ATTUALITÀ/Mondo

Istituti Confucio
e "Soft Power" cinese

Parte Prima

Diego Antolini
Gli Istituti Confucio nel mondo sono più di 480, dislocati nel 5 continenti e in particolar modo negli Stati Uniti. In Italia il primo istituto è stato aperto nell'Università di Napoli grazie ad una partnership con la SISU (Shanghai International Studies University), ne sono seguiti altri presso le università di Firenze, Torino, Roma, Bologna, Milano, Venezia, Macerata, Pisa, Padova ed Enna.

Molti negli USA e molto pochi, in Italia, sembrano essersi accorti della leggera incongruenza concettuale del governo Cinese, che da un lato vuole aprire la propria cultura e il proprio linguaggio nel mondo (questa la missione "ufficiale" degli Istituti) ma, dall'altro, adotta una politica molto riservata, se non addirittura razziale, riguardo alle regole contrattuali dei formatori all'interno degli Istituti stessi.

In questo articolo prendiamo come esempio campione il caso di Sonia Zhang e della McMaster University canadese, che ha provocato una tempesta mediatica non indifferente.

Il documentario che ne è risultato disegna l'immagine di una organizzazione no-profit the usa l’educazione per sovvertire la libertà accademica in tutto il mondo; mentre altri continuano a vedere gli Istituti Confucio come una benigna introduzione della cultura cinese, dal cibo al Tai Chi.

“Soft Power” o “Sharp Power”?

E’ quasi inevitabile usare una tale frase ad effetto per descrivere l’espansione fenomenale degli Istituti Confucio nel mondo negli ultimi vent’anni. Dagli ultimi dati risulta che queste organizzazioni sono attualmente in 140 Paesi e territori del mondo, mettendo in allarme coloro che erano già critici sulla crescita della Cina a livello globale.

Sono, questi istituti, veicoli positivi del “potere morbido” cinese di promozione del linguaggio e della cultura per migliorare la sua immagine internazionale? O, piuttosto, sono essi “cavalli di Troia” inviati per sovvertire la libertà accademica e l’autonomia degli istituti di educazione dei Paesi ospitanti, e forse anche per spiare persone o reclutare agenti?

Secondo Doris Liu, giornalista e filmmaker Sino-Canadese, è vera la seconda ipotesi, come affermato in un’intervista a This Week In Asia:

“Prima di tutto vi è discriminazione dei diritti umani. Secondo, l’indipendenza accademica. I nostri valori fondamentali sono a rischio o danneggiati. Gli istituti insegnano la propaganda infiltrandosi nei nostri campus”

Dopo un’indagine di più di tre anni Liu ha prodotto In the Name of Confucius (Nel nome di Confucio), un documentario di un’ora che tenta di mettere a nudo tutte le minacce poste dagli Istituti Confucio in Canada, negli Stati Uniti e in altri Paesi del mondo.

Sia che si tratti di aiuti all’Africa, investimenti in Sud America o la Belt and Road Initiative (Vedi gli articoli Cina e la strategia della seta, Nuova Via della Seta: un cambio negli equilibri del mondo? e Luci ed ombre dall’Oriente), ogni mossa globale fatta dalla Cina contemporanea è sempre stata oggetto di critiche e intenso monitoraggio.
Gli Istituti Confucio non sono stati diversi, sin dalla data di apertura del primo Istituto in Corea del Sud nel 2004.

Lo scorso aprile la Texas A&M University è stata l’ultima istituzione a terminare la sua partnership con un Istituto Confucio sotto una nuvola di controversie. Ce ne sono state altre negli anni in tutto il mondo, dalla Svezia alla Francia, alla Germania, alla Danimarca.

Tuttavia, a dispetto del sensazionalismo della notizia sulla chiusura degli Istituti Confucio in queste scuole, il trend negativo rimane al di sotto del 3% ed è difficile generalizzare sul motivo per cui tali Istituti non hanno funzionato nelle scuole di quei Paesi.

Liu ha studiato i casi della McMaster University di Hamilton, Ontario e del Toronto District School Board, il più grande collegio in Canada, due istituti che formano il focus del suo documentario.

In the Name of Confucius è stato menzionato o ospitato nei Film Festival indipendenti di Canada, Taiwan e USA, e in un forum sui diritti umani di Tokyo. La storia si incentra su Sonia Zhao, una seguace del Falun Gong, pratica spirituale cinese fondata all’inizio degli anni ‘90 anche con il supporto del PRC. In seguito il Falun Gong venne dichiarato fuori legge dallo stesso governo cinese, quando il crescente numero dei suoi iscritti (che aveva raggiungo i 70 milioni, praticamente quasi quanto i tesserati del Partito) minacciava l’ordine e l’ideologia stessa del Partito Comunista. Sonia Zhao è anche una ex assistente insegnante di istituto, la cui denuncia sulla violazione dei diritti umani presso le autorità dell’Ontario ha contribuito alla chiusura dell’Istituto Confucio della McMaster nel 2013.

Ma in un’intervista con This Week In Asia, la Zhao ha ammesso che la sua intenzione e l’obiettivo dei sostenitori del Falun Gong era quello di far chiudere l’istituto sin dall’inizio, piuttosto che semplicemente perorare una sua causa personale.

"Abbiamo scritto alla McMaster all’inizio chiedendo di chiudere [l’Istituto], ma non abbiamo ricevuto risposta, così il tribunale [lo Human Rights Tribunal of Ontario] era l’ultima opzione. Spero che questo possa avere un effetto a catena su altre università in Canada, nella speranza che altri Istituti possano anch’essi chiudere”

Dopo aver lavorato all’Istituto per un anno, Sonia Zhao intentò una denuncia contro l’università presso il tribunale. Il contenzioso riguardava una clausola nel suo contratto con Hanban, l’ufficio nazionale cinese responsabile per le operazioni dell’organizzazione nel mondo, un ufficio parte del Ministero dell’Educazione della Cina continentale.

Tale clausola stabiliva che formatori della Cina continentale come Zhao erano impiegati per insegnare la lingua cinese all’estero e non potevano essere coinvolti in “attività illegali” come essere membri del Falun Gong. La denuncia verteva sulla discriminazione di credo che è illegale in Canada.

“Non ero sola, ho avuto molte persone che mi hanno aiutato [con il caso]. Ho dato loro quello che potevo dare”

ha detto Zhao. Quando le è stato chiesto chi erano queste “persone”, lei ha ammesso che erano membri del Falun Gong in Ontario.

Al tempo della sua assunzione nella Cina continentale Zhao era una studentessa post diploma specializzata nell’insegnamento del Cinese come seconda lingua.
Zhao ha insegnato per un anno all’Isituto presso la McMaster fino alla scadenza del suo contratto. La questione portata in tribunale è finita in un patteggiamento tra Zhao e l’Università. I dettagli non sono mai stati resi pubblici ma poco dopo il patteggiamento l’università ha chiuso l’Istituto Confucio. Zhao ha inoltre ottenuto la residenza in Canada come rifugiata, sulla base del pericolo di ritorsioni nel caso di un eventuale ritorno in Cina.

Durante l’intervista a This Week In Asia, Sonia Zhao ha affermato che l’Istituto Confucio era impegnato in operazioni di “propaganda”, nel senso che era ammesso parlare solo del lato positivo della cultura Cinese e della Cina, e i formatori venivano addestrati ad evitare argomenti politicamente sensibili come il Tibet, l’indipendenza di Taiwan e il massacro di Piazza Tienanmen.

[CONTINUA]
08/01/2019 00:52:16

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