STORIE

LA POLITICA DI FERDINANDO

Raffaele Bugli
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Alla morte di Ferdinando I succede il figlio Francesco I il cui regno durò solamente cinque anni, dal 1825 al 1830. Durante questo breve Regno vi fu, nell’estate del 1828, un tentativo rivoluzionario
nel Cilento per il ripristino della Costituzione del 1820 che venne velocemente e duramente represso. Eppure, proprio in questi anni, vengono poste le basi per il risveglio economico del Mezzogiorno che darà i suoi migliori frutti nel periodo successivo, preparando così la strada alle riforme amministrative di Ferdinando II.
Ferdinando II salì al trono l’8 novembre 1830, ad appena vent’anni ma dimostrò fin da subito una forte personalità rispetto al suo arrendevole predecessore.
Il Programma del Re era volto all’opera di risanamento e di riordinamento interno in modo da ottenere un Regno delle Due Sicilie socialmente tranquillo, economicamente fiorente, con un’amministrazione sana, indipendente dall’estero, chiuso, come affermava egli stesso, tra l’acqua santa e l’acqua salata, e dunque quanto più possibilmente estraneo dal gioco della politica europea e
totalmente ignaro dell’Italia, senza alcuna velleità ambiziosa di ingrandimento.
Ferdinando II si adoperò dunque per reprimere gli scandali, sradicare gli abusi e la corruzione, facendo sentire in tutti i rami dell’amministrazione il peso della sua volontà di progresso civile, curando il benessere economico del paese diminuendo le imposte, promuovendo le industrie, incrementando la marina mercantile, tracciando ed aprendo nuove vie di comunicazione, intraprendendo opere di bonifica, agevolando con un protezionismo moderato e perfino con principi liberistici il commercio. Tale politica finanziaria fu conseguibile grazie al risparmio ottenuto dagli assegni destinati alle cariche pubbliche e alla maggior oculatezza con le quali queste vennero affidate evitandone il cumulo.
Il Sovrano capì che per garantire l’indipendenza dello stato napoletano era necessaria la riorganizzazione dell’esercito. I mali da cui è stato afflitto il Regno provengono dall’essersi immischiato nella politica europea, dall’essersi lasciato trascinare dalle grandi potenze nella lotta antirivoluzionaria e antinapoleonica, senza neppur aver una salda ossatura militare.
Proprio questa scarsa efficienza dell’organismo militare aveva portato, fino al 1827, il Regno ad essere tutelato dalla presenza delle costose truppe asburgiche, era dunque necessario impedire che, col pretesto di difendere la quiete dello Stato da eventuali pericoli rivoluzionari, l’Austria potesse riproporre la sua onerosa tutela.
Per ottenere un esercito ben organizzato, forte e fedele al trono era necessario rompere il legame che si era creato nel 1820 tra carboneria ed esercito; legame che aveva portato alla rivolta. Per far scomparire tale connubio era necessario cancellare ogni ricordo delle tradizioni murattiane ancora vive nell’esercito. Fu così che Ferdinando riuscì ad attirare a se i murattiani, più efficienti rispetto ai
vecchi ufficiali monarchici, reintegrandoli nell’esercito, trasformandoli da oppositori a sostenitori del trono. Dunque il nuovo Re era intenzionato a mantenersi fedele alla linea politica lasciata in retaggio alla casa dal fondatore della dinastia ovvero mantenere l’integrità del suo Stato e l’indipendenza assoluta da qualsiasi ingerenza straniera senza avere mire territoriali o ambiziose. Per quanto riguarda il problema dell’Italia, egli lo ignorava e lo respingeva a priori: egli era napoletano e dunque sentiva la nazione napoletana, non la nazionalità italiana. Doveva invece essere vigile nell’impedire che si potesse determinare una rottura dell’equilibrio raggiunto tra gli Stati della penisola favorevole alle potenze straniere.
Contrarie a questa volontà indipendentista di Ferdinando erano Francia ed Inghilterra che tentarono di scalzare l’Austria nel controllo politico della Penisola per garantirsi il predominio sul Mediterraneo.
