STORIE

IL REGNO DI FERDINANDO II

Vecchie Ruggini

Raffaele Bugli
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Per capire la tempesta rivoluzionaria del 1848 che interessò, oltre all’Europa, il Regno borbonico è necessario tornare all’8 dicembre 1817, data in cui vi fu l’unificazione del Regno di Napoli e del
Regno di Sicilia nel Regno delle Due Sicilie sotto la corona di Ferdinando I.
La precedente esperienza napoleonica aveva lasciato in eredità al nuovo Regno una Monarchia amministrativa e riformatrice che ne rappresentava, a tutti gli effetti, l’aggancio alla modernità.
Vennero dunque applicati i principi dell’eguaglianza giuridica tra i cittadini, dell’uniformità o centralizzazione amministrativa e della liberazione della terra dai gravami feudali ponendo così fine
alle limitazioni dell’esercizio assoluto del diritto di proprietà terriera verso il quale si orientò sempre più il ceto medio che da lì in poi aspirò sempre più al controllo della direzione politica dello Stato.
Ma il sistema di amministrazione accentrato murattiano sottoponeva più chiaramente la periferia al centro con effetti diversi nelle due parti dello Stato borbonico.
Il complesso del Mezzogiorno continentale continuò ad essere indicato con il nome di Napoli o con l’espressione di province napoletane, perché la metropoli conservava la sua assoluta centralità, sia
in quanto capitale sia per il suo peso demografico ed economico schiacciante rispetto alla provincia.
Mentre invece non esistendo più il Regno di Sicilia, rinnegando così la Costituzione filoaristocratica concessa da Ferdinando all’isola nel 1812 frutto della pressione di interessi economici che gli inglesi avevano nell’isola, Palermo veniva non solo subordinata a Napoli ma rischiava anche di perdere la sua supremazia sulle altre città siciliane e sui rispettivi territori.
Tale situazione suscitò una serie di malumori nel Regno che portarono alla scossa rivoluzionaria del 1820, incoraggiata inoltre dalla vittoria liberale in Spagna che aveva portato il Re Ferdinando VII a
concedere la Costituzione e dunque alla nascita di un regime liberal-democratico.
Nella parte continentale, la rivolta si manifestò come il malcontento del mondo provinciale nei confronti di Napoli. Sotto il comune denominatore della carboneria, al cui capo si pose il generale
borbonico Guglielmo Pepe coadiuvato dagli ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati, e dell’ideale costituzionale si riunirono gli scontenti di ogni genere: i disillusi nelle loro aspirazioni
liberali dal restaurato Governo borbonico, gli insofferenti del ristagno della vita economica succeduto al periodo francese, i nuovi proprietari che intendevano salvaguardare le loro conquiste da eventuali rivendicazioni ed accrescere la loro influenza e la classe murattiana che aveva viste troncate dalla fine della guerra le sue speranze di carriera. Non era quindi più la capitale il centro
della ribellione, ma la provincia ovvero il nuovo ceto borghese dei proprietari terrieri che voleva imprimere allo svolgimento della società civile napoletana un senso più marcatamente borghese,
attraverso una maggior elasticità politica ed economica dei programmi della classe dirigente borbonica.
Questo costrinse Ferdinando I di Borbone a concedere una Costituzione sul modello spagnolo, e a formare a Napoli un Governo costituzionale.
Successivamente ad insorgere fu anche la Sicilia, qui la campagna anti-borbonica fu guidata dalle elite aristocratiche, che si erano viste sottrarre le terre di diritto feudale per renderle private e
demaniali, e fu anche basata sulla rivendicazione dell’indipendenza dell’isola da Napoli e della Costituzione del 1812. Insorse Palermo dove la soppressione del porto franco e di antichi uffici e la
perdita del monopolio dei tribunali dell’isola avevano creato un più grave e immediato squilibrio e motivi di disagio in tutti gli strati della popolazione. Ma non tutte le città dell’isola vi aderirono per
gelosia della supremazia della capitale e perché avevano ragioni speciali per essere legate al Governo di Napoli. Ulteriore indebolimento alle forze indipendentiste venne causato dalle fratture
che si crearono tra componente aristocratica e componente popolare. Fu così che il Governo di Napoli riuscì a riacquistare facilmente il controllo dell’isola, dopo aver inviato un corpo armato, e a
ripristinare la Monarchia assoluta.
Successivamente al Congresso di Lubiana del gennaio 1821, Ferdinando I chiese l’intervento delle truppe della Santa Alleanza per ripristinare il suo potere assoluto su Napoli. Venne quindi
consentito l’intervento delle truppe austriache che debellarono in poco tempo le forze rivoluzionarie costituzionaliste napoletane consentendo a Ferdinando I di rientrare con pieno potere assoluto sul
suo trono e revocare la Costituzione.
Con il successivo intervento austriaco volto a reprimere i moti rivoluzionari scoppiati nel Piemonte, si ha dunque l’inizio della penetrazione dell’Austria nella politica italiana che si protrarrà per i
seguenti trent’anni.
Dai moti del 1820-1821 risultò dunque chiaro quali fossero i mali che minavano fin dall’inizio l’esistenza della Monarchia borbonica e che peggiorandosi avrebbero poi portato alla sua caduta: la
necessità di trovare un modus vivendi tra Napoli e Sicilia e la necessità di consolidare il Governo grazie l’affiancamento di organi consultivi e all’aiuto di una buona amministrazione che riuscisse a
neutralizzare le tendenze rivoluzionarie migliorando le condizioni del paese.
Tali esigenze vennero identificate, fin dal Congresso di Lubiana, dallo stesso Metternich e successivamente dai diplomatici austriaci che si susseguirono a Napoli; eppure il Governo borbonico rimase sordo a questi richiami riducendo il numero dei componenti e delle attribuzioni dei due organi consultivi che separatamente, nel Mezzogiorno e in Sicilia, avrebbero dovuto mettere in evidenza i bisogni del paese e fissando a Napoli la sede della consulta siciliana, abolendo il Ministero della Sicilia presso il Re e riducendo i poteri degli organi di Governo che avrebbero
dovuto affiancare il Luogotenente generale a Palermo.
Come giustamente commentò il liberale del ‘21 Luigi Blanch: l’errore dei Borboni era stato quello di accettare l’ordine civile francese come definitivo e immutabile, combattendone ogni sviluppo in
senso costituzionale “nel mentre che precipuo suo fine sarebbe stato quello di preparargli la via, affinché, nell’ora opportuna, una scossa riuscisse men forte e un trapasso più facile, qualora si
volesse non già subirlo ma ritenerlo complemento del civile ordine adottato”.

[CONTINUA]
21/02/2018 07:23:33

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