente’ che avrebbe fatto ‘saltare’, nelle intenzioni, la Repubblica. “Devi dire al presidente di non muoversi questa sera da Palazzo Madama” aveva detto a Fabbri il capo della polizia, Vincenzo Parisi. “Fu un problema tener ‘fermo’ Fanfani che voleva assolutamente rincasare: ‘non sono mai mancato in famiglia la sera!’. ‘Ma, presidente, ne va, ne va della vita!’ si oppose il fedelissimo assistente Ismeno. Così in fretta e furia venne allestito l’alloggio presidenziale al Senato. Visto sfumato l’effetto sorpresa, le BR puntarono allora su Aldo Moro.
Poi nella vita del brigadiere dei Carabinieri entrarono Benigno Zaccagnini (‘l’unico sempre pronto a rispondere alle chiamate di Fanfani soprattutto nei giorni convulsi del rapimento Moro’), Enrico Mattei, Gianni Agnelli ed altri, tanti altri protagonisti della scena politica di quegli anni torbidi e decisivi. Il fondatore dell’Eni aveva in simpatia l’assistente/autista di Fanfani e gli spiegava le sue strategie nei tratti nei viaggi tra la sede dell’Ente idrocarburi e la casa di Fanfani, in via dei Platani dove fuori dagli occhi indiscreti l’incontro era a tre: pure con Agnelli. E quando quella ‘maledetta sera’ del 27 ottobre 1962, arrivò la notizia della morte di Mattei, Ismeno sentì urlare il presidente del Senato: “Questa è la rovina dell’Italia”. Nell’87, poi, Fanfani parlando a Grosseto all’assemblea nazionale dei Partigiani cattolici, rivelò per la prima volta la ‘chiave’ del caso più misterioso d’Italia: “Forse la morte di Mattei è stato il primo atto terroristico di questo Paese”. “La fine del Grande Enrico fu un durissimo colpo pure per me: Lui aveva una spiccata simpatia nei miei confronti per via della mia ‘parte marchigiana’. Mi chiamava il ‘tosco-marchigiano’ perché avevo sposato una donna della sua terra che io ormai preferivo alla mia Toscana” mi rivelò Fabbri. Ismeno, in quel fine estate del 2013, nell’ampio giardino della casa di campagna (nel comune di Serravalle) gradito rispetto all’appartamento colfioritano, mi parlò infatti di tutto questo. Mi accompagnava l’amico Stefano Capoccia che con la moglie Nunziatina Ricci gestisce la notissima ‘Botteguccia dei Vecchi sapori’ che era abitualmente frequentata da Fabbri. Fu una chiacchierata lunga, cordiale, amichevole. Era la prima volta che lui parlava dei suoi ‘esplosivi’ ricordi con un giornalista. Sarebbe stata, un po’ a sorpresa, l’ultima. Ci eravamo dati infatti appuntamento il giorno dopo per un’audio/video intervista con la collaborazione del collega Gabriele Censi. Tuttavia la mattina dopo, Ismeno fu chiamato all’improvviso all’ospedale di Spoleto per alcuni esami programmati ma evidentemente anticipati dai medici. Non fu più possibile rivederci da quel settembre di quattro anni fa.
E l’anno scorso a fine febbraio, l’addio: il brigadiere ‘tosco-marchigiano’ ha voluto chiudere la sua straordinaria avventura terrena a Colfiorito, nell’altopiano tanto amato. Dove ‘riposa’ dal Natale di quattro anni fa anche un altro grande protagonista di anni tragici, il serravallese di Dignano, Filippo Bartoli, l’uomo della Renault4 rossa dove fu trovato il 9 maggio 1978 il corpo senza vita di Aldo Moro. La R4, nella quale si è consumato un mistero nel mistero  circa le modalità dell’esecuzione dell’omicidio e dei suoi effettivi mandati e dell’orario di rinvenimento, è ora al museo della Polizia a Roma nonostante che meritoriamente Daniele Salvi avesse proposto un museo da allestire a Serravalle di Chienti al fine di valorizzare il paese montano afflitto dallo spopolamento. Infatti un tale ‘reperto’ così evocativo di un caso ancor oggi denso di mistero e dunque di viva attenzione, avrebbe potuto stare benissimo tra valli ‘dimenticate’ che tuttavia Aldo Moro e il suo caposcorta (il maresciallo Oreste Leonardi, trucidato anch’egli nell’agguato di via Fani) conosceva benissimo grazie al prof. Giuseppe Giunchi, grande medico e sindaco di Serravalle. 
02/03/2018 07:29:34

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