STORIE

LA REAZIONE

Parte Prima

Raffaele Bugli
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Anche a Napoli la situazione non era delle migliori, dopo la notizia dei tumulti a Milano, le famose cinque giornate, una folla tumultuosa si adunò dinanzi alla Ambasciata austriaca, distruggendo l’aquila bicipite e la bandiera. L’allora ministro della Polizia, Giacomo Tofano, autorizzò con il crisma ufficiale il reclutamento di volontari da inviare nel Nord in aiuto di Carlo Alberto.
Ferdinando era costretto a simulare simpatia per la spedizione, sebbene le ambizioni della Monarchia sarda gli ispirassero apprensione e diffidenza. Egli non aveva ragione di temere l’Austria, mentre un Sovrano italiano trionfante nel settentrione della penisola avrebbe potuto mettere a repentaglio la sua indipendenza.
Il Conte Rignon, inviato a Napoli dal Governo di Torino per chiedere al Re una attiva collaborazione, aveva avanzato perentorie richieste di aiuto in campo navale e terrestre, ma rispondeva in maniera evasiva quando gli si parlava di una Lega tra gli Stati italiani. Si sarebbe sistemato tutto alla fine della guerra, diceva, e grazie alle sommosse che si erano verificate in Austria il conflitto prometteva di finire presto. Purché venissero riconosciuti i suoi diritti sulla Sicilia da parte degli altri sovrani della penisola, Ferdinando sarebbe stato disposto anche a entrare in una Lega italiana e a riunire un esercito da mandare nel Nord Italia. Guglielmo Pepe, l’eroico spaccamontagne che tanto si era distinto nella rivolta del 1820 e che dopo esser stato condannato fu riaccolto a Napoli, lo assicurò che la Sicilia sarebbe stata ripresa nelle pianure lombarde.
Il 7 aprile ci fu la dichiarazione di guerra all’Austria, con un proclama il Re dichiarò di considerare la Lega italiana una realtà, il destino della patria si sarebbe deciso nelle piane della Lombardia e
ogni principe, ogni abitante della penisola, aveva il dovere di non sottrarsi alla lotta. Il proclama finiva con una appello al popolo delle Due Sicilie, affinché facesse tacere tutte le passioni egoistiche e si unisse intorno al suo Sovrano: l’accenno all’isola ribelle era chiaro.
Il 13 aprile, il General Parlamento di Palermo, dopo aver dichiarato la decadenza della dinastia borbonica, aveva deliberato di chiamare un Principe italiano sul trono, una volta promulgata la
Costituzione confidando nelle assicurazioni inglesi che avevano assicurato il consenso e il sostegno del loro governo per quella soluzione istituzionale.
Il sospetto che i radicali napoletani volessero affrettare la partenza dell’esercito per l’alta Italia, non soltanto nell’interesse della causa nazionale, ma anche per diminuire la forza militare nel paese e
renderlo vulnerabile per essere più liberi nel loro tentativo di sovvertire l’ordine sociale ed istituzionale, rendeva la spedizione sempre più malvista dal Re, soprattutto ora che la Sicilia si mostrava sempre più ostile.
Quando Carlo Alberto mostrò la sua contrarietà ad un progetto confederativo, e quindi anche a riconoscere i diritti del Re napoletano sulla Sicilia, Pio IX, il 29 aprile, decise di ritirare le sue truppe inviate nel nord, affermando di non poter muovere guerra né all’Austria né ad altre nazioni essendo il Vicario di Cristo. Tale decisione venne ovviamente ben accolta da Ferdinando che intanto vedeva i suoi dubbi confermati dalla sommossa del 15 maggio, quando gran parte dei deputati provinciali tentarono di trasformare la camera dei deputati in una specie di costituente. Il conflitto fra Parlamento e Sovrano intorno alla formula del giuramento non fu che l’apice di una profonda crisi interna: conflitto esasperato non dal Re, che pazientemente finì con l’accondiscendere a tutte le richieste, ma dalle affermazioni ultra-democratiche dei calabresi e cilentani accorsi nella capitale a dar man forte agli eletti, dalla tendenza di alcuni rivoluzionari che non sapevano essi stessi cosa volessero, ma che avendo l’istinto dell’agitatore, erano sempre pronti a gettarsi allo sbaraglio dietro le soluzioni più avventate, dall’indifferenza dei ceti bassi della città, dalla minaccia dei contadini sugli antichi demani comunali a discapito della nuova borghesia agraria emergente che aveva sostituito l’aristocrazia terriera assenteista e decadente.
Dinanzi all’apparire di barricate a Napoli, il Re si ostinò ad impedire sin dall’inizio l’intervento delle forze armate, ma poi dovette agire dando il via alla reazione pur ripetendo più volte agli ufficiali di risparmiare il popolo, di fare prigionieri e di non uccidere.
Il fallimento dell’esperienza costituzionale del ’48 fu dovuto all’errore tattico commesso dai liberali che avevano combattuto in partenza lo statuto ottenuto, mostrando sempre maggior malcontento per
il carattere conservatore della concessione sovrana, quando invece sarebbe stato necessario trovare un accordo con il Sovrano per consolidare l’autorità e il prestigio delle istituzioni parlamentari. Alla
riforma o, come si usava dire, allo “svolgimento” dello statuto si sarebbe dovuto arrivare in un secondo momento con accorta gradualità. Invece, i liberali, non avevano chiara visione delle cose, né un programma politico definito, ma si lasciavano trasportare dalle passioni ad una lotta contro il potere esecutivo cui non erano preparati.
L’abilità di Re Ferdinando fu quella di comprendere subito che l’unica possibilità di vittoria per l’assolutismo consisteva nell’allargare il contrasto all’interno dei liberali, tra moderati e radicali, sfruttando a proprio vantaggio le divisioni, le incertezze, gli errori di questi. Pochi furono i radicali che riuscirono a legare i problemi interni a quelli dell’unificazione nazionale, mentre la maggior parte di essi rimase legata al provincialismo e alla demagogia e, diffidando del Sovrano, si lasciarono trasportare in eccessi che ebbero il risultato di aumentare il solco con i moderati, con i conservatori, con gli elementi militari, spingendoli verso la reazione e favorendo l’azione del Re.

[CONTINUA]
02/03/2018 00:31:47

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