In particolar modo, l’Inghilterra mostrò sempre la volontà di fare della Sicilia una sorta di protettorato politico-militare portandola a vere e proprie azioni intimidatorie nei confronti delle Due Sicilie. Un primo scontro avvenne per l’isola Ferdinandea, un lembo di terra sorto dalle acque tra Sciacca e Pantelleria nel giugno 1831 che fu annesso ai domini inglesi poi inabissatosi nel dicembre successivo.
Il conflitto con Londra però si inasprì maggiormente riguardo i rapporti economici. Questi si erano sviluppati a partire dal 1816 e, mediante trattato, Inghilterra e Due Sicilie si definivano reciprocamente “nazione favorita”.
In realtà a ricevere vantaggi dall’accordo fu solamente Londra che reagì con rappresaglie economiche ad ogni tentativo napoletano di ridiscutere le agevolazioni concesse sul piano doganale.
Quando nel 1838 venne concesso il monopolio del commercio di zolfo siciliano ad una ditta francese, il Governo inglese attuò una serie di manovre intimidatorie nel golfo di Napoli, arrivando addirittura alla cattura di quindici vascelli borbonici tra lo Ionio e l’Adriatico. Alla fine Napoli fu obbligata, su concordato proposto dalla Francia, ad abrogare il monopolio concesso alla ditta francese e a risarcire i danni subiti alle aziende britanniche e francesi. Inoltre venne rifiutata da Londra e Parigi la mediazione avanzata da Metternich a dimostrazione che Francia ed Inghilterra erano oramai intenzionate a ridimensionare l’influenza dell’Austria in Italia e a rendere il Regno napoletano uno stato orbitante nella sfera di influenza politica delle Potenze europee.
Una ulteriore prova di forza Ferdinando la diede in occasione della guerra civile spagnola (1833-1840) in cui le Due Sicilie rifiutarono di schierarsi a favore di Isabella II sostenuta da Francia, Regno Unito, Portogallo e Spagna alla successione del trono iberico e contrastare così Carlo Maria Isidro di Borbone-Spagna (Don Carlos) sostenuto invece da Impero asburgico e Prussia.
Francia ed Inghilterra considerarono questa scelta di Ferdinando un vero e proprio atto di insubordinazione, in particolar modo Londra si dichiarò stanca di tollerare le velleità di autonomia del regime borbonico che troppe volte effettuava una politica ambigua e non consona ad una Media Potenza e da questo momento iniziò a tramare per destabilizzare il Regno napoletano.
Infine, Ferdinando mostrava tutta la sua volontà di esercitare effettivamente il potere sovrano ponendo fine alla presenza ingombrante dei ministri che avevano condizionato e adombrato i suoi predecessori ponendo in secondo piano il padrone legittimo del Regno. Egli era dunque convinto che doveva essere solo il Re a dover esercitare il comando e che a nessuno questo dovesse essere delegato, relegando così il ceto dirigente a mero esecutore di ordini.
La sempre maggior diffidenza nei riguardi della classe dirigente porterà Ferdinando a voler essere informato anche delle più piccole cose, con il risultato che tutte le responsabilità andranno a ricadere sul Re non permettendo il formarsi di una nuova classe politica capace di prendere posizione ed a assumersi responsabilità proprio perché schiacciata dalla personalità del Sovrano.
Così, se in un primo momento l’autorità del Re, il suo prestigio, il suo controllo diretto sull’amministrazione consentono un risveglio economico, culturale e politico del paese, con il passare del tempo questo porterà allo svilupparsi di malcontenti provenienti dalla classe borghese, rifiorita economicamente, che si trovò chiusa nei rigidi quadri del paternalismo borbonico. La borghesia che Ferdinando stesso aveva contribuito a sviluppare, andò ad acquistare sempre maggior coscienza della sua forza e sentì la necessità di garantire meglio la propria attività esercitando una maggior influenza nella vita politica del paese. Inoltre proprio il movimento culturale che si sviluppo a Napoli tra il ’30 e il ’48 mise in circolo un complesso di idee che urtavano contro il napoletanismo dei Borboni. Si insediarono i concetti di libertà, di nazionalità e di stato propri della cultura romantica che coinvolse l’Europa intera nella prima metà dell’800 e che furono determinanti alla causa italiana e, dunque, alla scomparsa del Regno borbonico.

[CONTINUA]
23/02/2018 07:27:04

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