STORIE

LA RIVOLTA DEL 1848

Raffaele Bugli
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Gli ideali riformatori, coadiuvati dalla crisi economica del biennio 1846-47, trovarono sfogo nella più grande rivolta che l’Europa avesse finora mai conosciuto ovvero quella del 1848 che vide
affiancare la classe popolare a quella borghese.
Il diffondersi delle ideologie risorgimentali in tutta Europa portò dunque al risveglio del sentimento nazionale. Questo valeva ovviamente anche per la penisola italiana che, nonostante non vi fosse mai
esistito uno Stato italiano, vide diffondersi il concetto di Nazione italiana in quanto comunità linguistica, culturale e religiosa. Con lo stabilirsi dell’egemonia austriaca sulla penisola, successiva
alla Restaurazione, i patrioti italiani fecero coincidere i loro ideali liberali e democratici al concetto di liberazione dal dominio straniero.
Ciò che in Italia diede una brusca accelerata ai moti riformistici fu l’elezione al soglio pontificio, nel giugno 1846, del Papa liberale Pio IX. La pioggia di riforme che egli emanò esaltò i liberali in
tutta la penisola, suscitando un più violento antagonismo contro l’Austria, del quale, il titubante Carlo Alberto di Savoia, soprannominato Re Tentenna, divenne il principale esponente.
Le innovazioni volute dal Papa preoccuparono Ferdinando II che, per quanto devoto cattolico, condivideva il convincimento di Metternich che ogni concessione al liberalismo poteva mettere in
moto una valanga rivoluzionaria. A Napoli così come a Palermo e Roma erano già sorti comitati clandestini che diffondevano la propaganda liberale.
Il 12 Gennaio 1848, fu Palermo la prima città, addirittura a livello europeo, ad imboccare la strada della rivoluzione. Stavolta si ebbe la convergenza di tutta la Sicilia sulla linea indipendentista.
Ovunque veniva richiesta la formazione di una guardia nazionale, venivano alzati vessilli tricolori e veniva invocato il nome di Pio IX. La comparsa al largo di alcuni vascelli inglesi fece nascere la
voce che fossero venuti per restaurare la Costituzione.
A causa dell’inettitudine del Luogotenente per la Sicilia, generale De Majo, i rivoltosi ebbero ben presto il sopravvento. Le forze borboniche rimasero sulla difensiva, fino a quando il 15 non fu
completamente perso il controllo di Palermo, dopodiché fu dato loro l’ordine di bombardare la città. Ma i tardivi, intermittenti spari ebbero due risultati, entrambi negativi: esasperarono la popolazione
e indussero tutti i consoli stranieri a protestare perché si “mettesse fine a quell’orrore che meritava l’esecrazione del mondo civile”. Proprio da questo episodio ebbe origine il soprannome di
“Bomba” che restò attaccato a Ferdinando II sino alla fine dei suoi giorni.
I buoni uffici dei consoli d’Austria, di Francia e di Sardegna che si erano offerti come intermediari, vennero respinti. Gli insorti guadagnavano sempre più terreno e sapevano di poter contare sull’appoggio dell’isola intera e anche della protezione inglese.
Fu decisa la evacuazione delle truppe borboniche dalla Sicilia tranne che per Messina, venne costituito un Comitato generale Rivoluzionario che istituì un Governo provvisorio a Palermo di cui
Ruggero Settimo, un liberale moderato appartenente alla nobiltà siciliana, venne nominato presidente. Il trionfo della rivoluzione in Sicilia, destò un entusiasmo frenetico tra i liberali del continente che
si adoperarono per suscitare ribellioni. Ancora una volta, nel mezzogiorno continentale, la rivoluzione traeva la sua forza dalla provincia, con una borghesia agraria che rivendicava il potere
amministrativo per le singole regioni.
Nel Cilento i banditi uniti sotto il tricolore saccheggiavano le campagne, appropriandosi di fondi pubblici e privati, disarmavano la polizia locale, derubavano e assassinavano i funzionari leali.
Tutto nel nome della libertà e della Costituzione.
Ma effettivamente della parola Costituzione il cittadino medio non sapeva nulla, era convinto che fosse una panacea miracolosa per tutti i mali.

[CONTINUA]
25/02/2018 08:34:16

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